giovedì, Agosto 5

L'affare (e i problemi) del TAPI Project field_506ffb1d3dbe2

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Tra i 27 ed i 36 miliardi di metri cubi di gas naturale ogni anno. A tanto ammonteranno le forniture di metano del gigantesco gasdotto TAPI, anni fa acronimo di Trans Afghanistan Pipeline, ed oggi sigla delle iniziali dei quattro Paesi coinvolti nel senso di marcia del gas (Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan, India). L’opera, il cui completamento è previsto per il 2017-18 – se si considerano solo i tempi tecnici di realizzazione-, è destinata a rifornire tutti e tre i Paesi attraversati, al quale si aggiunge il versamento da parte dei due principali beneficiari, India e Pakistan, dei diritti di passaggio del gas al governo afghano.

Il passo decisivo per la prosecuzione dell’opera sembrava essere stato compiuto nel maggio 2012, con la sigla dell’accordo di associazione tra le compagnie partecipanti alla gestione del gasdotto dopo il suo completamento. Protagonisti, il governo del Turkmenistan e la sua compagnia statale energetica (Turkmengaz), le compagnie di Stato di Islamabad ( Limited Corporation), New Delhi (GAIL Limited) e una compagnia privata pakistana (Interstate Gas System). Le dispute sulle licenze di passaggio del gas hanno però bloccato ulteriori intese fino all’estate scorsa, quando nel luglio 2013 l’Agreement si è allargato all’ente nazionale energetico di Kabul, Afghan Gas Corporation. In qualità di consumatore ridotto, ma transito di enorme importanza, il Governo di Kabul guadagnerà ogni anno anche 400 milioni di dollari di licenze di passaggio. Una cifra estendibile fino ad un miliardo di dollari quando la pipeline sarà in piena attività.

Le implicazioni strategiche di questo progetto sono enormi, soprattutto per il posizionamento e le relazioni internazionali di India e Pakistan. La costruzione del gasdotto costerà circa 7,6 miliardi di dollari, spesa che sarà coperta in gran parte dalla Banca Asiatica per lo Sviluppo (ADB). La natura del finanziatore non è affatto casuale, dato che gli shareholder di maggioranza relativa dell’Istituto di credito sono gli Stati Uniti ed il Giappone. La costruzione del gasdotto rientra infatti nella cosiddetta New Silk Road Strategy”, promossa da Washington per stabilizzare l’Asia Centrale attraverso il commercio e le comunicazioni dopo il ritiro Usa-NATO dall’Afghanistan previsto per il prossimo anno.

La strategia, rivelatasi finora inconsistente nel resto della regione di fronte all’influenza russa e cinese, trova nel gasdotto un rilancio fondamentale per gli interessi statunitensi. Innanzitutto la questione Iran: il TAPI è parte integrante degli incentivi forniti da Washington sia a Delhi che Islamabad per rinunciare all’attrazione del gas di Teheran, geograficamente vicinissimo. Dalla fine degli anni ’90, i due Paesi hanno avviato trattative con il regime degli Ayatollah per la costruzione di un gasdotto (IPI Iran-Pakistan-India-) che attraverso il Belucistan pakistano dovrebbe soddisfare i crescenti consumi di entrambi. Un interesse che cozza apertamente contro l’embargo economico propugnato dall’Occidente contro l’Iran a causa della crisi nucleare.

Nel maggio 2009 la strategia ha dato il suo primo frutto: la fornitura di gas prevista per Delhi attraverso il TAPI (14 miliardi di metri cubi annui) e l’abolizione dell’embargo di tecnologia nucleare per uso civile verso l’India, hanno convinto quest’ultima a rinunciare al progetto di cooperazione con Teheran. Con il Pakistan le cose sono però andate diversamente: alle prese con un deficit energetico ben più pesante del suo potente vicino, nel 2011 il governo di Islamabad ha respinto le pressioni statunitensi, approvando la partecipazione ad entrambe i gasdotti. Le pressioni Usa e la guerriglia indipendentista in Belucistan hanno finora ritardato al costruzione del gasdotto alternativo, già realizzato sul versante iraniano. Ma il nuovo Premier pakistano, Nawaz Sharif, ha ribadito lo scorso settembre la volontà di Islamabad di completare il progetto. Il recente miglioramento dei rapporti tra India e Pakistan, ha spinto però anche alcuni esponenti del governo indiano a riconsiderare la fattibilità del progetto.

Anche Washington tiene molto a questo riavvicinamento, ed intende promuoverlo proprio tramite l’ADB ed il TAPI. Gli Stati Uniti vogliono infatti districarsi dal dover scegliere quali rapporti privilegiare tra le due capitali: il Pakistan è stato finora troppo importante per il fronte afghano per poter essere infastidito da una politica di avvicinamento all’India. Al tempo stesso però, Delhi è un tassello fondamentale in una strategia di contenimento dell’influenza cinese in Asia. L’ambiguità delle relazioni tra militari e integralisti a Islamabad, la scelta del gasdotto con l’Iran ed il riavvicinamento del Pakistan con la Cina, rendono però sempre meno probabile che la special relationship tra Usa e Pakistan sopravviva alla fine dell’intervento in Afghanistan.

L’India ed il suo storico neutralismo, unito ad una crescente assertività in politica estera, rendono però inverosimile un suo arruolamento in un gioco di parti guidato da altri. È ben più verosimile che la fine del monopolio relazionale consenta agli Usa un supporto più aperto alla posizione indiana, nel caso la presenza navale cinese nell’Oceano Indiano si faccia troppo aggressiva attraverso le infrastrutture portuali finanziate da Pechino nella regione. La completezza degli obiettivi americani attraverso il TAPI è dunque resa: ritirarsi dalla regione lasciando una India con cui relazionarsi meglio, un Pakistan da cui ci si può sganciare, ed un Afghanistan più stabile grazie a forniture di energia e liquidità delle licenze di passaggio.

I problemi del progetto TAPI sono però tanti ed intricati, ed il primo è proprio il fulcro delle speranze sopra citate: l’Afghanistan. Senza la stabilizzazione dello sfortunato Paese centro-asiatico, è assolutamente impossibile che il gasdotto giunga sano e salvo nel sub-continente indiano, ed il periodico ritorno anche nell’ultimo anno delle offensive primaverili della guerriglia non sembra promettente ai suoi fini. I fautori del progetto – Usa in primis- sperano in un contro-effetto  deadlock per esorcizzare questo pericolo: rischiando di giocarsi il gas turkmeno oltre frontiera, Islamabad potrebbe finalmente mettere il guinzaglio ai rapporti tra la propria intellingence militare ed i Talebani, e appoggiare la stabilizzazione di Kabul. Simile discorso diverrebbe valido per l’India, forte per giunta di installazioni militari con cui controllare i confini afghani nella ex Repubblica sovietica del Tagikistan. La complessità e multipolarità delle forze guerrigliere attive in Afghanistan (non solo integralisti, ma anche “signori della guerra” e narcotrafficanti) rende comunque questo fattore molto imprevedibile nel medio e lungo periodo, rischiando di rimandare la fine della costruzione e spingere sia Delhi che Islamabad a rigettare entrambe le pressioni di Washington e ributtarsi sull’opzione iraniana.

Il secondo ostacolo è di natura mista: le dimensioni delle riserve di gas turkmene e le contromosse dei rivali strategici nell’assicurarsi la medesima risorsa. Sono ormai in molti gli analisti a dubitare che il Turkmenistan da solo possa sostenere per tempi lunghi l’approvvigionamento di gas russo/europeo, cinese ed ora anche indo-pakistano. Il prossimo completamento del South Stream nel Mar Nero aumenterà ulteriormente le possibilità di connessione del gas del Caspio con il vecchio continente, pur mitigato dall’apporto azero e kazako.

La debolezza più immediata del progetto sono però i ritardi in corso nel connettere il futuro gasdotto con i giacimenti del Turkmenistan e ad attori industriali in grado di sfruttarli. Il regime di Ashgabat ha finora negato l’accesso dei suoi giacimenti on-shore ad investitori occidentali, aprendo invece a concessioni esplorative nel Caspio per futuri giacimenti off-shore, la cui operatività è però ben di là da venire. Solo lo scorso 12 novembre, dopo innumerevoli ritardi, il consorzio intergovernativo ha aperto alla partecipazione alla costruzione del gasdotto da parte della compagnia americana Chevron Texaco. Ci si attende un allungamento della lista, finora però non specificato.

Ancora più preoccupante è la fumosità delle promesse turkmene su quale sarà il giacimento di gas deputato al rifornimento del TAPI, una nebbia che aleggia col favore della Cina. Ashgabat ha messo a disposizione lo storico sito di Dauletabad, attivo fin dal 1982, ventilando per anni la possibilità di connettere in futuro l’opera anche al colossale giacimento di Galkynish (meglio conosciuto come South Yolotan-Osman). A tutt’oggi si tratta del secondo al mondo per riserve accertate.

Ma è proprio su Galkynish che pochi mesi fa si è affacciata una nube nerissima sul futuro del TAPI: l’11 settembre scorso, la Cina si è assicurata 30 miliardi di metri cubi annui dai siti di estrazione già esplorati sul giacimento. Uno schiaffo in piena regola, soprattutto alla luce delle stime recentemente  pubblicate sul più sicuro candidato, cioè Dauletabad, che ne indicano un crescente esaurimento negli anni a venire. Un voltafaccia reso più pesante dalla diserzione da parte turkmena, nel giugno precedente, del meeting sul dialogo centro-asiatico tenutosi a New Delhi.

Nonostante i rischi e le incognite siano veramente pesanti, il progetto sembra ora realmente avviato. L’India sta già completando la sua rete di gas che dovrà essere connessa alla pipeline, ed il Turkmenistan sta avviando la costruzione della propria rete di collegamento tra Dauletabad ed il confine afghano. Lo scorso 21 novembre ad Ashgabat è stato firmato il service agreement tra le compagnie ed i governi partecipanti, che tira le fila dei precedenti accordi tra tutti i contribuenti al progetto ad avvia la ricerca dei  partner tra le compagnie energetiche internazionali. L’inizio della costruzione sul suolo afghano è previsto per il novembre 2014.

 

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