sabato, Ottobre 16

L’affaire Trump-GM: è forse la fine della luna di miele? Il Presidente ha minacciato di revocare i sussidi di cui General Motor ancora gode e ha ventilato la possibilità di colpire con dazi le vetture GM prodotte negli stabilimenti attivi fuori dagli USA

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Il piano di tagli recentemente annunciato da General Motors (GM), che contempla la chiusura di quattro (forse cinque) stabilimenti in Nord America con una perdita di posti di lavoro compresa fra le 14.000 e le 15.000 unità è stato accolto con evidente irritazione da parte della Casa Bianca. La difesa del ‘lavoro americano’ è uno dei cavalli di battaglia dell’amministrazione e un punto cui Donald Trump deve molto del suo successo politico. In passato, il settore automotive è stato fortemente colpito dal processo di de-industrializzazione che ha interessato gli Stati Uniti, anche a causa dell’incremento dei prezzi dell’energia del quinquennio 2003-2008. Nel periodo 2008-10, i problemi delletre grandi’ (GM, Ford e Chrysler) si sono tradotti in una vasta riallocazione degli impianti produttivi, sia dentro, sia fuori gli USA, e in massicce espulsioni di forza lavoro da un settore che all’epoca occupava circa 1,6 milioni di persone lungo tutta la filiera. La portata della crisi aveva spinto il Congresso e l’amministrazione a intervenire con forza nel settore, sia negli ultimi mesi della presidenza di George W. Bush, sia, in modo più articolato, nei primi anni di quella di Barack Obama.

Quello che Donald Trump ha ereditato nel 2016 era, quindi, un settore relativamente in salute (anche se impegnato in una complessa fase di transizione per quanto riguarda sia gli assetti proprietari, sia l’offerta commerciale) e che ha visto non senza freddezza il Presidente impegnare il Paese in una guerra commerciale più o meno intensa con alcuni dei suoi maggiori partner. Soprattutto l’acuirsi delle tensioni con la Cina (Paese con cui tutti i maggiori operatori hanno avviato da tempo accordi per la fornitura di componenti e la produzione e la commercializzazione dei propri modelli) è stata considerata un passo falso da molti operatori. I processi di delocalizzazione hanno portato ormai anche le industrie americane a trasferire fasi della loro produzione in Canada, Messico e, in molti casi, proprio in Asia, come ha fatto la stessa GM. Nel 2017, gli USA hanno importato autoveicoli e autocarri leggeri per un controvalore di 191,73 miliardi di dollari esportandone per un controvalore di soli 57 miliardi. Nello stesso anno, i primi mercati di fornitura sono stati Messico (per un controvalore di 46,9 miliardi di dollari), Canada (42,5 miliardi), e Giappone (39,8 miliardi), seguiti a distanza da Germania (20,2 miliardi), Corea del sud (15,7 miliardi), Regno Unito (8,6 miliardi), Italia (4,8 miliardi), Svezia (2,0 miliardi), Cina (1,5 miliardi) e resto del mondo (7,8 miliardi).

General Motors è, oggi, il principale operatore sul mercato statunitense, con una quota del 17% nel febbraio 2018, e controlla marchi ‘importanti’ come Buick, Cadillac, GMC e Chevrolet. Nel quadro della strategia di riorganizzazione concordata con le autorità durante la crisi del 2008-10, ha realizzato investimenti considerevoli in campo ambientale, per quanto concerne sia la sostenibilità della produzione, sia la tipologia di modelli a listino. In particolare, GM ha fatto massicci investimenti nel campo delle propulsioni alternative (un ambito in cui è attiva, anche se spesso solo per ragioni pubblicitarie, già dagli anni Sessanta), campo che pare destinato a subire le ritorsioni annunciate dalla Casa Bianca. Significativamente, GM è stata anche, la scorsa estate, uno dei principali oppositori alla politica trumpiana delle guerre commerciali, di cui aveva denunciato il possibile impatto negativo sui tassi d’occupazione. Anche le attuali tensioni si legano a questa linea d’azione, derivando fra l’altro dalla scelta del management aziendale di tagliare sulle linee di produzione dei modelli meno richiesti e di concentrare più risorse sulla propulsione elettrica e i veicoli a guida autonoma.

La presa di posizione del Presidenteche ha minacciato di revocare i sussidi di cui General Motor ancora gode e che è giunto a ventilare la possibilità di colpire con dazi le vetture GM prodotte negli stabilimenti attivi fuori dagli USAha raccolto consensi generalizzati nell’ambiente sindacale, mentre le accuse di ‘egoismo’ rivolte all’azienda di Detroit, ‘salvata’ dalla mano pubblica nel 2008 e nel 2009, hanno trovato una eco nelle critiche che le sono state mosse da Bernie Sanders e da tutti i maggiori esponenti democratici. Ancora una volta, sui temi del lavoro e dell’occupazione, il ‘populismo jacksoniano’ di Trump e le posizioni della sinistra liberal sembrano, quindi, convergere, a riprova di come le tradizionali linee di faglia delle politica statunitense sembrino essere entrate, almeno in parte, in crisi. Ovviamente è presto per capire se l’infuocata reazione di Trump contro GM avrà sbocchi concreti. Questa reazione e la freddezza con cui è stata accolta del CEO di GM, Mary Barra, sono tuttavia, nello scenario attuale, un altro segnale di come, dopo quasi due anni, la luna di miele fra il tycoon della Casa Bianca e il mondo della grande industria stia forse volgendo al termine.

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