martedì, Settembre 28

L’affaire Morosini

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Comincia ad apparire chiaro, passato qualche giorno dal suo inizio, il ‘contesto’ del ‘caso Morosini’, la vicenda dell’’intervista’ al magistrato Piergiorgio Morosini, membro elettivo del Consiglio Superiore della Magistratura, pubblicata da ‘il Foglio’ di giovedì 5 maggio 2016. Con incorporato immediato linciaggio ed in prospettiva la destinazione al rogo politicomediatico del medesimo secondo le rancorose volontà di chi ha colto l’occasione per vendette personali, politiche e giudiziarie. L’incontro in merito tra il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ed il Vicepresidente del CSM, Giovanni Legnini, dispiegherà i suoi frutti e si vedrà in quali direzioni. Appare però intanto chiaro come questo sia piuttosto un ‘caso Italia’, riassumendo in un’unica vicenda, resa forzatamente clamorosa, la tabe a tutti i livelli degli italici comportamenti. Un ‘tentato omicidio’ di identità, sul genere della ‘character assassination’ anglosassone, non ultimo scopo di un’operazione diretta anche ad ‘arrestare’ così la sua consolidata autorevolezza. Ricostruiamo perciò i capitoli fondamentali di questa storia passando, si parva licet, da ’L’affaire Moro’ di Leonardo Sciascia, e il 9 maggio 1978 venivano uccisi Aldo Moro e Peppino Impastato, a questa destrutturazione, in corso d’opera, de ‘L’affaire Morosini’.

Fatti. Annalisa Chirico del quotidiano ‘il Foglio’ il 5 maggio ampiamente riferisce sulla sua testata di un lungo colloquio avvenuto nell’ufficio del CSM di Morosini. Il pezzo appare con titolo a tutta pagina di un vivace rosso sottolineato: Perché Renzi va fermato”. Un virgolettato che è quindi attribuzione diretta. Nel sommario immediatamente sottostante si aggiunge: “C’è il rischio di una democrazia autoritaria”. Il magistrato Morosini, consigliere del Csm, Md, vuota il sacco con il Foglio e spiega da dove nasce lo scontro tra Renzi e le Procure.

Fattoidi. In realtà il fatto è sostanzialmente un ‘fattoide’. Il termine coniato dallo scrittore statunitense Norman Mailer, ‘factoid’ appunto, sta ad indicare un’affermazione fabbricata e poi presentata come se fosse un fatto anche se la sua attendibilità non è stata verificata. E che anzi sottoposta a verifica si rivela essere quantomeno un’esagerazione, una deformazione, diventando però per via un fatto ‘accertato’ e comunemente accettato. Un frammento di informazione che assomiglia a un dato di fatto, potrebbe essere un dato di fatto, in realtà non è un fatto. Così, nella fattispecie, all’uscita del giornale segue l’immediata smentita di Morosini via agenzie stampa: «Non ho mai rilasciato l’intervista alla cronista del “Foglio”. Si è trattato solo di un colloquio informale, presso la sede del CSM, in merito ad un’inchiesta che la giornalista sta facendo su Magistratura democratica. Mi sono state attribuite delle affermazioni che non ho mai fatto e dalle quali prendo con nettezza le distanze. Prima fra tutte quella che dà il titolo all’intervista: non ho mai detto “Renzi va fermato”». Precisazione subito rilanciata dallo stesso anche via Twitter, addirittura alle 9:38 del mattino: «Non ho MAI rilasciato intervista a @ilfoglio_it. Solo colloquio informale riportato in maniera scorretta. MAI detto: “Renzi va fermato“». Segue ancora suo successivo intervento chiarificatore a metà di quello stesso giovedì durante il Plenum del CSM. «La vicenda mi ferisce perché mi sono state attribuite frasi incomplete, parole che non ho detto e che travisano un colloquio informale, che era partito con la premessa da parte mia che non si trattava di dichiarazioni pubbliche». Ribadendo in questa sede ufficiale, in particolare, di non avere mai affermato che “Renzi va fermato”: «Non sono legittimato a farlo, non penso nemmeno di poter proferire una frase di questa natura perché non spetta a me». La Chirico (e con lei il suo giornale) se la cava a seguire con uno spicciativo lancio via Twitter: «Il titolo lo fa il titolista. Il testo è fedele al colloquio con @pgmorosini @ilfoglio_it».

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