martedì, Settembre 21

Lacrime di coccodrillo sugli agricoltori indiani

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Nell’ultima sessione del Parlamento indiano si è discusso di agricoltura e in particolare delle annesse controversie provocate dai cambiamenti proposti dal governo Modi sulle leggi che regolano l’acquisizione di terre da parte degli agricoltori. Se da un lato un ex ministro del governo Singh ritiene che le modifiche volute dal governo Modi abbiano dato “sanjeevani” (nettare) al partito del Congresso – giunto ormai al capolinea – dall’altro, Rahul Gandhi, vice presidente del Congresso, ha guadagnato il sostegno di quasi tutti i partiti dell’opposizione ottenendo visibilità sulla stampa indiana per la sua guerra politica al governo Modi a proposito del dibattito. Il Presidente indiano dichiara di aver fatto tutto quello che poteva nell’interesse degli agricoltori.

È un dato di fatto che circa il 70% della popolazione indiana vive dell’agricoltura e di tutto ciò che le è connesso. Il 62% della popolazione possiede meno di un ettaro di terra mentre coloro che ne hanno 1 o 2 costituiscono il 19%. Ci sono poi i contadini che non hanno terre. La realtà è ancora più drammatica se si considera che molti di loro dipendono da altri e questo li rende spesso disoccupati poiché un lavoro a tempo pieno in una fattoria è legato a numerose variabili: i contadini non hanno abbastanza terra da coltivare per produrre in larga scala, la maggior parte è dipendente dalla stagione dei monsoni, la produzione indiana è inferiore se confrontata alla media internazionale e un’errata strategia di irrigazione e di sviluppo agricolo sta degradando le proprietà della terra per quanto riguarda l’alcalinità, la salinità e la saturazione idrica, intaccando così la fertilità del terreno.

La povertà in India è diventata strettamente collegata alla eccessiva dipendenza della maggior parte della popolazione dall’agricoltura. Ma questo nesso tra povertà e dipendenza è qualcosa che si è verificato in tutti i Paesi, compresi quelli che oggi sono tra i più ricchi e industrializzati del mondo. Prendiamo per esempio gli Stati Uniti: nel 1800, il 74% degli americani dipendeva dall’agricoltura, oggi solamente il 2,5%. Se si applica questo ragionamento all’India è ovvio che sia un Paese povero perché l’agricoltura è ancora il settore di impiego più ampio. E incredibile ma vero, nonostante così tante persone vi lavorino, il contributo economico dell’agricoltura al PIL indiano diminuisce di anno in anno, era del 42% nel 1951, è diventato del 12% oggi.

La legge universale stabilisce che meno l’agricoltura contribuisce al PIL più si tratterà di agricoltura avanzata. Ma come abbiamo visto nel caso dell’India le due cose non vanno di pari passo. Secondo me il vero problema non è l’arretratezza dell’agricoltura ma l’eccessiva dipendenza da questa. I politici però non la pensano come me. Per loro contano solo i voti e come comprarli. Il risultato è che anno dopo anno cresce la richiesta di sussidi per gli agricoltori. Ed è in nome loro che il governo indiano si sottrae ai suoi impegni internazionali, come quelli presi con l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC).

Non sono un economista esperto di agricoltura, ma la mia modesta conoscenza di sussidi in ambito politico mi permette di sapere che in India il guadagno proveniente dall’agricoltura non è tassato. Fertilizzanti e semi vengono dati a prezzi estremamente bassi ai contadini, così come le scorte di gasolio per le pompe idrauliche e i trattori. L’elettricità in molti Stati è praticamente gratis per gli agricoltori e il governo stabilisce un prezzo minimo dei prodotti venduti dai contadini. In caso di calamità naturali, come piogge, cicloni e siccità, il governo distribuisce milioni di rupie, tutte per aiutare gli agricoltori. Le banche dipendono dalle direttive del governo per approvare i prestiti con interessi bassi o nulli per gli agricoltori, ma ancora più spesso, il governo non li chiede indietro.

Ma queste “politiche del gratis” aiutano veramente i contadini indiani? Come abbiamo visto, i più indigenti, che costituiscono più dell’80% della popolazione, non ne traggono vantaggio. Gli unici a goderne sono i pochi abbienti. Ecco una notizia del dicembre 2014 riportata da Bloomberg: “Vattikuti Prasad, 37 anni, coltiva riso, banane e canna da zucchero nella sua fattoria grande come 27 campi da calcio nel sud-est dell’India dove la maggior parte dei contadini possiede lotti della grandezza di un solo campo da calcio. Ha due case, una delle quali con 4 camere da letto che affitta in una città lì vicino”.

Quest’anno Prasad ha contratto un prestito di 120.000 rupie (1.940 dollari) che pensa di usare per aprire un terzo negozio di semi e pesticidi nello Stato centro-orientale Andhra Pradesh. Per la seconda volta dal 2008, Prasad non ripagherà quei soldi, infatti secondo un report di Bloomberg News, il governo ha concesso gratuitamente 350 miliardi di rupie per i prestiti agli agricoltori. “Si ottiene facilmente e quindi ne usufruisco”, afferma Prasad mentre conta un mucchio di 1.000 rupie nel suo negozio sotto il rumore di un ventilatore a soffitto per combattere il caldo. Come la maggior parte degli imprenditori di Tanuku, ha speso i prestiti soprattutto per comprare altre terre visto che i soldi sono gratis. “Perché ora dovremmo restituirli?”

“Tra le promesse della campagna elettorale per vincere le elezioni anticipate di quest’anno, gli ufficiali di Andhra Pradesh e del vicino Stato di Telangana annoverano un alleggerimento dei debiti per i contadini. Ad Andhra Pradesh hanno disposto di abbonare 150.000 rupie a ogni agricoltore, a Telangana 100.000. Entrambi gli Stati si stanno comportando come nel 2008, quando il governo centrale cancellò 710 miliardi di rupie date in prestito a 40 milioni di contadini, in risposta a un’ondata di suicidi legati ai debiti”.

Il punto è che le agevolazioni del governo sono state stabilite dai benestanti, dai ricchi agricoltori con conoscenze nella politica. La grande maggioranza dei contadini resta povera e piena di debiti contratti con usurai locali perché non può permettersi di chiedere un prestito alle banche. Sembrerà strano, ma questa povera gente non commette i suicidi di cui parlano i politici.

I contadini che si suicidano sono relativamente benestanti e hanno investito una bella quantità di soldi in colture da reddito che sono fallite o che si sono seccate per l’eccessivo uso. Ad ogni modo, adesso si è scritto abbastanza del fatto che i suicidi dei contadini non sono né di più né di meno di quelli che avvengono in generale nel Paese.

Certo, anche gli agricoltori di Paesi ricchi e industrializzati ricevono consistenti sussidi ma la principale differenza con gli indiani è la produttività. Gli Stati Uniti e l’Europa sono avanti più o meno in tutti i processi agricoli e producono molto più di quello che consumano. Non c’è quindi da meravigliarsi se i 10 Paesi che esportano i propri prodotti sono Stati Uniti, Francia, Olanda, Germania, Regno Unito, Canada, Australia, Italia, Belgio e Spagna. Ognuno di loro è altamente industrializzato e sono quindi la dimostrazione del fatto che lo sviluppo industriale non è nemico dello sviluppo agricolo. L’aumento della produzione non ha nulla a che fare con il numero di contadini, l’importante è la qualità, non la quantità. Perfino la Cina, che ha meno terre coltivabili dell’India l’ha superata nell’agricoltura, sebbene entrambi i Paesi fossero più o meno nelle stesse condizioni 25 anni fa.

I politici indiani non sono mai andati in profondità per risolvere il problema. Per loro, la soluzione sta nel dare sempre più sussidi e prestiti senza chiederli indietro. Ma la vera chiave di volta – e la Cina l’ha dimostrato – sta nell’investire di più nella ricerca, usando metodi moderni e scientifici di coltivazione, migliorando le tecniche di irrigazione e gestione dell’acqua, e spostando l’attenzione dalle coltivazioni di riso e grano a quelle di verdura, bestiame e all’industria ittica. Un’altra carenza deriva dal fatto che il settore privato non è stato particolarmente incoraggiato a investire nell’agricoltura.

Infine, il problema principale è che in India non ci sono terreni coltivabili a sufficienza per soddisfare metà della popolazione. Il modo migliore per aiutare i contadini indiani che non possiedono terreni, che sono disoccupati, sottoccupati o veramente poveri non è tenerli imprigionati nel settore agricolo ma metterli nella condizione di poter scegliere lavori diversi dall’agricoltura, qualcosa che mio padre ha capito e per cui si è battuto per me e per mio fratello. Quindi la morale della storia è che se si vogliono far uscire i contadini dalla loro povertà bisogna aiutarli ad acquisire le adeguate conoscenze per farli aspirare a qualcosa di diverso. Bisogna inoltre aiutare coloro che possiedono terreni – e ancora più importante – che vogliono lavorare la propria terra con nuove tecniche, metodi e infrastrutture in modo che l’agricoltura diventi un’opportunità redditizia.

 

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