giovedì, Giugno 17

L'acido nel cuore e nella mente

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Il magistrato che si occupa del caso suggerisce di lasciare perdere, ci sono cose più importanti che incombono, come il processo a un centinaio di mafiosi. Sono d’accordo, non varrebbe la pena perdere altro tempo con Martina Levato e Alexander Boettcher, triste coppia dell’acido, mi permetto solo una parola supplementare per dire del brodo di coltura in cui nascono e maturano certi eventi, ai quali non siamo poi così estranei come sembra. Non credo si possa separare quella coppia dal resto della comunità, poiché in fondo essa ne mette in luce, e anche bene, la faciloneria che la travolge.

Premetto che i paragoni possono lasciare il tempo che trovano, ma talvolta fanno riflettere, fornendoci indirizzi per spiegare i nostri rompicapo quotidiani. Il responsabile della strage di Utoya, Anders Breivik, fu abbandonato dal padre quando era un ragazzino e non si rividero mai più. Questo non lo autorizzava certo a uccidere 69 ragazzi innocenti, ma perlomeno potrebbe spiegare a noi cosa può accadere nella testa di un minore quando si imbatte in un genitore ignaro delle conseguenze delle proprie azioni e omissioni. Le reazioni che seguono agli abbandoni non sono, per fortuna, sempre così drastiche, ma la deformazione generata nell’animo di un bambino dall’allontanamento, per lui inspiegabile, di un genitore può essere persino più drammatica della morte del medesimo. In fondo la morte di un padre non sottende un giudizio di valore negativo, invece l’abbandono lascia il minore con una domanda perennemente irrisolta, proprio quella relativa al proprio valore. Se il genitore se n’è andato, significa che il figlio non era una ragione sufficiente affinché rimanesse. Una premessa di risentimento sociale, anche nelle forme più terribili.
Sarei curioso a questo proposito di conoscere le storie degli attivisti occidentali dello Stato Islamico, immagino che spesso si tratti di drop out o di persone problematiche che trasferiscono alla società le proprie ferite familiari, spesso maturate attraverso percorsi carenti di obiettività, colpe che sarebbe temerario mettere sulle sole spalle dei genitori, spesso alle prese con compiti improbi.
Un destino quasi analogo è toccato ad Alexander Boettcher, figlio di un’italiana e di un medico tedesco, che si è visto assai poco nella vita del figlio, forse non più del padre di Breivik. Nemmeno questo, meglio ripeterlo, poteva autorizzare Alexander a fare ciò che gli abbiamo visto fare, determinando sofferenze che segneranno l’intera vita delle vittime.

Nella teste di questi ex bambini feriti dall’abbandono, la vendetta diventa una tentazione tra le più frequenti, ispirata da una precisa finalità, ‘piuttosto che perdere, faccio perdere tutti’. A questi nemici del loro prossimo qualcuno forse deve avere tenuto la giacca, fatto da palo, mentre agivano. Quegli educatori che sfuggirono al loro impegno.

Ripeto, i paragoni possono essere una maniera comoda per mettere oggetti diversi nello stesso contenitore, liberandoci dalla fatica del discernimento, ma vi sono delle linee che tendono a sovrapporsi.

Le conseguenze dell’esercizio garibaldino della funzione genitoriale, non sempre, anzi quasi mai, le pagano padri e madri renitenti, in genere ricadono sulle spalle innocenti di individui che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato.

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