sabato, Ottobre 16

Labour, guida di Partito e sondaggi Calo nei sondaggi, apparente rottura interna e incapacità di comunicare

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Londra – Un brutto mal di pancia per il Partito Laburista. Una sfida importante per Ed Miliband, che oltre a dover convincere i cittadini del Regno Unito a dargli fiducia per le prossime elezioni generali, deve anche combattere sul fronte interno. Sono giorni importanti per il Partito all’opposizione, con lo scorso weekend che sarebbe potuto passare alla storia come ‘The Remembrance Sunday’ in cui i Labour hanno cambiato il loro leader a soli sei mesi dalle elezioni generali.

Per capire cosa è successo in questi giorni bisogna tornare indietro di qualche settimana, guardare i sondaggi e vedere dove tutto è cominciato. La prima cosa da notare è che Miliband, e il suo partito, non stanno andando bene nei sondaggi come sperato. È un susseguirsi di numeri e percentuali, ma quello che sembra certo è che i Labour non hanno più un vantaggio sui Conservatives, a dispetto di tutte le politiche impopolari che questi ultimi stanno portando avanti. Le cifre si aggirano intorno al 30% dei voti, e mentre anche il partito del Primo Ministro David Cameron continua a perdere punti percentuali, Nigel Farage e il suo UKIP sembra far incetta di possibili votanti, mentre i Lib-Dem di Nick Clegg sono in netto calo e sono stati raggiunti dai Green.

La scorsa settimana, Miliband ha rimescolato le carte del suo partito, con un mini reshuffle del suo governo ombra, mettendo tra gli altri proprio Lucy Powell, persona di fiducia che aveva guidato la sua campagna per la leadership nel 2010, a capo delle campagna elettorale per le prossime elezioni. Cambiamenti che non hanno incontrato le simpatie di una certa vecchia guardia del partito, e che hanno dato adito a teorie cospiratorie e un susseguirsi di nomi per la nuova leadership del partito. Se tra giovedì e venerdì scorso, i nomi erano quelli di Yvette Cooper, attualmente Ministro ombra agli Interni e moglie di Ed Balls, Ministro ombra delle Finanze, e di Chuka Umunna, giovane promessa dei Labour e attualmente Ministro ombra del Business, nel weekend è diventato chiaro che fosse solamente il nome di Alan Johnson, l’ex postino facente capo all’ala blairiana, che avrebbe potuto avere una maggioranza di consensi per sfidare la leadership di Miliband.

Domenica, sulle pagine de The Observer’, il ‘coup’ all’interno del partito è stato in un certo senso ufficializzato. Il giornale riportava infatti che se Johnson avesse deciso di presentarsi come leader, circa venti Labour frontbenchers gli avrebbero dato il loro supporto. Tra i commenti, tutti in forma anonima di questi Parlamentari, spicca il seguente, così riportato dal giornale domenicale: «C’è un numero significativo di frontbenchers che sono preoccupati sulla leadership  – o mancanza di leadership – di Ed Miliband, e sarebbero pronti ad appoggiare qualcuno che sia un valido candidato. Alan è quel candidato. Se Alan suggerisse che potrebbe farlo, ci sarebbe una grande azione».

Johnson è un veterano del Partito Labour, avendo ricoperto molte cariche ministeriali nei governi di Tony Blair e Gordon Brown, essendo stato anche Home Secretary da giugno 2009 al 2010. Lo stesso Johnson ha voluto chiarire la sua posizione all’interno del ‘complotto’ a mezzo stampa, proprio dalla pagine del ‘The Guardian’, quotidiano settimanale gemello allo stesso ‘Observer’. In un articolo pubblicato lunedì, Jonhson ha fugato ogni dubbio scrivendo: «Il ruolo di leader dei Labour è stato vacante due volte durante il mio tempo come parlamentare. Entrambe le volte ho deciso di non candidarmi. In effetti, penso che una persona migliore abbia preso questo ruolo oneroso in entrambi i casi. Non ho mai voluto la leadership del mio partito – e per evitare ogni dubbio, a prescindere dalle circostanze, mai lo farò». Con le sue parole, Johnson, non solo ha messo a tacere ogni sua complicità nella congiura per un cambiamento al vertice delle gerarchie di Partito, ma ha anche elogiato il lavoro e la personalità dell’attuale leader dell’opposizione, consapevole dall’alto della sua esperienza, che una crisi a sei mesi dalle elezioni sarebbe per i Labour un suicidio politico. «Ed Miliband è autorizzato ad aspettarsi la nostra lealtà. Il leader Labour si è rifiutato di seguire David Cameron per la via populista verso l’incertezza economica, e non ha accettato di impegnare il Regno Unito in un in-or-out referendum sull’Unione Europea».

Un certo supporto a Miliband arriva anche da Blair, che intervistato a proposito ha dichiarato che «è forte abbastanza» e che ha il suo «completo appoggio». Dalla sua parte anche i votanti e simpatizzanti del partito Labour che su twitter hanno dato vita all’hashtag #webackEd, così come sul sito-blog LabourList, influente voce del dibattito all’interno del Partito, c’è stato chi si è esposto per chiedere agli ‘sleali’ di farsi avanti.  In realtà, questo cambio alla guardia del Partito, non ha davvero ragion d’essere, nel senso che sembra un’ipotesi costruita sul nulla, con nessun nome dei cospiratori confermato, se non quelli dei possibili candidati. Un’ipotesi alla quale Miliband ha reagito negando che ci fosse una crisi di partito.

Ma perché Miliband non piace? Tra le prime cose c’è un continuo attacco verso la sua personalità da parte dei media. Il modo in cui mangia un sandwich, o bacia la moglie, o dona dei soldi ad una mendicante sono stati analizzati dai giornali e le televisioni inglese in tutte le salse e hanno reso questo leader politico quasi una caricatura agli occhi dei votanti. Ed è per questo motivo che in molti, all’interno del suo partito, temono che il suo essere impopolare possa incidere sull’esito delle elezioni. Ed Miliband, è diventato leader del Partito, a seguito delle dimissioni di Gordon Brown nel 2010. Nel settembre di quell’anno riuscì a spuntarla sugli altri contendenti alla carica, tra cui Ed Balls e suo fratello maggiore David Miliband, anche lui esponente di spicco del Partito e favorito nella corsa alla leadership. Il ballottaggio finale fu proprio tra i fratelli Miliband, dove David uscì sconfitto con il 49,35% dei voti in totale, ma ottenne più preferenze rispetto al fratello da parte dei colleghi parlamentari. In questi anni come leader dell’opposizione, Miliband, che si definisce un socialista, è stato criticato da molti, soprattutto dal settore del Business e della Finanza, per avere delle posizioni troppo vicine a quelle dei sindacati. Tra gli obiettivi che Miliband si pone c’è quello di diminuire il distacco tra i ricchi e i poveri, suggerendo un aumento del minimo salariale. È a favore dell’Unione Europea e per questo raccoglie i voti di tutti coloro che sono europeisti, visto il crescente antieuropeismo di Cameron e del Partito Conservatore.

In molti dal Partito si riuniscono intorno a Miliband per dimostrare l’unità della formazione politica. Ad esempio, David Lammy, uno dei senior parlamentari Labour, e uno dei nomi importanti per la candidatura a Sindaco di Londra nel 2016, ha appoggiato Miliband, suggerendo durante un’intervista all’Huffington Post’ che  ‘Ed’ ha preso un duro lavoro e che ha mantenuto il partito unito ma anche che «il suo prossimo compito sarà mantenere il paese unito». Lammy, che ha previsto che i risultati alle elezioni saranno molto ravvicinati, ha anche fatto notare cosa è necessario cambiare durante la campagna elettorale. «Non voglio attaccare Ed personalmente. In realtà penso sia una questione di team. Penso che, alla fine, tutti i protagonisti maggiori che contribuiscono al messaggio dei Labour hanno molto da fare da qui fino alle elezioni». E sottolinea inoltre come il Partito debba essere «senza sosta nel comunicare» su tematiche come immigrazione e Europa, perché Labour è «un partito favorevole all’immigrazione, favorevole all’Europa».

L’ultimo sondaggio, commissionato dall’ ‘Evening Standard’ e pubblicato solo ieri, vede i Tories in vantaggio di 3 punti percentuali sui Labour, e il 58% dei supporters Labour non soddisfatti di Miliband come leader. La sua leadership sembra essere al sicuro per il momento, e il suo futuro dipenderà dall’esito delle prossime elezioni. Un voto che, come dicono i sondaggi e gli esperti, porterà probabilmente ad un nuovo ‘hung Parliament’ e ad una coalizione di partiti alla guida del Governo.  Una bolla di sapone, quella del cambio di leader di Partito, che i Labour sperano non influisca sul voto di maggio.

 

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