sabato, Settembre 25

L'aborto, battaglia morale in America Latina

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L’aborto è un tema che scatena ancora discussioni spinose in America Latina e nei Caraibi. Nel caso specifico della Repubblica Dominicana, uno dei sette Paesi della regione che fino a poco fa proibivano totalmente questa pratica, la tensione è diventata opprimente nelle ultime settimane. Alla fine di novembre, il presidente Danilo Medina aveva acceso il dibattito al richiedere più flessibilità nel Codice penale per permettere l’interruzione della gravidanza in casi specifici. Da allora, la Chiesa e le organizzazioni in difesa dei diritti delle donne hanno espresso pareri che non lasciano spazio alla conciliazione.

Il 18 dicembre, dopo un dibattito surriscaldato, la Camera dei deputati ha approvato le osservazioni presidenziali. Ora l’aborto sarà permesso nel caso in cui la vita della madre sia in pericolo, e verrà promulgata una legge speciale per regolare l’interruzione della gravidanza nel caso di violenza, incesto e malformazione del feto. Prima di questa decisione, il Codice penale imponeva dure sanzioni alle donne che ricorrevano a questa pratica, a chi le aiutava e al personale medico.

Il tema era stato discusso fino alla noia nella Repubblica Dominicana: da ormai 17 anni, hanno avuto luogo dibattiti polemici per la depenalizzazione dell’interruzione della gravidanza in questo Paese, uno in cui ogni anno si verificano 90000 aborti non sicuri, secondo i dati della ONG Centro per i diritti riproduttivi. In base a un rapporto di Amnesty International, nel 2013 la Camera dei deputati aveva approvato un progetto di riforma che permetteva l’interruzione della gravidanza in caso di necessità, ma senza aggiungere ulteriori chiarimenti. A luglio di quest’anno, però, il Senato aveva deciso di eliminare questa eccezione, e la sostanza del testo legale su questo tema era rimasta uguale al primo Codice penale dominicano promulgato nel 1884, eccezion fatta per alcune modifiche per quanto riguarda l’entità delle sanzioni.

Alcuni mesi dopo questa prima apertura, anche la Camera dei deputati aveva accettato il cambio. Pochi giorni dopo, però, alla fine di novembre, il presidente aveva imposto il veto al documento, e chiesto che venissero incluse le eccezioni, suggerite dalle organizzazioni internazionali e già accettate. Prima di allora, la richiesta presidenziale doveva affrontare un ostacolo insormontabile: dopo la riforma del 2010, l’articolo 37 della costituzione riconosce il diritto alla vita dal momento del concepimento. Proprio a quel diritto si è appellata la Chiesa cattolica, che ha criticato con durezza il governo, tanto che, a metà di dicembre, il sacerdote Manuel Ruiz, collegamento tra la Chiesa e il governo, ha rinunciato al proprio ruolo. Al contrario, le associazioni femministe, che considerano la depenalizzazione dell’aborto un diritto delle donne a decidere del proprio destino, si sono congratulate con Medina. In America Latina, regione in cui, secondo un sondaggio del Centro Pew, il cattolicesimo ha perso potere, ma che riunisce ancora il 40% dei fedeli a livello mondiale, il panorama è vario. A differenza dell’Europa, in cui la maggioranza dei paesi permette l’interruzione della gravidanza, in questa parte del pianeta non si riesce a mettersi d’accordo. Una mappa disegnata dal Centro per i diritti riproduttivi mostra la situazione: cinque nazioni (Uruguay, Cuba, Guyana Francese, Guyana e Porto Rico), autorizzano l’aborto libero, in alcuni casi solo col permesso dei genitori e con limiti per quanto riguarda le settimane di gestazione; altre approvano questa pratica in casi specifici, mentre sei paesi (Honduras, Nicaragua, El Salvador, Haiti, Cile e Suriname) la proibiscono totalmente.

L’avvocato dominicano José Alberto Ortiz Beltrán, specialista in dispute penali, afferma che è questione di tempo prima che tutti i Paesi del continente seguano queste riforme. «La spinta sui governi e i sistemi giuridici per depenalizzare l’aborto è fortissima. I governi e le entità straniere fanno pressione tramite rappresentanti dei nostri paesi. Dispongono di ampi finanziamenti e di mezzi di comunicazione per diffondere le proprie idee e per confondere la popolazione. Hanno ottenuto i propri propositi in America Latina, ed è quindi questione di tempo perché la depenalizzazione sia completa».

Per alcuni attivisti e organizzazioni, tra cui il Centro per i diritti riproduttivi, questa sarebbe una buona notizia. Una relazione presentata dall’associazione quest’anno cita un rapporto speciale delle Nazioni Unite che dice che «le leggi criminalizzanti e altre restrizioni legali contro l’aborto possono portare a violazioni dei diritti delle donne alla vita, alla salute, alla dignità, alla libertà da trattamenti crudeli, inumani e degradanti, e alla non discriminazione. Questo rapporto afferma anche che queste leggi limitano l’autonomia delle donne e interferiscono con la loro salute sessuale e riproduttiva perché limitano il loro controllo sul proprio corpo».

Per loro, inoltre, la depenalizzazione ridurrebbe le morti materne causate da aborti praticati in ambienti poco sicuri e igienici, casi che nel 2008  arrivarono alla cifra di 4,2 milioni in America Latina e nei Caraibi. In base a uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA), e del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) presentato nel 2014, l’8% delle morti materne è dovuto a complicazioni nell’aborto. La maggioranza di questi decessi è collegata a malattie che la madre aveva già: diabete, malaria, HIV e obesità.

Ma cifre di questo tipo vengono anche usate da un altro settore per appoggiare la penalizzazione dell’aborto. Per esempio, la Conferenza Episcopale Dominicana ha emesso un comunicato in cui segnala che, d’accordo con il ministero per la programmazione e l’economia, la principale causa delle morti materne non sarebbe l’aborto in condizioni precarie ma le mancanze nell’assistenza ospedaliera: nel 2012, l’aborto ha rappresentato l’8,5% di questi decessi, mentre la preeclampsia è collegata al 26,8% del totale. «Elogiamo e condividiamo la preoccupazione per la vita della madre, ma sarebbe una discriminazione se difendessimo solo i diritti della donna e condannassimo a morte il figlio che questa porta in grembo (…)», dice una parte di questo documento della Chiesa.

Ortiz fa notare che la depenalizzazione del cosiddetto aborto terapeutico è in realtà una scusa per permettere l’interruzione della gravidanza per qualsiasi motivo e in modo indiscriminato, e aggiunge che neppure risolve il problema delle adolescenti incinte in America Latina e nei Caraibi, la regione al secondo posto mondiale per questo fenomeno: secondo l’UNICEF, il 38% delle donne che abitano in questi paesi rimane incinta prima di aver compiuto i 20 anni.

«La vera soluzione è l’inserimento nei programmi scolastici di un’educazione sessuale integrale che insegni valori e responsabilità. Allo stesso tempo, i governi devono creare condizioni economiche che incentivino le adolescenti a ritardare il più possibile l’inizio delle relazioni sessuali, per poter sviluppare progetti di vita propri», dice l’avvocato.

Questo è proprio il punto di vista del lavoro di organizzazioni come l’UNFPA. Regina López de Khalek, funzionario nazionale del programma di salute sessuale e riproduttiva del Fondo in Venezuela, segnala che è stato dimostrato che, quando le adolescenti seguono programmi a lungo termine, vanno a scuola e hanno delle opportunità, tendono meno a rimanere incinte e, quindi, ad abortire.

L’organismo, dice López, non promuove l’aborto come metodo di pianificazione familiare, ma neppure condanna i paesi che lo depenalizzano: «L’UNFPA rispetta le decisioni dei popoli e dei loro governi. È un tema con implicazioni politiche, religiose e sociali, e quindi non ha una soluzione rapida o facile». Non per nulla, i dibattiti come quello della Repubblica Dominicana sono ardui, lunghi e complessi.

 

Traduzione di Emma Becciu

 

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