sabato, Ottobre 16

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In periodi più o meno recenti della nostra storia, e storia politica, l’Italia è divenuta un esempio anche al di fuori dei propri confini. Camillo Benso Conte di Cavour, Benito Mussolini, Silvio Berlusconi: in periodi e modi diversi queste tre persone, e personaggi, hanno ‘costruito’ un originale percorso politico e di governo. Straordinario, positivo e fecondo il primo, straordinario, deleterio e facondo (a coprir magagne e deficit, politici, economici e di libertà), quello degli altri due.

Insomma siamo stati ripetutamente ‘laboratorio’, che ha influenzato la politica anche europea e mondiale. Negli ultimi decenni, ed in modo proporzionato, hanno poi costituito affascinanti laboratori politici Adriano Olivetti, con la sua ‘Comunità’, i radicali dagli anni ‘60 dello scorso secolo, con Marco Pannella a guidarli, Romano Prodi ed il Professor Arturo Parisi, inventore di Referendum con Mario Segni, e poi di tutta l’epopea dell’Ulivo. Tre vicende esemplari di quando la politica italiana abbia saputo costruire positivi laboratòri, con cui andare al di là delle singole appartenenze. In questo senso, accanto alle tante altre esperienze che andranno ricordate e ricostruite, come in tempi brevi ed  approfonditamente faremo, occorre ripartire anche da Enrico Berlinguer ed Aldo Moro. I cui due diversi itinerari si sono incrociati per costruire una prospettiva politica che andasse oltre le singole appartenenze, i singoli recinti. Per uscire dalla ‘religione’, termine che ha appunto questa radice: delimitare, definire, e quindi escludere. Per, invece, allargare, comprendere, costruire: qualcosa di nuovo, partendo da un minimo comun denominatore e puntando al massimo comune multiplo.

Oggi. Oggi ci troviamo di fronte all’autocrazia renziana, acceleratrice, ed è un bene, autoreferenziale, ed è un male, gran male. Di fronte all’ennesimo, per ora asfittico, tentativo di una rifondazione della sinistra italiana (Sinistra Italiana, appunto), che nonostante la preziosa presenza di Stefano Fassina (e su altro versante di Giuseppe Pippo Civati) sembra l’ennesima, probabilmente perdente, riproposizione del già visto e rivisto. Di fronte ad una destra ormai quasi definitivamente egemonizzata da Matteo Salvini, che se lo merita, ma noi, ad espiazione di tutte le nostre colpe, davvero ci meritiamo Salvini? Di fronte ad un centro asfittico ed in cerca degli ultimi brandelli di spendibilità. E ancora: di fronte alla grande speranza a Cinque Stelle, anch’essa però, seppur diversamente, autoreferenziale.

Di fronte a tutto questo sta la possibilità che si riparta da un nuovo, proficuo, ‘Laboratorio Italia’. Costituito in primo luogo su un assetto generale in grado di definire un complessivo futuro per il nostro Paese. Che aggreghi, valorizzandole e modificandole, le migliori forze della limpidità di comportamento e del rigore. Mutandole anche, indirizzandole ad interloquire e contaminarsi. Questo laboratorio italiano dovrebbe, dovrà, essere al tempo stesso diretto ad una proposta generale e complessiva di autentico cambiamento, e nel contempo già finalizzato alle corposissime Elezioni Amministrative della Primavera 2016. Con una ‘costola’ che potrebbe, a ricaduta, chiamarsi ‘Laboratorio 2016’.

Laboratorio Italia’, dunque. Uno strumento offerto a molti, cui si sta lavorando. Ed essendo un ‘laboratorio’ non poteva essere altrimenti.

 

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