giovedì, Giugno 24

La vittoria di Iniziativa Femminista In Svezia trionfa il femminismo

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Chi credeva che il concetto di femminismo fosse morto e sepolto, soprattutto in un Paese dalle politiche sociali avanzate come la Svezia, dovrà ricredersi. Alle ultime elezioni europee, infatti, il partito svedese «Iniziativa Femminista» ha raggiunto un risultato storico ottenendo il 5,3% dei voti e mandando a Bruxelles, per la prima volta nella storia dell’Unione, una femminista. «Dimostreremo a tutti che un nuovo modo di fare politica è possibile», ha scritto su Twitter Soraya Post, 57 anni, leader del gruppo, attivista per i diritti umani e “supereroe antirazzista”, come lei stessa si definisce. Un successo ancora più clamoroso visto che il gruppo non ha ricevuto fondi pubblici ma i suoi candidati e attivisti hanno raccolto i propri voti casa per casa, in mezzo alla gente, al grido di «Se riuscite a mettere insieme almeno 15 persone interessate a quello che diciamo e a quello che vogliamo fare a Bruxelles, verremo noi da voi». La logica è quella che per un partito piccolo le piazze possono essere controproducenti, poichè inducono i singoli a muoversi e fanno sentire gli elettori soltanto un individuo fra mille. Mentre per Feministiskt Initiativ è fondamentale includere più persone possibili, facendole sentire parte di un gruppo, e sfruttando il fatto che se si è chiamati a parlare davanti ad una platea, benché piccola, si è certi che quella ascolterà e molto probabilmente si ricorderà di FI alle urne.

E in effetti l’idea di Soraya Post è risultata valida, portando il partito ad un successo straordinario. L’inclusione è stata il filo conduttore di questa campagna elettorale, tematica che è strettamente riconducibile alla vita personale della Post. Nata in una famiglia rom, ha affermato che «per molti anni ho vissuto come cittadina di serie B» e solo quando il partito femminista le ha chiesto di candidarsi ha trovato il senso di comunità che stava cercando. Va sottolineato che il FI non è un gruppo nato negli ultimi anni, ma nel 2005 quando molte attiviste femministe si riunirono attorno alla figura di Gudrun Schyman, già leader dello Swedish Left Party e membro indipendente del Riksdag, il Parlamento svedese. Inizialmente i membri del gruppo non volevano identificarsi in un partito e, anche se era evidente il ruolo di “femmina alpha” dells Schyman, rifiutavano gerarchie ed etichette. Con l’arrivo delle elezioni europee del 2009 però, FI dovette iniziare a pensare a come strutturarsi, per poter ottenere un buon risultato e, magari, passare la soglia di sbarramento del 4%. L’impreparazione a livello di sistema-partito, e la radicalizzazione del discorso su alcune tematiche, in quell’occasione costò a Iniziativa Femminista l’ingresso in Europa, fermandosi al 2.2% (anche se il risultato venne ritenuto un successo in quanto alle elezioni nazionali del 2006 il partito prese solamente lo 0,68%). Ancora peggio andò poi alle nazionali del 2010, dove le femministe ottennero solo lo 0,40% dei voti, nonostante il finanziamento da parte di personaggi nazionali di spicco come Benny Andersson, degli ABBA.

Dunque com’è possibile che un partito così di nicchia e dai così deludenti risultati, abbia più che raddoppiato (a livello di elezioni europee) i propri consensi nel giro di pochi anni? In un Paese come la Svezia  si tenderebbe a pensare che le tematiche femministe siano ormai sorpassate o che, quantomeno, non ce ne sia un bisogno urgente. Infatti a Stoccolma il tasso di occupazione femminile è tra i più alti al mondo, i due terzi dei laureati sono donne e il congedo parentale è molto generoso. Inoltre, in molte scuole l’insegnamento della parità tra i sessi è una priorità e i bambini e le bambine sono incoraggiati a non essere chiusi dentro ruoli stereotipati. Essere donna in Svezia sembra quindi molto facile. Sembra, appunto. Perché in realtà sono ancora molte le tematiche in cui si vedono nette discrepanze di genere. In primo luogo, ed anche uno dei temi più importanti visto che incide pesantemente sulla vita e sulle possibilità degli individui, le donne guadagnano dal 20 al 30%in meno degli uomini. In seconda battuta, anche qui i posti di responsabilità sono quasi tutti occupati dagli uomini: in Parlamento esse hanno il 14% dei seggi, pur rappresentando il 51% della popolazione; nei sindacati operai (L.O.), dove il 30% degli iscritti è composto da donne, non ce n’è nessuna fra i dirigenti, e la stessa cosa può dirsi per l’organizzazione sindacale degli impiegati (T.C.O.), pur costituendo esse il 45% della base. Sembra dunque che la donna sia tutelata soltanto finché resta entro confini stabiliti, confini che non implicano la competizione salariale o di leadership con gli uomini. In realtà però anche a livello di servizi sociali, di supporto alle tante donne con famiglia e lavoro da seguire, vi sono notevoli mancanze. I posti esistenti negli asili, ad esempio, sono insufficienti, perché il loro numero equivale al 9% dei bambini fra i sei mesi e i sette anni, che ne sono i potenziali fruitori.

E questo ricade direttamente sulle donne, costrette a usufruire di tutti i giorni di maternità possibili e chiedere numerosi permessi, oppure lasciare il lavoro per dedicarsi esclusivamente alla famiglia. Ciò, senza contare che gli asili sono decisamente costosi e la quota media equivale circa ad un quarto del guadagno medio di una donna. Fatti che ancora una volta creano disparità di genere, ma anche disparità tra redditi differenti. E’ abbastanza intuibile che la retta di un asilo, per una famiglia con salari medio bassi, diventa uno scoglio difficilmente superabile e potrebbe indurre la madre a lasciare il lavoro per poter seguire la crescita dei figli. 

Ciononostante, la percentuale di donne sugli occupati è tra le più alte d’Europa: 40,5%, contro il 19% dell’Italia, che è la più bassa. Ma le notevoli difficoltà che le donne svedesi devono affrontare hanno spinto molti a guardare all’unico partito che parte proprio dall’equità di genere per riformare lo Stato. Aborto, parità di retribuzione a prescindere da genere, età e etnia sono stati i punti su cui Iniziativa Femminista si è più speso in questa campagna elettorale. Puntando anche ad un maggiore impegno per l’uguaglianza di genere e i diritti degli omosessuali e contro le discriminazioni. Temi che hanno fatto breccia nel cuore di chi, come la Post, si è visto escluso o ostacolato dalla società, e che ora cerca riscatto attraverso la costruzione di una nuova realtà, a partire dall’Europa.

 

 

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