venerdì, Agosto 6

La vita sul Delta del Po Elisabetta Sgarbi parla di questa area anche in relazione all’uscita del suo film ‘Due Volte Delta’

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delta po

Nel Delta del Po, sporgenza della parte alta del nostro stivale, di formazione geologica recente, risalente a poco meno di 400 anni fa, e abitato da 73 mila abitanti, troviamo un complesso ecosistema composto da piante come la ninfea, la lenticchia di mare, che si sviluppa molto rapidamente fino a coprire l’intera superficie dell’acqua e funge da riserva di cibo per alcuni uccelli, la cannella palustre che consolida i terreni e costituisce un habitat ideale per la nidificazione di alcuni volatili e il cui fusto è utilizzato per molte lavorazioni edili nella zona, folti cespugli di ginepro coccolone, le tamerici, il pino marino, il leccio, il pioppo bianco, il salice da cesta, quello nero, quello odoroso, oltre ad arbusti tipicamente alpini, come la betulla e la ginestra, che il fiume trasporta a valle e che attecchiscono anche nelle zone di pianura. C’è la presenza anche di piccoli fiori come il Morso di rana di mare.

I pesci del Delta sono costituiti da specie che possono vivere sia in acqua salata che in acqua dolce, o che vivono nell’una e nell’altra a seconda dell’età e del ciclo di riproduzione: tra essi il cefalo, il latterino, l’orata, la spigola, il rombo e la passera di mare. Il pesce tipico è però l’anguilla, che si riproduce nell’Oceano Atlantico; le sue larve impiegano circa due anni per raggiungere le coste, da dove cominciano la risalita del fiume nelle cui acque risiedono fino alla maturità, quando riprendono la via dell’Atlantico. L’inquinamento delle acque ha fatto del tutto scomparire il gambero di fiume; anche lo storione e il temolo sono in forte diminuzione per lo stesso motivo. Tra gli anfibi, il più diffuso è la rana verde (quella commestibile), anche se i diserbanti e gli altri prodotti chimici usati in agricoltura la stanno decimando. Sono presenti anche le raganelle, i rospi, i tritoni e nelle zone di montagna la rana rossa e il tritone alpino. Tra i rettili vanno ricordati la biscia d’acqua e la testuggine marina (difficilissima a scoprirsi). Numerosissima è la colonia degli uccelli, ma nel Delta del fiume nidificano soprattutto gli aironi di diverse specie, i marzaiole e i codoni.

La vita sul Delta del fiume Po è connessa ad alcuni antichi mestieri legati alle risorse, alla flora e alla fauna del fiume Po. Alcuni di essi sono in parte scomparsi, come la ricerca dell’oro, che si effettuava setacciando la sabbia del fiume: per i risultati modesti che tale esperimento ha dato fin dal passato, i cercatori diminuiscono sempre più di anno in anno. Da sempre l’attività edilizia usa la sabbia e i ciottoli del fiume: un tempo la loro estrazione veniva fatta prevalentemente a mano e con attrezzi rudimentali da cavatori, con i carichi che poi venivano trasportati in barconi spinti da remi e trainati da cavalli lungo le rive, mentre oggi si usano escavatrici meccaniche e camion per il trasporto. Tale estrazione è diventata così intensiva da provocare gravi danni alla fisionomia del fiume ed all’ambiente ecologico.

Mestieri tipici legati alle risorse del fiume sono: la lavorazione della cannella palustre e quella del salice e dei vimini. La prima un tempo serviva a fabbricare incannucciate di soffitti per abitazioni, ossia l’armatura su scheletro portante di legno nelle costruzioni, mentre oggi è impiegata per lo più per costruire stuoie. La seconda lavorazione serviva in passato a produrre con i rami intrecciati dei vimini oppure dei salici, le ‘cavagne’ (o ‘cestai’ perché la cavagna è la cesta) con cui si facevano ceste, culle, gabbie, museruole per buoi e altre produzioni, mentre attualmente la loro attività è limitata alla produzione di ceste e di nasse per la pesca. È scomparsa la produzione di strumenti in legno per la lavorazione dei campi, che si trovano soltanto nei negozi degli antiquari e quasi del tutto quella legata all’oro per produrre spille ed orecchini, con cui le donne si addobbavano nei giorni di festa. Tale attività rimane soltanto nella città di Valenza Po, situata lungo le rive del fiume e principale sede italiana per questa lavorazione artigianale. Per le arti popolari va ricordata la produzione di ex-voto e di stampe, entrambi prevalentemente con soggetti religiosi, realizzati per narrare di fatti cronaca, per proverbi e per predizioni.

Una delle attività principali che si svolge lungo il Delta del fiume è senz’altro la pesca, sia sportiva che professionale. La pesca professionale, esercitata soprattutto nel Delta, ha come preda principale l’anguilla e viene praticata dai pescatori che sfruttano la conoscenza dei luoghi, delle correnti e delle abitudini del pesce, utilizzando recinti di canna o di rete sostenuti da pali collocati nei luoghi più opportuni, per costringere le anguille a percorsi obbligati, al termine dei quali vengono catturate facilmente, oppure con reti che finiscono con grandi nasse dove le anguille entrano e non possono più uscire; con palamiti, ossia lenze con molti ami che si depositano sul fondale, oppure con fiocine, ossia lunghi bastoni con terminale a tridente per infilzare pesci e gamberi. La pesca delle anguille, che vede Comacchio come centro principale, negli ultimi 25 anni è diminuita del 70% per effetto degli inquinamenti e dei prosciugamenti dovuti alle bonifiche. Attività legata a tale tipo di pesca è la conservazione delle anguille stesse, che vengono prima arrostite e poi chiuse in vasi colmi di aceto insaporito con erbe aromatiche. È importante anche la pesca dei cefali, delle altre specie marine effettuata con le reti, e dei molluschi. Lungo le rive del fiume si allineano numerosi pescatori sportivi, per lo più con la canna, ma anche con la bilancia o il bilancino che, in certi periodi, permette di catturare buone quantità di pesce.

Vi è poi la coltivazione del riso (concentrata oggi soprattutto in Lomellina, nel Vercellese, nel Novarese, e in alcune zone del Mantovano e del Polesine). Nel Ferrarese e nel Polesine tale coltivazione risale alla fine del XV secolo, poi dalla metà del Settecento diventa dominante nella area del Delta del Po, per espandersi ulteriormente nell’Ottocento, declinare nel Novecento a favore del mais e della barbabietola ed essere ripreso negli ultimi decenni del secolo scorso. Un tempo la raccolta avveniva grazie al lavoro manuale delle mondineche ci hanno tramandato un ricco canzoniere (per lo più costituito da canti di protesta e usato per comunicare informazioni e notizie, dato che durante il lavoro le donne avevano la proibizione di parlare), mentre oggi è effettuata meccanicamente e con diserbantiAltra produzione è quella casearial’allevamento dei suini cui sono connesse le industrie degli insaccati, soprattutto nella zona del Modenese. A livello artigianale l’uccisione a colpi di mazza del suino è svolta da ‘mazzolari’ che girano di paese in paese.

Il Delta del Po è anche zona di caccia, che si svolge prevalentemente in ‘botte’, ossia in ripari galleggianti nei quali il cacciatore si nasconde e richiama la selvaggina (come anatre, folaghe, pavoncelle e beccaccini) con animali finti o versi particolari, mentre nel medio corso del fiume Po si effettua ‘all’aspetto’, cioè attendendo che gli stormi di uccelli si posino per mangiare. Un tempo era diffusa la caccia con la spingarda; una barca su cui era montata l’arma portava il cacciatore al centro del fiume, dove riposavano gruppi di anatre, e ne faceva strage.

La navigazione commerciale, ossia per il trasporto delle merci, è possibile per 382 km nel Po, da Piacenza al mare,con le bettoline e con natanti fino a 1000 tonnellate verso i principali canali di collegamento, per raggiungere città come Venezia, Ferrara e Mantova. Essa è più conveniente, anche se più lenta, di quella per strada e via treno, specialmente per grandi quantitativi. La navigazioneturistica con piccole imbarcazioni è invece possibile su quasi tutto il fiume, tranne nell’alto corso, e sui tratti finali di molti affluenti. Parlando di navigazione, va affrontata la questione delle idrovie, cioè l’insieme di canali che collegano varie zone della Pianura Padana al Po e quindi al mare: si tratta di un sistema molto modesto rispetto a quello olandese, francese e tedesco, e vi sono proposte di progetti per estenderlo e collegare varie zone della pianura e dei laghi del Po e per aprire nuovi collegamenti al mare nella zona orientale del fiume.

In passato il capo della grande famiglia contadina era chiamato regiò (in Lombardia) o rasdor (in Emilia), cioè ‘reggitore’ e disponeva di pieni poteri per decisioni che riguardavano il lavoro dei campi, oltre che per rappresentare all’esterno la famiglia. In casa comandava la regiura (in Lombardia) o rasdora (in Emilia), cioè ‘reggitora’, che guidando le faccende domestiche era la sola ad avere la disponibilità di tutte le chiavi della casa. Queste strutture familiari sono ormai scomparse e anche i nomi sopravvivono soltanto ancora in alcune zone.

La balera, una piattaforma circolare coperta da un telo, sulla quale si facevano i balli, era il fulcro delle feste locali articolate seguendo il calendario e veniva smontata e portata da paese in paese.

Al consumo dei cocomeri (che nella bassa Valle del Po si chiamano angurie) era legata un’altra tradizione, in molti luoghi tuttora diffusa: il proprietario del campo piantava e coltivava i cocomeri; quando i frutti erano maturi il campo veniva affittato per un periodo a chi si dedicava alla vendita della frutta. Allora al margine del campo sorgeva una baracca (l’anguriera), con una tettoia, tavolini e sedie, che diventava meta di consumatori e luogo di incontro, di ballo e di giochi e moltissimi canti, legati alla vita dei campi, a fatti religiosi o di cronaca, canti politici e di protesta, sono stati tramandati di generazione in generazione, e ora raccolti da cultori di tradizioni popolari.

Anche l’architettura agricola del Delta del Po è particolare, costituita sia di cascine ad elementi sparsi, diffuse da Cremona fino all’inizio del Delta, con diversi edifici che sorgono l’uno vicino all’altro, se non contigui ad aie e cortili; sia dal casone veneto, diffuso prevalentemente nella zona da Rovigo al Delta (e anche oltre, nella laguna fino a Trieste) e costituito da un edificio di modeste dimensioni, all’origine costruito o coperto con la tradizionale cannella palustre, poi sostituita da mattoni e tegole. Tale architettura appare diversa da quella delle zone lungo il restante corso del fiume, dove troviamo invece sia la cascina a corte chiusa, diffusa dal Piemonte fino a Cremona, composta da vari edifici (quello padronale, quello dei lavoratori, le stalle, i fienili ecc.) collegati fra loro ma che fanno parte di un unico fabbricato attorno a un cortile quadrato, dove si entra attraverso un portico, sia la casa unitaria, diffusa in tutta la Pianura Padana, ma soprattutto nella bassa valle, formata da un unico fabbricato comprendente la stalla, la casa del proprietario e talora quella dei lavoranti e un solaio-fienile.

Nel XIX secolo vi fu l’espansione verso est del Po e delle sue diramazioni. Nel 1827 il Po di Maistra è stato parzialmente chiuso. Fra il 1840 e il 1872 il ramo deltizio principale è stato il Po delle Tolle, in seguito è divenuto più importante il Po della Pila. Cominciavano a prendere forma la Sacca di Goro, dando origine al Comune di Porto Tolle, con l’allungamento dell’isola di Ariano e la Sacca di Scardovari. Alla metà dell’Ottocento molti latifondi locali furono interessati da un fenomeno di investimento di notevoli capitali, grazie all’intraprendenza dei proprietari, all’utilizzo del vapore come forza motrice applicato alle ruote a schiaffo ed alle prime macchine agricole, ma non si riuscirono ad evitare alluvioni del mare e inalveamenti del fiume, perché era necessaria una sistemazione completa dei territori.

Nel 1882, grazie alla legge Baccarini, la prima che concesse finanziamenti statali ai Consorzi di bonificafu permesso il prosciugamento di alcuni comprensori e cominciarono le prime opere di bonifica nell’area del corso del Po. Negli anni 40 del Novecento la scoperta di riserve di metano (acque metanifere) e le successive estrazioni, comportarono un abbassamento del suolo fino ad oltre 3,5 metri sotto il livello del mare. L’acqua, che veniva estratta dai primi 250/300 m di sedimenti non consolidati, raggiungendo la superficie, liberava gas metano a bassa pressione. Il 4 novembre del 1951 gli argini cedettero ad Occhiobelloallagando tutto il Polesine, poiché il fiume era stato imbrigliato negli anni in arginature sempre più alte, che ne acceleravano il corso e lo rendevano soggetto a piene sempre più intense; così si diffusero malaria e pellagra. Nel 1966 si verificò un’altra alluvione, ma tramite la Riforma Agraria fu attuata la bonifica del territorio per aiutare la gente a sopravvivere; prima del 1951 case, strade, fognature, riscaldamento, cibo, e dignità mancavano nella zona. Tale Riforma portò l’avvio di una ripresa generale che interessò l’agricoltura, l’orticoltura, la pesca, la piscicoltura, le attività commerciali e il turismo, portando tutta l’area a godere di una certa diffusa ricchezza. Dopo la Riforma, negli anni Sessanta e Settanta il Polesine resta ancora un’area periferica, non toccata dal miracolo economico. Nel 1955, tuttavia, la disoccupazione bracciantile nel Delta del Po era ancora elevatissima e la stragrande maggioranza dei lavoratori non superava le 60 giornate di lavoro annuale con un reddito di 125.000 lire annue. Pian piano le terre finirono per ritornare nelle mani di pochi e si crearono le solide premesse per la nascita di un nuovo ceto di capitalisti terrieri.

Nella sua lunga storia tale territorio percorso dal fiume Po è stato troppe volte gestito da esterni e visto dai suoi abitanti come un’area territoriale bisognosa di interventi, per renderla forzatamente simile al resto del Paese e perciò utilizzabile: un luogo non da salvare, ma da cambiare se lo si doveva preservare.

Oggi per fortuna tale area è riconosciuta come importante e si sono creati gli strumenti e le politiche per la sua protezione, salvaguardia e valorizzazione. Attualmente il Delta del Po è completamente al di sotto del livello del mare, fatta eccezione per argini, scanni e dune fossili. La gestione delle acque è sotto il controllo del Consorzio di Bonifica Delta Po-Adige, che gestisce un importante sistema idraulico di drenaggio con idrovore di 6000-7000 kw di potenza, in grado di sollevare un miliardo di metri cubi d’acqua l’anno immettendola nei canali di scolo e preservando così un territorio prezioso e storicamente interessante.

Il film ‘Due volte Delta’ di Elisabetta Sgarbi, che ha esordito come regista nel 1999 con ‘Mariko Mori’e produce film che hanno partecipato ai più grandi Festival cinematografici (Venezia, Locarno, Cannes, Torino, Roma, Londra e New York), è direttore editoriale della Bompiani e direttore artistico da 15 anni del festival La Milanesiana Letteratura, Cinema, Scienza, Arte, Filosofia e Teatro, verrà presentato al Festival Internazionale di Roma in anteprima per la stampa il 22 ottobre alle 21:30 nello Studio 3 del Parco della Musica. Per il pubblico sarà visibile il giorno successivo nello stesso luogo, ma in Sala Petrassi, alle 19:00 e sarà replicato al Multisala Cinema Barberini il 24 ottobre alle ore 15:30.

Il film, ambientato nell’area del Delta del Posi compone di due episodi: ‘Il pesce siluro è innocente’ di 60 minuti e ‘Per soli uomini’ di 83 minuti. Nella prima parte sono protagonisti due consumati pescatori di anguille nella sacca di Gorouna giovane donna e un uomo dediti alla raccolta delle vongole e delle cozze e un pescatore che alleva pesce da spettacolo lungo i canali del Po: ossia esistenze di uomini e donne che svolgono lungo questo corso d’acqua il lavoro quotidiano. Essi seguono i ritmi e le stagioni di questo fiume, che definiscono le loro attività e al contempo sono messi in scena il passare del tempo e il futuro incerto della pesca di ogni giorno. I gesti e le poche parole che emergono dal silenzio e dal rumore del fiume vengono usate soltanto per denunciare che qualcosa è irrimediabilmente perduto, che esistono dei responsabili e che il pesce siluro, a volte additato come predatore e distruttore delle specie ittiche di questa zonaè innocente riguardo a questo fatto.

Nella seconda parte lungo il Po di Maistranella località di Ca’ Pisani, in una delle valli che il fiume crea alla sua foce, vivono tre uomini (Gabriele, il capo, Claudio ‘Sgalambra’e Giorgio ‘Bertinotti’), dediti all’allevamento di pesce. La valle è un ecosistema a sé, tenuto in vita dal movimento dell’acqua e dalla vigilanza ossessiva di questi personaggi, in moto continuo dai loro casoni solitari, vaghi ma attenti camminatori, che accudiscono centinaia di pesci del Po. Tali pesci lottano per sopravvivere alla mancanza di ossigeno, agli attacchi dei cormorani e dei gabbiani e alle variazioni climatiche. Un’area del Po con rarissime intromissioni del mondo esterno, ma ricca di ironia e sarcasmo verso il mondo modernizzato e attuale, che questi personaggi guardano da lontano.

Abbiamo intervistato Elisabetta Sgarbiregista di ‘Due volte Delta su alcuni aspetti legati all’area del Delta del Po legati che ritroviamo nel film.

 

Lei come descrive la vita intorno al delta del Po, quali zone vengono interessate dalla narrazione nel suo film e perché questa idea?

Nei due film si abbraccia l’intero arco del Delta, le cinque dita, cioè i cinque rami in cui il Po si smembra per accedere al mare, dal Po di Volano al Po di Maistra. È  un’area che attraversa due regioni, ma fortemente unitaria, una regione a sé, penso di poter dire, fatta di uomini che vivono nel Delta e del Delta. Tento di non aggiungere nulla, ma li vediamo nella loro quotidianità, il più possibile nascondendoci.

Lei aveva già parlato del delta del Po nei suoi film del 2013: ‘Racconti d’ Amore’ con la storia tra le altre di un fuggiasco portato in salvo da due staffette attraverso i canali del delta del Po e in ‘Quando i tedeschi non sapevano nuotare’ sulla resistenza in tempo di guerra affidata alle donne e sulla disfatta tedesca nell’aprile del 1945 incentrato sulla vita attorno al fiume Po. Come mai è tornata sul tema del delta del Po dopo un anno? C’è qualcosa che la lega a questo luogo in maniera particolare?

Ci sono ovviamente le mie radici, nel fiume. Essendo cresciuta lungo i suoi argini, poco prima che il fiume diventi Delta.

Nei due film che menziona, del 2013, in particolare in “Quando i tedeschi” ero andata alla ricerca di testimoni del tempo e di storici che ricostruissero la resistenza in un territorio che spesso la storiografia ha poco curato. Qui, nei due film di quest’anno, le persone non raccontano di un passato, ma vivono nel loro elemento – l’acqua, la pesca – e si mostrano.

A partire dal XIX secolo sono avvenuti cambiamenti per impedire lo sviluppo del delta del Po verso Venezia costringendo il fiume a sfociare verso la costa emiliana come si sono ripercossi nella vita sociale e lavorativa dei suoi abitanti?

Anche prima del XIX secolo, se pensiamo a Taglio di Po. Le prime conseguenze le hanno tratte le nobili casate veneziane, i Foscari, i Venier, i Pisani che hanno potuto acquistare ampie zone, adibirle alla caccia in valle, alla pesca e alla coltivazione. Proprio in una di queste valli, a Ca’ Pisani – ora di proprietà di una famiglia padovana, i Ravagnan – è legato il film ‘Per Soli uomini’

Nel corso del XX secolo l’uomo esercita la sua maggiore pressione sul delta del Po attraverso opere di bonifica e urbanizzazione di vaste aree mirate all’estrazione di acque metanifere e il prelievo di inerti dagli alvei del Po e dei suoi affluenti che hanno determinato un arretramento del delta stesso. Come queste hanno influito sulla vita degli abitanti del delta del Po?

In parte lo ha raccontato Carlo Mazzacurati, è stato tra i primi a farlo. Nel mio film si denuncia non tanto l’urbanizzazione (cosa, peraltro abbastanza contenuta, e inevitabile) ma l’industrializzazione dell’agricoltura che, grazie alle piene degli ultimi 30 anni, porta in acqua sostanze tossiche. Ad esse sarebbe da addebitare la scomparsa di molte specie di pesce, che è il grande problema del fiume.

Negli ultimi 60-70 anni fino ad oggi come si è modificato l’ambiente del delta del Po?

È un’area vasta, quindi ci possono essere diverse situazioni. Però, mi lasci dire che il Delta è paesaggisticamente piuttosto intatto. Cambia antropologicamente, cambiano i lavori e le modalità in cui esso si svolge, ma su alcuni luoghi emblematici del Delta gli occhi di oggi vedono quello che Rossellini vedeva subito dopo la guerra.

Lei parla principalmente della vita lungo e sul fiume. Ci descrive come è cambiata la vita degli abitanti del delta del Po dal punto di vista sociale negli ultimi 60-70 anni?

Nel film si racconta anche di come è cambiata l’acqua, di conseguenza di come sono mutate le specie di pesce (cosa è rimasto e cosa è scomparso), e di conseguenza di come sono mutate le attività, e quindi anche le persone che quelle attività svolgono rispetto ai loro padri.

Alcuni degli abitanti del delta del Po seguono ancora il ritmo del corso del fiume e delle stagioni? E se sì in che modo e come vengono da Lei descritti nel film?

L’area geografica del Delta è ancora un mondo che ruota intorno alla natura del fiume, ai suoi ritmi. Ci sono le stagioni e rispetto ad esse si definiscono le attività. Nella valle di Ca’ Pisani, luogo del primo film, ‘Per soli uomini’, la rotazione delle stagioni è fondamentale.

Nel delta del Po la pesca ha ancora un futuro incerto come in passato o le nuove tecnologie hanno in parte attenuato questo problema?

Esiste un problema quantitativo. Nelle aree di pesca, dove si è verificata una certa industrializzazione dei processi, intere comunità – intendo intere famiglie, padre madre e figli – si dedicano, che so, alla pesca delle vongole. Ora, uno dei problemi sollevati dai pescatori del luogo è che il numero dei pescatori aumenta, a fronte di una domanda del mercato che va assottigliandosi.

Il pesce siluro è responsabile o innocente, in quanto egli stesso predatore di molte specie ittiche, riguardo al danneggiamento di alcuni pesci presenti dell’ecosistema del delta del Po, già di per sé minacciato dall’inquinamento e dalla costruzione di dighe?

E’ difficile pensare che a un pesce si possano rivolgere le colpe di una sparizione così ampia di specie. È più facile pensare che sia stato l’uomo. Peraltro, ora, è in grande difficoltà lo stesso pesce siluro. Che è colpevole perché è brutto, secondo un tipico clichè….

La vita del delta, lungo il Po di Maistra è ancora un mondo a sé lontano da quello moderno ed antropizzato delle nostre città, ancora affidato ai suoi ‘vigilanti’ che controllano i pesci e che vivono nei casoni- relitto o qualcosa sta cambiando anche in quel luogo?

Nessun luogo, credo, sia davvero irraggiungibile. Esistono i telefoni, i giornali, forse anche internet anche nelle valli.

Ma sono connessioni più difficili, intermittenti, difficoltose. Nelle nostre città utilizziamo internet o la mail o il telefonino, dando per scontata un’ininterrotta e funzionante connessione. In valle non è così scontato, e questo genera una minore fiducia nei mezzi tecnici. E poi, il loro, è un lavoro da svolgere con gli occhi e l’intuito, personale. Devono essere connessi con il problema che la natura crea in quel momento e in quel posto. Aggiungo, nota dal film, che i telefonini dei pescatori mimano la natura. Il loro squillo è il canto di un gallo.

Nel suo film ‘Due volte Delta’ il racconto della pesca è il senso del fiume e il fiume è il senso stesso della vita dei pescatori che del proprio lavoro quotidiano fanno un assoluto o c’è anche un’altra interpretazione?

Io penso che emerga un amore e un orgoglio per quello che si fa. Un dare importanza ai singoli gesti, alle singole parole, perché ogni volta irripetibili.

 

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