domenica, Settembre 19

La vita nei ghetti francesi field_506ffb1d3dbe2

0
1 2


Nel nord della Francia, Omar, venditore al mercato di Wattrelos (vicino a Roubaix), dove il 45% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, ovvero con meno di 900 euro al mese, dice che “lavorando dal 5 al 10 del mese, la gente vive dei sussidi. È la città meno cara di tutta la Francia, non serve uno stipendio importante per vivere ma bisogna accettare di stare insieme a persone che non hanno un lavoro e sono emarginate, c’è molta precarietà. I giovani si sono mobilitati ma a livello amministrativo nessuno li ascolta”. Nel 2012, in questi quartieri la media degli abitanti viveva con 1.073 euro al mese, circa 70 euro in più rispetto alla soglia di povertà (1.001 euro nel 2012) e nettamente meno rispetto al livello di vita di coloro che abitano nelle città intorno a questi quartieri. Tali luoghi sono definiti dal reddito ma non è altrettanto facile misurare le differenze territoriali in termini di qualità di vita. Secondo l’Istituto nazionale di statistica e studi economici (Insee), nel 2014 il tasso di disoccupazione aumenta e arriva al 27% nei quartieri poveri contro il 10% degli altri agglomerati urbani: “il tasso di disoccupazione tocca tutti i livelli di qualifica”.

I quartieri definiti prioritari dallo Stato si trovano soprattutto nei grandi centri urbani. Vi abitano 4,8 milioni di persone tra i quali ci sono molti giovani, provenienti da famiglie numerose e straniere. Questi territori costituiscono una parte della Francia popolare, poco istruita, spesso disoccupata e dal reddito basso. Qui vivono molte persone che non provengono da un Paese dell’Unione Europea e che non possono accedere a circa cinque milioni di posti di lavoro. A questo si aggiungono anche discriminazioni nelle assunzioni di cui sono vittime le “minoranze visibili”. Molti dei giovani che provengono dalle città dichiarano che “quando si ha un nome come Mohamed si è già discriminati per un colloquio di lavoro e se sul CV si scrive il quartiere di residenza, anche se si è laureati, nessuno ci dà la possibilità di lavorare”.

Per coloro che invece hanno un lavoro, la precarietà è all’ordine del giorno. Il 21% degli attivi occupati tra i 15 e i 64 anni in questi quartieri ha un contratto a tempo determinato, interinale o di stage. Sempre a Roubaix, Jean lavora per 700 euro al mese in un’impresa di pulizie. “Non vivo come un disgraziato, riesco a cavarmela con i sussidi che mi permettono di raggiungere, insieme al mio stipendio, 1.200 euro per occuparmi dei miei cinque figli”. Un quarto dei residenti in questi quartieri ha meno di 14 anni. Sono tante anche le famiglie molto numerose e quelle con un solo genitore.

Queste zone non si assomigliano per niente tra di loro: il tasso di povertà varia dal 25 al 75 per cento. La decina di ‘città’ che fanno notizia, talvolta associate alla poca sicurezza e a diversi tipi di traffici, soprattutto di stupefacenti, non sono rappresentative di tutti questi quartieri. Garges-lès-Gonesses, La Courneuve, Aubervillier, sono circa nove su dieci i comuni con il tasso di povertà alle stelle che si trovano nella banlieue parigina. Queste banlieue sono spesso viste male ed è difficile entrarci, come nel caso in cui i pompieri debbano intervenire per soccorrere qualcuno. Tali interventi non avvengono mai senza vetture della polizia che fanno da scorta, spesso attaccate con pietre o molotov. Nel 2005 Nicolas Sarkozy durante una visita a Argenteuil aveva promesso agli abitanti che “avrebbe ripulito col karcher le banlieue e li avrebbe liberati dalla feccia che le popolava”. Più di dieci anni dopo nulla è cambiato. Anzi, i ragazzi si sentono ancora più colpiti. Grandi edifici costruiti negli anni ’50 per rispondere a una domanda di alloggi esponenziale. Le persone però si sentono ghettizzate e gli vengono offerti pochi lavori e poche attività culturali. Si parla della crisi delle banlieue dagli anni ’80, la Francia conta 750 città sensibili e il governo prende tempo per affrontare veramente il problema.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->