domenica, Giugno 13

La via per salvare l’Europa: coinvolgere i cittadini Intervista ad Henri Malosse, presidente del CESE

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Henri Malosse

Il CESE è l’organo consultivo delle istituzioni europee (Parlamento, Commissione e Consiglio) che offre pareri sulle politiche europee. I membri del CESE rappresentano un ampio ventaglio di interessi economici, sociali e culturali nei rispettivi paesi. All’interno del Comitato essi sono divisi in tre gruppi: “Datori di lavoro”, “Lavoratori” e “Attività diverse” (agricoltori, consumatori, ambientalisti, associazioni delle famiglie, ONG ecc.). In questo modo costituiscono un vero e proprio ponte tra l’UE e le organizzazioni della società civile degli Stati membri.

Henri Malosse, francese di famiglia corsa, è il 30eismo presidente del CESE. Proviene dal Gruppo dei Datori di Lavoro ed è stato l’ispiratore degli Euro Info Centres, i centri di informazione sulle politiche europee creati in oltre 300 Paesi e città europei. E’ un convinto sostenitore del ruolo dell’Europa nella creazione della cittadinanza europea.

 

Quale Commissione europea vorrebbe vedere al timone dell’Europa il prossimo autunno?

Quello di cui abbiamo bisogno oggi è una Commissione europea che sappia assicurare l’interesse generale e che non cerchi di piacere a questa o a quella capitale, anche se si tratti del Paese più potente oggi in Europa! Immagino una Commissione europea saldamente ancorata alle iniziative dei cittadini e agli attori economici e sociali più che alle lobby private o ad oscuri “think-tank”. Immagino una Commissione europea che consacri l’essenziale dei suoi sforzi ad un ritorno alla crescita e all’occupazione invece di occuparsi dei sacchetti di plastica o delle dimensioni delle gabbie per i polli.

Nei cinque anni di vita di questo Parlamento è stato introdotto per la prima volta il principio della partecipazione diretta dei cittadini al processo legislativo con l’entrata in vigore dell’Iniziativa dei Cittadini Europei.  Lei pensa che la Commissione abbia saputo gestire bene questa iniziativa? Oppure che si sia trattato soltanto di un contentino per dare l’impressione di far apparire più democratico il sistema europeo?

Il Consiglio europeo considera  l’Iniziativa dei Cittadini Europei alla stregua di un “gadget”, la Commissione la vede come una perdita di tempo.  Il regolamento attuale preparato dalla Commissione europea e adottato dal Consiglio è un perfetto modello di burocrazia! Basti pensare ad esempio alla questione della protezione dei dati personali (dei firmatari delle iniziative europee, ndr) che viene gestita al livello nazionale! In altre parole ogni paese può decidere autonomamente come garantire la privacy dei propri cittadini.

Nel caso dell’Iniziativa dei Cittadini Europei chiamata “Right 2Water“ (Diritto all’Acqua, ndr), la prima in assoluto ad aver superato la soglia di un milione di firme in almeno cinque paesi europei (le firme raccolte per “Right 2Water” sono state quasi un milione e mezzo in ben sette Paesi ndr),  la Commissione europea ha perso un’occasione per inviare ai cittadini un segnale positivo a poche settimane dalle elezioni europee. Checché si pensasse di “Right 2Water”, perché non sottoporre l’iniziativa anche al parere del Parlamento europeo e del Comitato Economico e Sociale europeo? Perché una tale arroganza? (L’iniziativa è stata in pratica accantonata dalla Commissione europea dopo un buffetto di apprezzamento e un elogio verbale, ndr).

Come vede l’idea della partecipazione dei cittadini nel processo europeo? Pensa che ciò possa creare una vera base democratica in Europa? E che possa incoraggiarli a sentirsi più coinvolti nelle questioni europee?

Sono convinto che siamo arrivati ad un momento di svolta in cui i cittadini chiedono all’Europa di rimettersi su una vera carreggiata democratica. Per questo motivo lo scorso febbraio ho firmato insieme a Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, e a Ramon Luis Valcárcel Siso,  presidente del Comitato delle Regioni, un accordo storico che permette di rafforzare il polo “cittadino” sullo scacchiere brussellese. I cittadini non sono contro l’Europa, sono contro un sistema tecnocratico che vive chiuso su se stesso e non per i cittadini che dovrebbe invece servire!  L’Europa va rimessa sulla buona strada, al servizio cioè dei cittadini.  E il successo dell’Iniziativa dei Cittadini europei è la conferma del fatto che i cittadini chiedono una Unione europea sempre più disposta ad ascoltarli.

C’è il rischio di un forte astensionismo alle prossime elezioni europee. Lei lo vede come un vero pericolo o pensa invece che il sistema sia in grado di gestire le fiammate estremiste della protesta in Europa?

Quale scelta viene offerta agli europei per queste elezioni? Innanzitutto ci sono gli euroscettici che auspicano un’Europa puramente intergovernativa. E purtroppo sappiamo dove questo rischia di portarci : verso il declino definitivo del nostro continente sulla scena mondiale.

Dall’altro lato ci sono gli euro-entusiasti, che propongono un rapido passaggio ad un’Europa federale sul modello degli Stati Uniti d’Europa. Nel contesto attuale, mi pare illusorio chiedere agli europei di aderire a un progetto che implica un trasferimento di sovranità in materia economica ma anche politica verso Bruxelles che rappresenta ai loro occhi l’austerità e la tecnocrazia. C’è poi lo status quo auspicato dalla grande maggioranza dei partiti tradizionali che sostengono il modello ibrido di un’Europa a mezza strada tra l’intergovernativo e il comunitario. Un modello caratterizzato in questi ultimi anni da una successione di crisi, di dichiarazioni senz’anima, di proposte insoddisfacenti di esperimenti istituzionali raffazzonati.

Ma nessuna di queste tre strade porta ad una soluzione concreta. Non deve quindi stupire che la maggioranza degli europei dice di voler dedicare la giornata del 25 maggio ad una passeggiata nel bosco o pensa di andarsene a pescare!

Come prevede lo scenario europeo alla fine di quest’anno?

Io non credo nella fatalità e penso che esista  una quarta via, un percorso più pragmatico. Per ridare fiducia ai cittadini e riportare la solidarietà in seno all’Europa la priorità è ritrovare la via della convergenza. L’Europa deve limitarsi ad intervenire nei settori in cui essa può avere un valore aggiunto: la reindustrializzazione dei nostri territori sarebbe quindi un elemento di importanza vitale per riprendere il cammino verso la crescita e l’occupazione. L’Ue dovrà quindi puntare a realizzare convergenze fiscali e sociali, come ci ha insegnato la crisi greca. Dobbiamo ritrovare il senso dell’integrazione politica attraverso azioni concrete come l’imposizione forfettaria di un reddito minimo ma cercare anche di incoraggiare la ricerca e l’innovazione, l’istruzione e la coesione sociale.

Questa via verso quella che definirei un’Europa solida e solidale non si può percorrere senza il coinvolgimento permanente dei cittadini europei, attraverso i  parlamenti nazionali e il parlamento europeo, le iniziative cittadine e la società civile. Bisogna costruire una coalizione di idee per portare avanti questa battaglia. Una battaglia che io sono ben deciso a combattere.

 

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