martedì, Settembre 28

La via del terrore tra Bruxelles e Italia

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Se il Belgio è uno ‘stato fallito’ di fronte all’offensiva del terrorismo di matrice islamica, viene da chiedersi noi come stiamo. Ché sulla strada da Bruxelles all’Italia possiamo individuare fortunate differenze ma anche inquietanti analogie. Tre elementi ‘difendono’ il nostro Paese e lo differenziano dagli altri Stati europei in cui gli attentati si sono già dispiegati dal dopo 11 settembre 2001. Anzitutto un insediamento più recente e ‘civile’ degli immigrati islamici, non frutto di presenze coloniali, e poi l’assenza di impegno diretto in aree di guerra. Ma soprattutto l’aver avuto a che fare sia con organizzazioni ‘terroristiche’ nostrane di criminalità organizzata, a partire dalla mafia, che con eversori politici di destra e sinistra: questo ha probabilmente ben rodato le nostre forze dell’ordine ed i servizi segreti. Insomma dobbiamo paradossalmente quasi ‘ringraziare’ Totò Riina, Nar e Brigate Rosse se siamo allenati. Sino al punto da poter arrivare persino a credere ad Angelino Alfano quando il Ministro dell’Interno rappresenta i «successi preventivi» ora conseguiti.

Poi c’è, appunto, la questione tratteggiata da Lucia Annunziata sul suo ‘Huffington Post’. «Il Belgio si è confermato (…), come del resto molti ripetono sottovoce da mesi, uno stato fallito. Proprio così viene detto nei giri diplomatici e di intelligence: fallito esattamente come si dice per la Siria o l’Iraq. (…) Nonostante gli aiuti di analisi e di logistica, di appoggi militari e di intelligence da parte di mezza Europa, Francia, Inghilterra, Germania, e Stati Uniti, il governo di Bruxelles non è stato in grado di identificare e ancor meno fermare la macchina terroristica saldamente piantata nelle sue viscere». Il ‘New York Times’ proprio il giorno precedente quest’ultimo eccidio ha reso pubblico il rapporto della polizia francese sui fatti del Bataclan. Individua una realtà peggiore di quanto si riteneva sinora. «Il doppio giro di attentati messo in atto per modalità e tempistica rende evidente una preparazione militare di alto livello. Che punta all’esistenza di una organizzazione forte, con capacità logistiche serie, e con una regia che conosce molto bene tecniche e tattiche di guerra». Infine la domanda cruciale: «Chi finanzia questo fronte? (…) Macchine, armi, spazi in affitto, viaggi. Qualcuno paga. Così come qualcuno paga la enorme rete dell’Isis nei territori che occupa: oppure davvero vogliamo credere che la gestione di parte di Iraq e Siria, l’organizzazione di spedizioni in Libia e di attentati in Europa, siano finanziati solo dal traffico illegale di petrolio, antichità’ e prostituzione?». Sono gli interrogativi cui occorre dare prioritariamente risposta.

E’ l’analisi che Lorenzo Cremonesi sul ‘Corriere della Sera’ definisce a partire dagli studi del politologo francese Gilles Kepel, con l’ovvia ma dettagliata previsione dell’intelligence che ancora attentati siano da prevedere. Belgio. Poi altri. E poi Italia. E quindi naturalmente Roma, con gli scenari inevitabilmente connessi all’ingolosimento che deriva dall’obiettivo Vaticano. La strage di Madrid dell’11 marzo 2004 cambiò l’atteggiamento nei confronti delle elezioni di Spagna che portarono alla guida del Paese Josè Zapatero. Avrà comunque conseguenze anche la temperie attuale, negli Stati Uniti come da noi. Tragicamente quasi un filo rosso lega l’incidente spagnolo delle tredici ragazze europee, sette italiane, dell’ ‘Erasmus’ di lunedì 21 marzo e la strage della capitale belga di martedì 22. Quasi che i due avvenimenti così diversi tra loro, incrociandosi, interrogassero in maniera decisiva l’identità europea. Ponendo domande cui non si possono dare risposte banali, ma ci chiedessero finalmente di avviare una riflessione seria su di noi. E’ più di una guerra, ma non è una guerra, dice Aldo Cazzullo sempre sul ‘Corriere della Sera’, e in effetti bisogna approcciarsi con mentalità diverse. E nuove.

Adesso tutti hanno ricette prêt-à-porter, che poi sono sempre quelle. Diciassette milioni di islamici vivono nei confini dell’UE, e dunque… «Cacciamo l’Islam da casa nostra» tuona Alessandro Sallusti su ‘il Giornale’, un numero da collezione in cui le tesi che in realtà più favoriscono, per contrappasso, il terrorismo vengono sviluppate anche da MagdipococristianoAllam e Gian Micalessin, Vittorio Feltri, Nicola Porro, Alessandro Gnocchi e Renato soloiosonocristiano Farina. Occorre reagire rifuggendo da risposte fondate sulla paura come avvenne per le Torri gemelle di New York e lo ‘spianamento’ dell’Iraq che ha aperto le porte alla diffusione dello Stato Islamico. Prendiamo atto che un agente segreto dice a ‘il Fatto Quotidiano’ che «può succedere un attentato anche da noi, ma la proporzione del rischio è di settanta a uno. Qui non ci sono radici». Speriamo, ci contiamo anche se non troppo. L’unica ricetta sicura è che non ci sono ricette facili e univoche. Ed è l’unico modo serio per cercare di affrontare l’esistente e salvare non solo il salvabile, ma il futuro.

 

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