giovedì, Maggio 13

La verità sugli ordigni della Corea del Nord

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Quella accaduta nell’Oriente del mondo è una vicenda molto delicata che impone sangue freddo e la determinazione di conoscere con cura quanto sta avvenendo negli scacchieri internazionali di regioni che non hanno mai brillato per i loro rapporti di buon vicinato. Chi, infatti, ha un po’ di memoria storica ricorderà l’orrore del conflitto combattuto nella penisola coreana, iniziato il 25 giugno 1950 prendendo a pretesto un presunto sconfinamento nel settore della città di confine Henju del Paese adiacente, a cui seguì una rapida risposta delle Nazioni Unite che pur in assenza di una dichiarazione di guerra da parte del Congresso, portarono gli Stati Uniti a intervenire militarmente per rovesciare il Governo nordcoreano guidato da Kim Il-Sung, (nonno di Kim Jong-Un) che aveva da poco compiuto 38 anni.

Quella fu una delle fasi più acute della guerra fredda, con il rischio di uno scontro globale e già allora l’inadeguato utilizzo di ordigni nucleari. Una controversia che causò quasi tre milioni di perdite umane. E dopo l’armistizio del 1953, maturato senza un trattato di pace, le ostilità diplomatiche tra Seul e Pyongyang non si sono mai placate, così lo scontro sul 38° parallelo continua a rappresentare una tra le più violente e meno conosciute tragedie umane, aggravato dal fatto che storicamente è stato il primo -e speriamo ultimo- duello diretto su vasta scala tra le due superpotenze.

Su questa base si fonda la preoccupazione che ci ha fatto considerare il momento politico attuale assai pericoloso e se dobbiamo avere la consapevolezza che l’esistenza di un regime così imprevedibile giustifica la dislocazione di un potenziale offensivo assai elevato è sostenibile ritenere che il regime di Kim Jong-Un oggi sia un’opportunità di presidio piuttosto che una minaccia strategica. Ma nemmeno si può trascurare la prossimità della Cina, che qualcuno considera un osservatorio per testare fino a che punto le bizzarrie di un piccolo dittatore possano essere tollerate dal rigore americano senza dar luogo a una reazione diretta.

Quello che può aver ordinato il giovane Kim Jong-Un a due giorni dal suo compleanno è argomento che quindi non tocca solo a scienziati e analisti.
Secondo alcune immagini satellitari, nel poligono di Masudan-ri situato nella parte meridionale della provincia di Hamgyŏng-pukto sarebbero disponibili i missili a lunga gittata Taepodong-2, compatibili con le testate nucleari millantate (speriamo!) dalla anchorwoman Ri Chun-Hee della ‘Chosŏn Chungang T’ellebijyon‘, l’emittente televisiva coreana. Ma da un think-tank americano, il docente universitario Scott Bruce, già da tempo ha minimizzato il pericolo missilistico nord-coreano e pur ammettendo che i vettori della dinastia Kim siano tecnologicamente allo stesso livello di quelli del suo Paese, ha affermato che l’arsenale non è ancora in grado di operare e del resto la Corea del Nord è tuttora sottoposta a pesanti sanzioni internazionali e dunque non ha capacità di reperire autonomamente i mezzi utili. L’affermazione dell’analista americano poi è confutata dal fatto che nel 1998 il programma Paektusan, ovvero un missile Taepodong-1 a cui fu aggiunto un terzo stadio, tentò l’avventura dell’autonomia spaziale con a bordo il piccolo satellite Kwangmyŏngsŏng-1. La missione tuttavia non ha mai raggiunto l’orbita a causa di un malfunzionamento del lanciatore.

Se la modesta realtà nordcoreana abbia o meno i lanciatori adatti per inviare i suoi ordigni verso il nemico è da appurare con estrema accuratezza e il fatto che la regione governata dall’ultimo Kim abbia l’opportunità di sopravvivenza di poche ore, se dovesse commettere un misfatto ai danni di una grande potenza, è altro argomento perché dietro le piccole Nazioni e i piccoli dittatori ci sono sempre dei colossi che alimentano le tensioni internazionali con la fornitura di armi e di tecnologie per garantirsi le zone di influenza quanto più possibili estese.

Dunque, se da una parte ci poniamo il dilemma sulla veridicità di tutte le notizie che circolano in rete, dall’altra temiamo le reazioni che possono determinare delle risposte militari di quei Paesi che detengono le massime deterrenze distruttive e che devono rispondere, oltre che al buon senso, anche alla furiosa reazione delle popolazioni che ne eleggono le rappresentanze. Per questo ci piace chiudere queste riflessioni con una frase di un sopravvissuto di Hiroshima riportata da Elsa Morante ne ‘La Storia. «Non c’è parola, in nessun linguaggio umano, capace di consolare le cavie che non sanno il perché della loro morte».

 

 

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