venerdì, Settembre 17

La verità del Colle sulla trattativa Stato-mafia: pubblicata la deposizione di Giorgio Napolitano. Istituzioni al corrente del ricatto mafioso

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Napolitano trattativa

Il Qurinale pubblica la trascrizione dell’udienza di Giorgio Napolitano al processo sulla trattativa Stato-mafia. Il ministro dell’Interno Angelino Alfano si trova in bilico a causa dei manganelli alzati a Roma dalla polizia contro gli operai della Ast di Terni. Matteo Renzi, sempre alle prese con la questione Lavoro, sceglie a sorpresa Paolo Gentiloni per coprire il posto di ministro degli Esteri lasciato vacante da Federica Mogherini. L’Istat certifica l’aumento della disoccupazione a settembre. Caso Cucchi, sentenza di appello: tutti assolti per insufficienza di prove i sei medici, tre infermieri e tre agenti della penitenziaria condannati in primo grado. «Sentenza assurda» ha detto in lacrime Ilaria Cucchi. Grida vendetta il commento di Carlo Giovanardi: «Non ci fu pestaggio, morì di fame e di sete». Nessuna giustizia per Stefano.

È stata pubblicata oggi sul sito ufficiale del Quirinale la trascrizione integrale ‘dell’udienza dedicata alla testimonianza resa dal Presidente Napolitano davanti alla II Sezione della Corte d’Assise di Palermo’ nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Un documento lungo 84 pagine dato in pasto alla stampa con una solerzia inaudita, a soli tre giorni dalla storica deposizione rilasciata dal numero uno del Colle, forse per allontanare dall’opinione pubblica i dubbi emersi sulle responsabilità avute dalla politica durante i tragici fatti del 1992-93. Tra i passaggi più importanti c’è la conferma della consapevolezza ai più alti livelli del ricatto mafioso che, risponde il presidente al pm Nino Di Matteo, «aveva per sbocco la destabilizzazione politico-istituzionale del paese. Probabilmente presumendo che ci fossero reazioni di sbandamento delle Autorità dello Stato». Sollecitato sull’episodio del timore confessato dall’allora presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi, di trovarsi di fronte ad un «colpo di Stato», Napolitano ammette che il blackout delle centraline telefoniche di Palazzo Chigi avvenuto nell’agosto 1993 è «un classico ingrediente di colpo di Stato». Storicamente fondamentale anche il passaggio su Loris D’Ambrosio. Napolitano conferma che il suo consigliere giuridico gli «aveva solo trasmesso un senso di grande ansietà e anche un po’ di insofferenza per quello che era accaduto con la pubblicazione delle intercettazioni di telefonate tra lui stesso e il Senatore Mancino», ma nega decisamente di avergli chiesto conto degli ‘indicibili accordi’ messi nero su bianco da D’Ambrosio nella famosa lettera che per il presidente «fu un fulmine a ciel sereno».

 Tra i molti commenti alla vicenda da segnalare quello, clamoroso, del senatore del Ppi Tito Di Maggio. «Adesso è perfettamente chiaro a che cosa servisse l’inutile audizione del Presidente della Repubblica», attacca Di Maggio, «serviva solo ed esclusivamente a costruire una nuova puntata di Servizio Pubblico, che potesse tornare a far da megafono a quell’indicibile e osceno processo di Palermo, che non avendo alcun supporto probatorio continua ad essere celebrato attraverso i media dai professionisti dell’antimafia in servizio permanente ed effettivo». Peccato che il Tito Di Maggio membro della commissione Antimafia (non è uno scherzo), per chi non lo sapesse, sia anche il fratello del giudice Francesco Di Maggio, voluto da Oscar Lugi Scalfaro nel giugno 1993 come vice di Adalberto Capriotti alla guida del Dap (al posto del ‘torturatore’ Nicolò Amato) e sospettato, quindi, di fare parte di quell’ala ‘trattativista’ dello Stato personificata dall’allora capo dello Stato.

Angelino Alfano presenta in conferenza stampa a Palazzo Chigi l’operazione ‘Tritone’, «condotta dall’agenzia europea Frontex», che sostituirà ‘Mare nostrum’, l’azione italiana di salvataggio dei migranti nel Mediterraneo osteggiata ferocemente dalla Lega di Matteo Salvini. Il ministro dell’Interno prova così ad allontanare lo spettro della sua responsabilità per le manganellate sferrate dalla polizia mercoledì scorso a Roma contro gli operai della Ast di Terni. Ma il 50% degli italiani vuole le sue dimissioni. È questo il risultato di un sondaggio realizzato dall’Istituto demoscopico Ixè. Dello stesso parere sono i parlamentari di Sel e M5S, Arturo Scotto e Andrea Cecconi, che ieri hanno presentato alla Camera una mozione di sfiducia contro il ministro ‘a sua insaputa’, già protagonista dei casi Shalabayeva, Dell’Utri, Gambirasio, prima di venire messo nei guai dai manganelli di Torino e di Roma. Una mano al ‘traditore’ Alfano, se pur intinta nel veleno, la porge il forzista Giovanni Toti. «Ho visto che c’è una mozione di sfiducia contro Alfano, dovrebbe rifletterci il ministro, noi non la voteremo», rassicura e punge il consigliere politico di Berlusconi.

Intanto sul fronte lavoro il segretario Fiom Maurizio Landini, che ha rotto gli indugi annunciando entro novembre lo sciopero generale di otto ore dei metalmeccanici ‘rossi’, abbassa i toni ma rilancia la lotta. «Basta Leopolde, basta discussioni tra chi la pensa allo stesso modo. Basta a un modello che salta ogni mediazione e dove chi comanda parla direttamente con il popolo senza intermediazione. Questo processo porta a una riduzione degli spazi democratici», dice Landini intervistato da ‘Repubblica’ cercando al contempo di smorzare le reazioni violente alle botte di Roma quando aggiunge che «le risposte arrivate dal governo fanno pensare che episodi di quel genere non si ripeteranno più». Matteo Renzi -che stamattina ha ricevuto a Palazzo Chigi il presidente del World Jewish Congress, l’americano Ronald Lauder- si ritrova stretto in una tenaglia bipartisan. Non solo Landini e Camusso ‘da sinistra’, ma anche dalla destra al governo rappresentata dall’Ncd di Alfano. «Se il governo accetta di cambiare la legge delega sul lavoro rompendo la sua maggioranza ed inseguendo le pressioni della Fiom non solo mette in discussione la propria stabilità ma compromette la propria credibilità che è alla base della condivisione europea della manovra», minaccia questa mattina il Presidente dei senatori alfaniani Maurizio Sacconi. La linea dell’ex socialista craxiano sul jobs act è quella che potremmo definire Treu-Biagi-Ichino, il dogma giuslavorista del precariato a vita da cui Renzi non dovrà discostarsi pena una crisi di governo.

Quello di Paolo Gentiloni è il nome inaspettato uscito dal cilindro del ‘mago di Rignano’ per ricoprire la casella della Farnesina lasciata vuota da Federica Mogherini traslocata a Bruxelles nel ruolo puramente ornamentale di Alto Rappresentante per la politica estera della Ue. Il parlamentare già rutelliano e fondatore del Pd, risvegliatosi poi ‘renziano della prima ora’, ha giurato al Quirinale nel tardo pomeriggio. Ma già durante il suddetto incontro d’affari con i rappresentanti degli ebrei nel mondo il premier era tornato sulla questione, confermando di essere intenzionato a chiudere «il più presto possibile» il toto-Farnesina. Detto, fatto. Buon per Renzi che ieri aveva dovuto subire la reprimenda del Capo dello Stato che aveva bocciato i nomi di candidati con zero spessore internazionale, ma di infinita fedeltà al renzismo come quello della giovane e sconosciuta Lia Quartapelle. Chi sa perché allora Re Giorgio si è accontentato del super-renziano Gentiloni. Lady Pesc gli augura «buon lavoro». Il capogruppo al Senato del M5S Alberto Airola lo definisce, invece, «un politico per tutte le stagioni» che ha avuto «una vita vissuta per la poltrona».

Un’ennesima doccia fredda per il governo Renzi arriva dall’Istat, l’Istituto Nazionale di Statistica che, stando ai nuovi canoni renziani imposti alla politica, dovrà essere annoverato da oggi in poi nella folta schiera dei ‘gufi e rosiconi’ perché, si legge in un rapporto on-line relativo al mese di settembre, «il tasso di disoccupazione è pari al 12,6%, in aumento di 0,1 punti percentuali sia in termini congiunturali sia nei dodici mesi». Un aumento dello 0,3% da agosto con il numero dei disoccupati, pari a 3 milioni 236 mila, aumentato dell’1,5% rispetto al mese precedente (+48 mila) e dell’1,8% su base annua (+58 mila). I soliti media di Regime vedono il bicchiere mezzo pieno della crescita dei posti di lavoro, derubricando a ‘speranza nel futuro’ l’iscrizione di un numero sempre crescente di disperati nelle inutili liste di collocamento. Naturalmente ‘il premier dalle mille promesse’ non perde l’occasione per twittare: «#italiariparte». Twitter e manganello renzista perfetto, sarebbe il caso di dire.

 

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