sabato, Aprile 17

La vendetta di Vasto, forse un crimine collettivo

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In qualche modo tutti sappiamo esattamente, almeno sulla carta, cosa è giusto e cosa è sbagliato. Già, perché la vita è forse più semplice di come la descrive la psicoanalisi, bisogna esserci per capire, scendere in strada, non basta riflettere, elucubrare, quello semmai viene dopo. Questo, probabilmente, ci eviterebbe di chiamare in causa la mitologia per spiegare ciò che in fondo abbiamo sotto gli occhi, consentendoci di accorciare la distanza con la persona situata, reale.

Alfred Adler c’era arrivato in secolo fa, a questa semplice conclusione, scendendo in strada, rompendo l’ossessione per i giri di parole, ma soprattutto le patetiche scenografie presenti nei luoghi dove si esercita la psicoanalisi e se ne parla, collocando l’azione nelle sue location naturali. Memorabili le sue discussione ai tavolini dei caffè viennesi, direttamente nella vita pulsante della capitale, che ai quei tempi era un centro nevralgico dove tutto accadeva, dall’invenzione della psicoanalisi, appunto, a quella della dodecafonia.   

Non basta spiegare freddamente, bisogna stare più vicini al respiro del mondo. Se un bambino ci chiede un bicchiere d’acqua è inutile raccontargli che il suo bisogno “si chiama sete”, o che lo stesso desiderio lo provavano pure Omero e Platone.   

Così vale anche la tragedia di Vasto, città che conosco bene, avendo partecipato a diverse manifestazioni come relatore e frequentato molte persone, alcune delle quali sono poi diventate amiche. A loro mi sono rivolto per “capire”, non mi sono fiondato sui polverosi libri sacri per “spiegare”. Avevo bisogno di andare oltre le agenzie e i racconti ripetitivi delle prime pagine.

Tante cose mi sono state dette, una sopra tutte è rimasta impigliata nei miei sensori, ossia la responsabilità corale di questa tragedia, mediata soprattutto attraverso i social network, con un martellamento partito quando ancora il cadavere di Roberta era caldo, alimentando la credenza di una giustizia inadempiente, cosa che nel caso specifico non sembra esatta. Tra un paio di settimane era prevista un’udienza, nel processo per omicidio stradale a carico dell’investitore. C’era, dunque, un’incriminazione.

Si chiedeva ossessivamente giustizia e vendetta per la povera Roberta, creando un clima che esasperava le sensibilità, indirizzando la trama verso un finale inevitabile.  È anche così che sulle spalle di un marito distrutto dalla disperazione si sono depositati i macigni dell’effetto maggioranza, contribuendo a rendere quasi fatale la soluzione che poi si è materializzata.  

Ancora una volta gli spettatori del Colosseo digitale, con il loro pollice verso, si sono dissetati di sangue e ora forse sono in pace. Ma non possono, non devono, esserlo, perché anche loro fanno parte del plotone di esecuzione, anche loro contributori della morte di Italo D’Elisa e della rovina di Fabio Di Lello, marito di Roberta Smargiassi e padre della creatura che lei portava in grembo.

Ora che tutto è finito, almeno per gli spettatori eccitati, l’adrenalina si è esaurita, gli stessi fucilieri si eserciteranno nel rituale delle esecrazioni, distribuendo pagelle ai protagonisti, a cominciare da Fabio, cui avevano armato la mano facendolo sentire l’unico che poteva fare la cosa giusta. Non è necessario dirlo direttamente, basta creare il basamento e il palazzo viene su da solo, una parolina per ciascuno, tanto nella dark room dei nickname la colpa non è di nessuno. È “un ballo in maschera splendidissimo”, avrebbe detto Oscar, personaggio dell’opera verdiana, dove si calunnia, si tritura e infine si ammazza.

Spiace vedere il padre di Italo disperarsi, rispetto sommamente il baratro apertosi nella sua vita, non posso esimermi, però, dal ricordare, a lui e a tutti noi, che l’automobile è un’arma impropria, e il modo in cui i nostri figli la usano dipende principalmente da noi genitori. Anzi, dipende soprattutto da noi genitori. In Italia la strada è teatro della più grande mattanza a cielo aperto del nostro tempo, i giovani fanno la parte del leone, come vittime e come carnefici, gettati nella mischia nell’apogeo della loro immaturità, quando ancora la capacità di comprendere le conseguenze dei loro gesti è in stato nascente. Ne tengano conto i legislatori e quegli irresponsabili che vaneggiano di patenti a 16 anni. Un’età, quella in cui i figli sono ancora ragazzi, che spetterebbe a noi genitori sorvegliare, abbandonando il timore di essere impopolari e assumendo quelle decisioni che possono rendere meno probabili scenari come quello di Vasto, dove nessuno sembra avere torto, neppure l’esecutore materiale della vendetta. Un uomo brutalizzato dalla sorte nel modo in cui lo è stato il giovane marito, può sentirsi legittimato a superare le convenzioni nate per proteggere la collettività, perché oramai crede di non avere più nulla da proteggere. Non oso pensarmi al suo posto, perché non sono sicuro di come reagirei a quelle temperature estreme.

Se i cecchini del web non si fossero affannati ad alimentare la sua disperazione e il suo senso di impotenza. Se non lo avessero fatto sentire uno sprovveduto che subiva lo sgarro in silenzio, ma si fossero limitati a guardarlo negli occhi con la compassione assente nei processi mediatici. Forse, Roberta e il suo bambino sarebbero state le uniche vittime. Bastavano e avanzavano

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