venerdì, Maggio 7

La valuta come arma

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Una delle prime misure internazionali per mitigare gli effetti dello scoppio della crisi del 2007-2008 fu indubbiamente il solenne impegno, assunto da tutti i partecipanti al G-20 di Londra (aprile 2009), ad evitare svalutazioni per rendere più competitive le proprie merci a scapito della concorrenza. In calce al documento in cui i governi degli Stati membri sottoscrissero questa dichiarazione di intenti fu però inserita una clausola che autorizzava ciascun Paese firmatario ad adottare politiche espansive a condizione che fossero orientate unicamente a rinvigorire l’economia nazionale e non a provocare svalutazioni. L’accordo del G-20 di Londra ammetteva quindi la svalutazione solo come effetto collaterale, limitandosi a vietare ai sottoscrittori di intervenire direttamente sul mercato dei cambi.

La Federal Reserve (Fed) guidata da Ben Bernanke fu la prima ad avvalersi dello spazio di manovra garantito da questa postilla per abbinare l’abbassamento dei tassi di interesse a una politica monetaria espansiva fondata sul lancio di numerosi programmi di quantitative easing (‘alleggerimento quantitativo’). Dal novembre del 2008, la Federal Reserve ha varato ben 3 piani di ‘alleggerimento quantitativo’, acquistando grosse quantità di Treasury Bond e di titoli di vario genere, al termine dei quali ha visto il proprio bilancio incrementare alla cifra stratosferica di 4.500 miliardi di dollari, a fronte degli 869 miliardi del 2007. L’obiettivo dichiarato era quello di stimolare rialzi borsistici necessari a far ripartire il mercato immobiliare da cui dipendono sia la tenuta delle banche che avevano puntato forte sulla crescita continua di questo settore – cartolarizzando mutui subprime in prodotti derivati da rivendere ad ignari risparmiatori allo scopo di scaricare i rischi di insolvenza verso l’esterno – sia la salvaguardia di una miriade professioni (muratori, idraulici, elettricisti, architetti, ingegneri, ecc.) strettamente legate al campo dell’edilizia.

Un obiettivo parimenti importante perseguito dalla Fed era tuttavia quello di deprimere il corso del dollaro al fine di rendere maggiormente competitivi i prodotti industriali statunitensi sui mercati mondiali. La mossa della Federal Reserve ha rapidamente indotto la Bank of England a fare altrettanto, decretando una rilevante svalutazione della propria moneta attraverso l’erogazione di quasi 400 miliardi di sterline. Sotto la direzione del noto economista Stanley Fischer, la Bank of Israel si era prodigata per contrastare la rivalutazione dello shekel indotta dalla caduta del dollaro, allo scopo dichiarato di difendere la competitività delle esportazioni israeliane, specialmente nel settore dell’alta tecnologia nel quale il Paese aveva cominciato a specializzarsi a partire dagli anni’60, con il trasferimento di numerosissimi ingegneri ebrei dall’Unione Sovietica. Fischer ha proceduto con convinzione nella manipolazione dei tassi di cambio che con tanto vigore aveva stigmatizzato quando si trovava nel direttorio del Fondo Monetario Internazionale (presso il quale aveva contribuito a convincere le ‘tigri asiatiche’ a rimuovere qualsiasi controllo sui movimenti di capitale pochi mesi prima della grande crisi che le investì) anche per via dei timori relativi alla ‘sindrome olandese’ che minacciava di colpire Israele da quando erano stati scoperti gli enormi giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale.

Divenendo un grande esportatore di gas, Israele potrebbe ancora oggi subire una netta rivalutazione dello shekel che renderebbe meno appetibili i suoi prodotti sui mercati internazionali, analogamente a quanto accadde all’Olanda quando, in seguito alle scoperte di petrolio e gas nel Mare del Nord, divenne un grande Paese produttore. La Cina, dopo aver stampato grandi quantità di moneta ed acquistato masse esorbitanti di titoli di debito statunitense per mantenere larga la forbice tra dollaro e yuan, nonché favorito l’espansione massiccia del mercato del credito, ha adottato misure fortemente restrittive, mentre la Corea del Sud ha adottato una linea economica incardinata sulla svalutazione del won rispetto allo yen. Tra il gennaio e l’aprile del 2015 ben 26 Banche Centrali di tutto il mondo hanno tagliato i tassi di interesse; la Svezia ha portato il tasso di riferimento a -0,25%, la Svizzera a -0,75%.

Il Giappone, dal canto suo, ha deciso di immettere ulteriori quantità di moneta, attraverso un programma di quantitative easing illimitato incentrato sulla monetizzazione del debito nazionale allo scopo di raggiungere l’obiettivo prefissato corrispondente al raggiungimento della soglia del 2% di inflazione. Nel gennaio 2013, a pochi giorni dall’avvenuto insediamento, il primo ministro giapponese Shinzō Abe ha infatti lanciato un piano da 10.300 miliardi di yen (116 miliardi di dollari) teso a generare un aumento minimo del 2% del Pil e circa 600.000 posti di lavoro, nonostante ciò sia destinato a provocare un rilevante aumento del deficit e del debito pubblico – già ampiamente superiore al 220% del Pil. Analogamente, nell’aprile 2013, il nuovo presidente della Banca Centrale giapponese Haruhiko Kuroda, ha riconfigurato la politica monetaria nazionale varando un piano di stimolo imperniato su misure drastiche come il raddoppio della base monetaria del Giappone da 138.000 a 270.000 miliardi di yen (tra 60.000 e 70.000 miliardi di yen in più all’anno) entro un biennio, il raddoppio degli acquisti di titoli a lungo termine (fino a 40 anni) del debito pubblico giapponese e l’allungamento dei termini di scadenza dei titoli in circolazione (da 3 a 7 anni, grosso modo). Il programma promosso da Kuroda comprendeva inoltre la sospensione della regola, in vigore fin dal 2001, che proibiva alla Banca Centrale di detenere in portafoglio una massa di titoli di Stato superiore alla quantità totale delle banconote in circolazione. Secondo i piani dei suoi promotori, la cosiddetta ‘abenomics’ avrebbe dovuto garantire l’auspicato aumento del 2% di inflazione e innescare un circolo virtuoso in grado di rimettere in moto la stagnante economica giapponese.

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