mercoledì, Settembre 22

La Ue nel 2016: annus horribilis, ma molte le opportunità

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Il 2016 è stato l’annus horribilis per l’Europa, in quanto travagliato, intenso e ricco di momenti difficili. Sul tavolo, infatti, vi sono stati molti aspetti di problematicità, ma al contempo numerose opportunità: dall’immigrazione al terrorismo, dalla crescente presenza dell’Europa in politica estera alla Brexit, ecco qui in rassegna tutta una serie di elementi di riflessione che possono dare un quadro esauriente, aggiornato ad oggi e delineare il futuro. A fornire un orientamento è il nuovo capo della rappresentanza in Italia per la Commissione europea, la dott.ssa Beatrice Covassi, con cui abbiamo discusso dell’agenda europea che si chiude adesso e di cosa ci aspetta per il 2017.

Il 2016 per l’Europa si chiude in maniera intensa: prima gli accordi contrastati con la Turchia, poi la Brexit, nel contesto della crisi che porta a tassi di crescita tutto sommato modesti, considerati i 27 Stati membri. Come si può sintetizzare quest’anno?

Il 2016 è stato un annus horribilis per l’Europa, perché, anche prima di arrivare alla Brexit, abbiamo avuto una forte ondata terroristica, caratterizzata da attacchi, come a Bruxelles, Nizza, senza precedenti, quindi una escalation per quanto riguarda il terrorismo internazionale. C’è stato comunque un forte impatto dell’immigrazione – non con numeri altissimi, per l’Italia si parla di 170.000 nuovi ingressi, un incremento di poco rispetto all’anno passato, però con forti drammaticità – e poi chiaramente la Brexit, uno dei dati più dirompenti per la politica europea, perché ci siamo ritrovati in un territorio sconosciuto, non mappato ancora, di fronte al primo Stato membro che ha deciso di uscire dall’Unione. Da lì quindi si è aperto un processo politico ancora in corso, quello di Bratislava, a 27, e al tempo stesso si è aperto un periodo di incertezza in cui ci troviamo tuttora, perché la famosa notifica ai sensi dell’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea non è arrivata e quindi stiamo aspettando ancora di lanciare i negoziati. Quindi un anno di sicuro molto impegnativo, in cui l’Europa si è trovata di fronte a delle sfide nuove, diverse da quelle degli anni passati.

Quale potrebbe essere l’evoluzione futura della questione immigrazione, fortemente connessa al conflitto siriano?

Per quanto riguarda l’immigrazione, il dato che riguarda la Siria è scatenante, ma non c’è solo la Siria: in Italia, la maggior parte dei profughi non sono siriani, la Siria ha avuto un impatto, più che sulla rotta mediterranea, su quella greco-balcanica. Sull’immigrazione il discorso è più complesso e purtroppo non si è comunicato abbastanza quanto l’Europa abbia cercato di mettere dei tasselli politici che mancavano. Penso soprattutto al sistema degli hotspot: qui a Roma, ci sono quattro colleghi della DG HOME che fanno parte del sistema hotspot Italia. Pochi lo sanno: è stata data una risposta ai bisogni del primo arrivo. Quest’anno sono stati messe sul tavolo le proposte per la riforma di Dublino, il tassello dei compact con i paesi africani. Si tratta di tasselli rispetto alla politica migratoria che prima non esistevano, per avere un quadro più olistico, comprensivo delle diverse politiche interne ed esterne, voglio citare anche il Fondo esterno di piani di investimento in Africa, che è l’altra faccia del Piano Juncker, del piano di investimenti strategici interno. Si tratta quindi di un quadro che prima non esisteva: a prescindere dalle critiche che vanno spesso sulle prime pagine dei giornali, e il fallimento del sistema delle quote e del ricollocamento, ci sono tanti altri fattori che indicano un movimento in avanti.

Sempre circa la Siria, la UE, proprio nei giorni scorsi, ha ufficializzato la sua intenzione di non partecipare alla ricostruzione della Siria se Mosca e Damasco non troveranno un dialogo con l’opposizione, non crede che questo significhi l’uscita della UE dai tavoli che contano sul futuro del Medio Oriente? Non sarà fortemente costoso in termini di prestanza e autorevolezza politica per la UE? Se l’Europa non riesce a prendere una posizione forte rispetto alla Siria, cosa c’è da aspettarsi?

Per quanto riguarda la Siria, abbiamo tutti sotto gli occhi le immagini drammatiche di questi giorni, soprattutto la situazione di Aleppo est e anche qui c’è stata una determinazione dell’Ue, in particolare dell’Alto rappresentante Mogherini, che veramente ha sempre agito in stretto coordinamento con l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Staffan de Mistura. C’è stata una determinazione a tenere aperto il dialogo con tutte le parti politiche. Quello che l’Europa fa e sta facendo sono due cose: da un lato, fin dall’inizio della crisi, siamo i principali donatori di aiuti umanitari, con più di 9 miliardi, diamo il pieno appoggio alla popolazione siriana; dall’altro, dal punto di vista diplomatico, siamo gli unici interlocutori con cui tutti parlano. Federica Mogherini ha lanciato e sta portando avanti con molti sforzi un dialogo costante con tutti gli attori regionali, quindi Iran, Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Giordania, Libano, fino agli Emirati, per trovare dei punti di contatto, delle possibili soluzioni per il futuro. Continua a mantenere i contatti inoltre con tutte le componenti dell’opposizione siriana, della società civile, o di quello che ne resta almeno … Chiaramente, è una sfida enorme: parlare di pace in un momento del genere sembra quasi una contraddizione in termini, un ossimoro. Ma così facendo, si apre una porta del dialogo, una porta per la costruzione di futuro che senza l’intervento dell’Ue sarebbe chiusa. Per noi, l’impegno alla ricostruzione sarà legato all’avvio di una reale transizione politica in Siria, che possa condurre il paese verso la pace, ma per il momento siamo stati accusati di essere un soft power, ma in realtà mi sembra che questo doppio sforzo, da un lato degli aiuti umanitari, dall’altro del dialogo con tutti, perché a differenza di altri, siamo un interlocutore percepito come credibile dalle varie parti interessate, forse l’unico, sia uno sforzo che forse non fa vedere subito i suoi frutti ma che pagherà in futuro.

I media, probabilmente, nella rincorsa alla notizia, dimenticano qualcosa.

Va comunque considerato che la Siria è una ecatombe, un dramma secondo solo alla seconda guerra mondiale, un dramma umano che coinvolge tutti e in questo contesto l’Europa sta cercando di fare il massimo nella cornice dei poteri e delle possibilità che ha. Il ruolo giocato con molta determinazione da Federica Mogherini è molto recente, molto nuovo, anche perché in Europa non abbiamo mai avuto un ministro degli Esteri, quindi lo sforzo diplomatico va ad inserirsi là dove hanno fallito molte iniziative multilaterali e ancora una volta la Commissione sta facendo una politica pionieristica. Criticare è facile, per tutto quello che non è stato fatto, ma bisogna ricordarsi sempre da dove partiamo, cioè da una situazione in cui le competenze in politica estera sono limitate, da sviluppare, dove non c’è una formula diversa o una possibilità di intervenire al di là di quello che già stiamo facendo.

Insomma, l’Europa si deve volta per volta guadagnare sul campo la sua legittimità.

Su questi fronti sì, su terrorismo, migrazione, globalizzazione, crisi economica, si tratta di sfide che si sono presentate in tempi recenti con una virulenza, un impatto molto forte rispetto al passato e in campi in cui le competenze dell’Ue  e della Commissione europea ancor di più sono limitate. Quindi con pazienza, determinazione , costanza, bisogna guadagnarsi una competenza a volte nuova in relazione a sfide globali enormi per tutti, non solo per l’Europa.

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