mercoledì, novembre 14

La UE e il balletto dei vertici: riuscirà l’Unione ad uscire dall’impasse? Dopo i vertici bilaterali tra Francia, Italia e Germania, ci si appresta ad un vertice a quattro

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Le scorse settimane, hanno visto una serie di vertici bilaterali tra quei Paesi che, all’interno dell’Unione Europea, stanno giocando un ruolo di primaria importante in questa fase: Italia, Francia e Germania. Il 15 giugno scorso c’è stato l’incontro tra il Presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, e il nuovo Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte (incontro che rischiava di saltare a causa delle politiche del nuovo Governo di Roma e delle goffe reazioni di Parigi); il 18 giugno è stata la volta del vertice tra il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, e Conte; infine, il 19 giugno, si sono incontrati Macron e Merkel.

Durante questo ultimo vertice, sembra che un risultato sia stato raggiunto: Parigi e Berlino hanno concordato sulla necessità della creazione di un budget europeo che avrebbe lo scopo di intervenire nel caso in cui uno dei Paesi membri si dovesse trovare in difficoltà. Il budget in questione, al suo esordio, avrebbe comunque un’entità molto esigua (lo 0,2% del PIL dell’unione monetaria) ma, in un secondo momento, dovrebbe aumentare per garantire che non si vengano più a creare situazioni come quella greca. L’accordo raggiunto tra Francia e Germania, però, per il momento non va molto più in là della dichiarazione d’intenti.

Più che le questioni economiche, però, al centro dei colloqui c’è stata la questione che più di tutte sta mettendo in difficoltà la UE: la questione della gestione della crisi migratoria.

La nuova fase della crisi coincide con la nascita del nuovo Governo italiano, guidato da Movimento 5 Stelle e Lega: un Governo dalle posizioni populiste e velatamente euro-scettiche che, fin dai primi giorni, si è caratterizzato da un atteggiamento di sfida nei confronti di Bruxelles. La linea dura sulla questione migranti del nuovo Ministro degli Interni, il leghista Matteo Salvini, ha riportato in primo piano quelle criticità che restano aperte all’interno della UE. Proprio per questo, terminato il giro di incontri bilaterali tra l’Italia (il Paese al centro della questione) e Francia e Germania (i Paesi di fatto più influenti all’interno della UE), ci si appresta ad un nuovo vertice, questa volta più allargato.

Una decisione definitiva sul luogo del vertice non è stata ancora presa ma, secondo gli ultimi sviluppi, è molto probabile che l’incontro si terrà a Bruxelles (in ‘territorio neutrale’) il prossimo 24 giugno. Al vertice parteciperanno, oltre a Francia, Germania ed Italia, anche Spagna e Grecia (anch’esse coinvolte in prima linea nella gestione della crisi migratoria), Bulgaria ed Austria (in quanto Presidenze UE uscente ed entrante) e, naturalmente, i rappresentanti delle Istituzioni UE.

Dopo il lavoro preparatorio dei vertici bilaterali, lo scopo del vertice ristretto sarà quello di giungere al Consiglio Europeo del 28 e 29 giugno con una proposta unitaria per la gestione della crisi.

Si tratta, in realtà, di un progetto molto ambizioso poiché le posizioni dei Governi coinvolti sono molto distanti tra loro.

Da un lato ci sono i Paesi mediterranei, che sopportano il peso maggiore della pressione migratoria e che, a causa del vecchio accordo di Dublino, sono costretti a farsi carico della gestione dei migranti che sbarcano sulle proprie costa. A questo proposito, Italia, Spagna e Grecia chiedono da tempo una revisione dei trattati che preveda la redistribuzione obbligatoria dei migranti secondo quote relative al numero di cittadini di ciascun Paese. Il nuovo Governo italiano, in questo si trova lievemente in difficoltà in quanto, se da un lato prosegue la linea del precedente Governo chiedendo la redistribuzione del peso migratorio, facendo anzi la voce molto più grossa, dall’altro fa parte di un’asse europeo che lo vede a fianco di quei Governi che del rifiuto della redistribuzione hanno fatto la propria bandiera, primo tra tutti il Governo di Viktor Orbán in Ungheria.

Francia e Germania, dal canto loro, hanno sempre sostenuto, in linea teorica, la necessità di cambiare le regole di Dublino ma, nonostante il loro indiscutibile peso all’interno della UE, fino ad ora non sono riuscite ad elaborare una proposta che riesca a superare lo stallo. Entrambi i Governi, infatti, sono sostenuti da un elettorato principalmente conservatore che potrebbe non apprezzare la cessione di sovranità alla UE necessaria per giungere ad una gestione comune della crisi migratoria; inoltre, entrambi i Governi temono di favorire, avallando la politica dei ricollocamenti, quei movimenti xenofobi ed euro-scettici che hanno raggiunto risultati inquietanti in entrambi i Paesi: il Rassemblement National (RN: Raggruppamento Nazionale, ex Front National – Fronte Nazionale) in Francia e Alternative für Deutschland (AfD: Alternativa per la Germania) in Germania, dove già è emblematica la frattura venutasi a creare tra la Merkel e il Proprio Ministro dell’Interno, Horst Seehofer, proprio sulla questione dei migranti.

Poi ci sono le Presidenze di turno della UE, Bulgaria (uscente) ed Austria (entrante). Entrambi i Governi in questione sono rappresentanti di quell’asse euro-scettico assolutamente contrario ai ricollocamenti dei migranti. La Bulgaria è governata dal Primo Ministro Bojko Borisov, appartenente al Gradžani za Evropejsko Razvitie na Bălgarija (GERB: Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria), ed è il Paese che ha presentato una bozza di riforma che rivedeva in chiave ancora più restrittiva le regole del protocollo di Dublino: è dunque improbabile che il Governo di Sofia possa vedere di buon occhio una riforma che preveda la redistribuzione dei migranti. L’Austria, da parte sua, è governata dal Cancelliere Sebastian Kurz, dello Österreichische Volkspartei (ÖVP: Partito Popolare Austriaco), il partito centrista che, sotto la sua giovane guida, ha visto un forte spostamento a Destra. Il Governo di Vienna, nei mesi scorsi, ha ventilato più volte l’ipotesi di chiusura delle frontiere con l’Italia al fine di bloccare i migranti in territorio italiano. Ciò nonostante, l’elezione di Kurz fu salutata con grande favore dagli esponenti della Lega che attualmente governano a Roma: un’ambiguità che, in qualche modo, dovrà essere risolta al vertice UE del 28 e 29 giugno.

Con queste premesse, le prospettive del vertice di Bruxelles del 24 giugno sono poco luminose. Negli incontri bilaterali tra Italia, Francia e Germania dei giorni scorsi si è parlato di ‘piattaforme regionali per gli sbarchi’, di centri di smistamento in Paesi esterni alla UE (Albania e Kosovo a est, Tunisia ed Egitto a sud) e di coinvolgimento di agenzie UNHCR e OIM dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (che, tra l’altro, nelle ultime ore registrano un acuirsi della loro crisi a causa della defezione statunitense dalla UNHCR). Tutte proposte di difficile applicazione che tentano di alleggerire il carico della pressione migratoria sui Paesi mediterranei senza comportare una necessaria redistribuzione a livello UE. Le minacce del Governo italiano, per cui se non ci sarà un intervento UE per alleggerire la pressione sull’Italia questo comporterà la fine del Trattato di Schengen fanno pensare al peggio, soprattutto in virtù del legame che unisce una parte consistente del nuovo Governo italiano proprio a quei Paesi assolutamente contrari ai ricollocamenti.

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