lunedì, Settembre 27

La tutela insufficiente del risparmio field_506ffbaa4a8d4

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Quanto è accaduto all’indomani della prima risoluzione bancaria italiana, che il 22 novembre dell’anno scorso impegnò quattro banche ad una ristrutturazione forzata, bruciando in una sola notte a cavallo tra la domenica e il lunedì il risparmio di circa 10.000 obbligazionisti, non ha ancora trovato una spiegazione. Il barile continua ancora oggi ad essere scaricato da un’istituzione all’altra, alla ricerca di una scrivania su cui fermarsi. Sul piano legislativo fu tutto regolare. Si trattò semplicemente di un’accelerazione, con cui la nuova direttiva europea sulla risoluzione delle banche recepita appena sei giorni prima, il 16 novembre, dai due decreti n.180 e n.181, mise in condizione il Governo di approvare tra il sabato e la domenica il decreto n.183 per la risoluzione dei quattro istituti vicini al dissesto. Aspettare ancora, prima di intervenire, sarebbe stato peggio. Con l’entrata in vigore il 1° gennaio 2016 del bail-in, l’azzeramento avrebbe riguardato anche le obbligazioni normali e i depositi sopra i 100.000 euro, non garantiti da alcun fondo. Uno shock troppo grande per il Paese. Eppure con il senno di poi è difficile non fare alcune recriminazioni.

Il fatto considerato più grave è stato senza dubbio l’aver sacrificato il risparmio degli italiani, protetto dalla Costituzione (art. 47), senza riuscire ad informarli in alcun modo di quello che stava per accadere. Una colpa che infatti darà seguito alla contrattazione con Bruxelles di un ristoro per gli sbancati, scaricato in larga parte e con cinque mesi di ritardo sul Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, fresco di un nuovo meccanismo di accumulo dei fondi. Perché però nessuno ha detto niente ai risparmiatori prima? E perché si è continuato a vendere quei titoli a rischio azzeramento con la risoluzione prevista dalla direttiva europea? Per avere una risposta meno carica di pathos manzoniano, da calata dei Lanzichenecchi, basta ascoltare alcuni vecchi dirigenti di banca, che mentre sorseggiano quietamente una tazza di caffè, ricordano la consuetudine dei salvataggi portati avanti dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, il FITD, in circa trent’anni di attività.

Screenshot 2016-05-19 14.23.45Se si escludono i due grandi salvataggi a carico dello Stato, quello più recente del Monte dei Paschi di Siena e quello di metà anni ’90 del Banco di Napoli, tutti gli istituti finiti in procedure concorsuali sono stati sempre sostenuti dal Fondo, che dal suo avvio nel 1987 ad oggi, ha potuto esercitare la propria funzione tutelare in appena 11 casi, evitando sempre il panico agli sportelli e supportando il sistema bancario medesimo, che con la regia della Banca d’Italia, non ha mai smesso di giocare a risiko. Dal sostegno alla Cassa di Risparmio di Prato nel lontano 1988, aiutata a convolare a nozze con il Monte de’ Paschi grazie a un intervento da 800 miliardi, fino alla penultima operazione prima del salvataggio da 300 milioni di Banca Tercas, contestato dalla Commissione europea alla Concorrenza come un aiuto di stato illegittimo, il Fondo con sede a Palazzo Grazioli ha sempre agito con massima efficacia e discrezione, salvaguardando non solo correntisti e depositanti fino a 100.000 euro, ma anche gli obbligazionisti e più in generale tutta quella parte di disavanzo tra attivi e passivi di una banca vicina al fallimento, ad esclusione naturalmente delle perdite degli azionisti. Un sistema talmente collaudato per tutte le banche principali, quelle strutturate in società per azioni, che non a caso fu emulato dieci anni dopo anche dal comparto del credito cooperativo, più lesto da par suo ad avviare delle linee aggiuntive di contribuzione volontaria per allargare il perimetro delle salvaguardie.

Da quanto risulta nel report 2015 scaricabile dal sito del FITD, su Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti il fondo aveva già deliberato gli interventi di sostegno e se non fosse arrivato lo stop della Commissione europea per la concorrenza si può ipotizzare che tutto sarebbe andato liscio. Da una recente memoria difensiva di Banca d’Italia, depositata al tar del Lazio per un ricorso di CariJesi sulla risoluzione di Banca Marche e pubblicata da Gianluca Paolucci della ‘Stampa‘, apprendiamo l’esistenza di un’accusa circostanziata al Ministero del Tesoro, avvisato più volte dalla Commissione europea per la Concorrenza circa l’impossibilità di procedere al salvataggio degli istituti bancari vicini al dissesto via FITD. Nonostante la Commissione gli abbia scritto più volte, richiamando ogni volta la comunicazione ufficiale 2013/C-216/01 circa l’entrata in vigore dal 1° agosto 2013 delle nuove regole sugli aiuti di stato e abbia dato parere negativo sugli interventi a favore di Banca Marche e CariFerrara, il ministro Pier Carlo Padoan ha sempre lasciato intendere che con Bruxelles fosse in atto una discussione su dei cavilli e che si fosse ormai prossimi a un accordo. Ad aprile 2015 il ministero di via XX settembre aveva presentato anche un ricorso contro l’istruttoria della Commissione con cui era stato bloccato il salvataggio di banca Tercas, seguito a maggio da altrettanti esposti di Banca d’Italia, del Fondo interbancario, di Tercas e di Banca Popolare di Bari per contestare la fattispecie dell’aiuto di stato, a cui si riconduceva tutta l’operazione di sostegno del Fondo alla fusione tra i due istituti. Ma intanto tardava ad arrivare anche il recepimento della direttiva europea sulle risoluzioni, la BRRD. Altro ritardo ed altro richiamo formale. Eppure nelle quattro banche, già commissariate da svariati mesi, tutto è andato avanti senza particolari allarmi. Le obbligazioni subordinate hanno continuato ad essere vendute e sono finite nei portafogli perfino di dipendenti e dei commissari medesimi. La convinzione rimasta fino all’ultimo momento è stata che tutto sarebbe andato come al solito.

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