mercoledì, Agosto 4

La Turchia sopravvivrebbe senza il suo Sultano? false

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In Turchia lo spoglio dei voti dell’ultima tornata elettorale    –quella di domenica 30 marzo, elezioni locali che hanno rinnovato i primi cittadini dei maggiori centri turchi-    ha sancito che il partito al governo, Giustizia e Sviluppo (AKP)  -volto di una destra multi caratteriale al potere da oltre un decennio-, e, soprattutto, il suo esponente di spicco che siede sullo scranno più importante del Consiglio dei Ministri, Recep Tayyip Erdogan, continuano a rappresentare il modello di sviluppo che la popolazione insegue.

I recenti scandali che si sono abbattuti su alcune delle maggiori cariche statali, hanno determinato una perdita percentuale minima o, comunque, non sufficiente ad intaccare la leadership di Erdogan.

Quanto gli analisti cercano di capire, però, è la ragione di un assorbimento così veloce e quasinaturaledell’ipotesi di corruzione del sistema   -considerato che la tesi del complotto sostenuta da Erdogan, seppur accettata da una parte di elettorato, non può giustificare il successo elettorale di AKP.

La motivazione che sembra più plausibile, sarebbe di natura economica.

La storia più recente dell’ economia oltre-Bosforo è un susseguirsi di record e crescita che la popolazione non viveva dai tempi d’oro del glorioso Impero Ottomano.

Dal 2005, infatti, poco dopo la prima vittoria di AKP e della salita al potere dell’attuale Premier, l’attuazione di politiche d’apertura (come la soppressione dei visti) e la selezione di partner di rilievo continentale, hanno determinato un livello di crescita esponenziale che ha fatto registrare un aumento del prodotto interno lordo sul decennio del 230%.

Per capire la portata di questa crescita, un chiaro esempio può essere rappresentato dal paragone dell’economia turca con quella del suo principale partner commerciale, l’Unione Europea.
Se la Turchia avesse già terminato il suo percorso di integrazione nell’Unione, la sua posizione in classifica sarebbe al sesto posto, subito dopo la Spagna.
Il processo di ammissione, che va avanti dal 1999 e vede proprio l’Italia fra i maggiori sostenitori di una Turchia europea, tuttavia, è ancora ben lontano dall’essere concretizzato, ma se lo fosse, sposterebbe il confine economico del Vecchio Continente molto più ad oriente rispetto agli attuali confini greci e bulgari rendendo così la Turchia il primo Paese arabo dell’Unione Europea.

La grande intuizione turca in ambito economico è principalmente data dalla diversificazione dei suoi interlocutori.
Infatti, oltre i principali partner di tipo ‘classico’ fra i quali risultano UE, Russia, Cina e Usa, la Turchia da tempo coltiva relazioni di scambio con il confinate Iran, ancora sotto sanzioni ma che, in maniera progressiva, vede la sua economia autorizzata alla riapertura di scambio.
Oltre a questo, la popolazione (più di settantaquattro milioni di abitanti), in maggior parte giovane, costituisce un ampio bacino di manodopera a basso costo che, dopo la crisi mondiale del 2009, ha reso il Paese un luogo estremamente appetibile per il decentramento dei reparti manufatturieri delle aziende in fuga dalle sterili ed ultra tassate Nazioni europee.
Ciò, però, non ha esulato la Turchia dall’onda d’urto della crisi e la sua crescita ‘cinese’, che nel 2010/11 ha mantenuto valori estremamente vicini alla doppia cifra, nel 2012 si è dovuta arrendere ad un più plausibile 2,3%, un punto percentuale al di sotto della crescita prevista.

Il fenomeno più diretto conseguente all’euforia della crescita turca, ha determinato una serie di conseguenze: innanzitutto la corsa ai grandi centri che ha visto crescere la popolazione della capitale economica, Istanbul, fino a sfiorare i tredici milioni di abitanti ufficiali -venti milioni secondo le stime non ufficiali. La città di Istanbul, dove ha sede il distretto finanziario nazionale, è una metropoli smisurata, centro di scambio fra i due continenti, che si estende per oltre cento chilometri.

L’afflusso continuo di nuovi cittadini, oltre ad aver amplificato la crescita del vicino distretto industriale di Bursa, ha anche creato un boom immobiliare rilevante che, però, oramai giunto ad un livello di equilibrio, vede il sistema speculativo andare avanti.

La crescita edilizia, punto chiave delle economie di mezzo mondo, in se non ha niente di malsano. Ma se si estende il discorso a tutti i maggiori centri nazionali che stanno subendo la stessa corsa al benessere, con un sottofondo speculativo che non accenna a fermarsi, proprio questo punto sano potrebbe intaccare il sistema economico trasformandosi in bolla immobiliare.

Il grande sistema cinese, che al momento fa i conti con questo effetto collaterale, sta dando le basi agli analisti per scovare le crepe del sistema costruito da Erdogan nel suo decennio di potere.

L’altra conseguenza diretta della crescita rapida è l’ingresso di capitali esteri, attirati proprio dai grandi investimenti messi in campo dalla gestione statale.
Quanto si è appreso dallo studio delle varie crisi europee è che in un mondo in cui il sistema finanziario è oramai capace di mobilitare velocemente enormi afflussi capitale, tramite la gestione di asset e fondi d’investimento con capacità di liquidità smisurate, che a loro volta creano trend invogliando altri investitori a focalizzare i loro budget, rende altrettanto plausibile che, al primo segno di cedimento, questi investimenti si spostino, intaccando, così, il valore della moneta locale e il potere di acquisto dei cittadini recentemente scopertisi consumatori di beni, servizi e, soprattutto, credito.

L’esposizione dell’economia turca ai capitali esteri, al momento, è rilevante e va a sommarsi all’altra grande esposizione dell’economia, cioè quella alle esportazioni, proprio di quelle aziende attirate dall’economica manodopera.

Inoltre, per mantenere l’industria fiorente, la costosa bolletta energetica pagata in rubli, impatta fortemente sugli indici di spesa annuali.

La soglia di esposizione elevata rende, quindi, il Paese fortemente dipendente dagli sbalzi economici dei partner e, di conseguenza, precaria nei fondamentali.

Considerato il ridimensionamento della crescita del 2012, se il collasso europeo è stato capace di arenare la fragorosa avanzata turca, cosa succerebbe se un problema di questo tipo si ripresentasse in futuro? quando oramai l’economia del Paese è passata da economia di Paese emergente a economia di Paese emerso, e la mentalità del nuovo consumatore si è trasformata in una di tipo più conservativo e facilmente suscettibile al rallentamento degli acquisti.

La classe borghese turca si è rapidamente ingrandita, la classe ricca ha ceduto quote di ricchezza alla classe media e si è dato vita ad un ascensore sociale funzionante, le infrastrutture del Paese sembrano essere ben capaci di coadiuvare lo sviluppo produttivo dell’area, e, la popolazione, collega queste grandi vittorie al partito di governo, che da anni lo ribadisce e ne fa il suo punto di forza ad ogni tornata elettorale, dalle amministrative alle presidenziali.

La durata della concentrazione di potere nelle mani della destra potrebbe, però, fornire ulteriori indizi per la comprensione dell’evoluzione della sponda est del Mediterraneo.

Le proteste anti governative verificatesi quasi un anno fa nel centro di Istanbul, originate dal grande progetto di cementificazione dello storico Gezi Park e proseguite poi in piazza Taksim, hanno rappresentato un banco di prova internazionale importante per l’ultra decennale Governo Erdogan., e per il suo ‘patologico rifiuto del dissenso

All’indomani delle proteste, lo stock exchange turco, cioè la borsa di Istanbul, ha registrato la grande preoccupazione estera per la tenuta dello sviluppo turco con un crollo sul mercato pari all’8%.

Quanto racconterebbe questo sintomo sarebbe la fiducia non incondizionata dei mercati mondiali nell’operato di Giustizia e Sviluppo che si, sarebbe artefice delle recenti scelte vincenti in ambito economico della Turchia, ma sarebbe altrettanto artefice di un sistema personalistico degli affari politici che potrebbero non sopravvivere all’operato del partito.

In altre parole, il voto della popolazione esprimerebbe lo stesso timore della borsa: fiducia, ma, parallelamente, consapevolezza di una mancanza di alternativa valida. Si starebbe, quindi, assistendo al rinforzamento di un ‘sistema’ di leadership, per certi versi morboso ed insostituibile, se non a patto di accettare un periodo di stallo non breve, anzi.

Questo sarebbe alla base del voto del 30 marzo: l’elettorato ha scelto di non sostenere le proteste giovanili dell’anno scorso e rinunciare ad una fetta di diritti a vantaggio di una coalizione di destra    -che varia da centro-destra a destra islamica a destra ultra-nazionalista-,    privandosi della libertà del web e, per certi versi, d’espressione, pur di non sospendere questo percorso di benessere.

Il Akp è già al lavoro per le elezioni presidenziali di agosto: l’ipotesi è Erdogan Presidente, e l’attuale Presidente in carica, Abdullah Gul Premier.  Secondo il quotidiano ‘Hurriyet’,  i dirigenti dell’Akp hanno già in mente il piano nel caso Erdogan vinca le presidenziali di agosto. Il partito dopo il voto, darà vita a un Governo ad interim, per poi andare a congresso e iniziare la campagna elettorale per le politiche di giugno 2015, con Abdullah Gul candidato Premier.

 

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