mercoledì, Maggio 12

La Turchia ora vuole ricucire con Israele Erdogan costretto dal fallimento della scommessa neo-ottomana (e dalla Russia) a ricucire con Tel Aviv

0

La Turchia, occidentalizzata a forza da Kemal Ataturk dopo il crollo dell’Impero Ottomano in seguito alla Grande Guerra, per i primi ottant’anni della sua storia ha avuto lo sguardo rivolto verso ovest. Una importante conseguenze di questa scelta politico-strategica è stata la relazione speciale che Ankara ha instaurato con Israele: la Turchia è infatti stato il primo Paese abitato a maggioranza da musulmani a riconoscere il neonato Stato israeliano, e per mezzo secolo i due Paesi hanno creato un’alleanza strategica in ambito economico, diplomatico e militare. Con l’ascesa al potere del partito islamista Libertà e Giustizia (Akp), fondato da Recep Tayyp Erdogan – Primo Ministro dal 2003 al 2014 e ora Presidente del Paese – tuttavia il vento è cambiato. Ideologicamente vicino alla Fratellanza Musulmana, l’Akp di Erdogan ha iniziato a rivolgere lo sguardo anche, se non soprattutto, a est, verso quel Medio Oriente che un tempo era provincia dell’Impero Ottomano. Per supportare questa svolta – definita “neo-ottomana” e secondo alcuni motivata, oltre che dall’ideologia, anche dal “tradimento” delle aspettative europee di Ankara – Erdogan ha preso posizione sulla questione israelo-palestinese con una durezza inedita nei confronti di Tel Aviv, in particolare durante la guerra di Gaza del 2008-09 (la Striscia era governata da Hamas, vicina ai Fratelli Musulmani e considerata da Israele un’organizzazione terroristica). Il casus belli per dimostrare al mondo musulmano la vicinanza di questa “nuova” Turchia (speculare alla lontananza da Israele) arrivò con l’incidente della Freedom Flottilla nel 2010.

La spedizione navale, organizzata dal Free Gaza Movement e dalla Turkish Foundation for Human Rights and Freedoms and Humanitarian Relief, trasportava aiuti umanitari per Gaza e aveva l’intenzione di sfondare il blocco israelo-egiziano intorno alla Striscia (per evitare gli altrimenti necessari controlli da parte israeliana). Il convoglio fu assaltato in acque internazionali dalle forze di sicurezza della stella di Davide, che temevano la possibile presenza di materiale bellico e di soggetti legati al terrorismo. Morirono 9 attivisti tra cui diversi cittadini turchi. La Turchia richiamò il proprio ambasciatore a Tel Aviv e successivamente espulse l’ambasciatore israeliano da Ankara, pretendendo delle scuse complete e ufficiali che non arrivarono. Nel frattempo il Medio Oriente si stava infiammando per le Primavere Arabe, movimenti che sembravano destinati a portare al potere i Fratelli Musulmani nei vari Paesi coinvolti. La Turchia si pose subito nel ruolo di protettrice di questi movimenti e per Israele fu un altro duro colpo quando nell’altro pilastro islamico della sua sicurezza negli ultimi decenni, l’Egitto, vinsero le elezioni del 2012 i Fratelli Musulmani, che subito iniziarono a rafforzare i legami con Hamas.

Sembrava che tutto stesse andando bene per la Turchia e per le ambizioni neo-ottomane di Erdogan: in Egitto e Tunisia aveva vinto la Fratellanza, in Libia e Siria sembrava si andasse verso un esito analogo e i rapporti con Israele erano – cosa utile per la propaganda – ai minimi storici (seppure la partnership economica tra i due Paesi non venne mai meno), con Erdogan che pretendeva la fine del blocco navale su Gaza per ripristinare le relazioni diplomatiche. Nel giro di pochi anni tuttavia lo scenario si ribalta completamente: appena un anno dopo l’insediamento del Presidente Mohammed Morsi in Egitto un golpe dei militari – nato sull’onda delle proteste di piazza contro il governo islamista – lo depone, portando al potere il generale Abdel Fattah Al Sisi; in Tunisia nel 2014 alle elezioni prevalgono i laici contro il governo uscente degli islamisti; in Libia scoppia una guerra civile, con la Turchia sola insieme al Qatar a sostenere il Parlamento islamista di Tripoli contro quello laico e riconosciuto internazionalmente di Tobruk; in Siria, soprattutto, quella che sembrava dover essere un’altra vittoriosa Primavera Araba si trasforma rapidamente in una sanguinosa proxy war tra Iran (che sostiene la dittatura di Bashar al Assad) e Sauditi (che coi turchi sostengono i ribelli, anche se in un primo momento componenti diverse: Riad infatti appoggia tanto i laici quanto i fanatici salafiti, pur di togliere potere ai gruppi vicini alla Fratellanza, da lei considerata un’organizzazione terroristica), con in più la deflagrante questione dello Stato Islamico.

Ankara, trovatasi improvvisamente in un vicolo cieco diplomatico-internazionale (con gli Usa più intenzionati a dialogare con l’Iran e a contrastare l’Isis, che non ad ascoltare i desiderata degli alleati storici della regione, israeliani, turchi e sauditi), sembra non riuscire a reagire con sufficiente rapidità. Il tentativo di ricucire i rapporti con Israele – con cui nel frattempo si sono creati degli interessi convergenti, in particolar modo nel contrastare l’ascesa dell’asse sciita costituito da Teheran, Assad e la libanese Hezbollah – a primavera 2013, su forte pressione americana, non va a buon fine nonostante le scuse del premier israeliano Benjamin Netanyahu per la Freedom Flottilla (accettate a nome del popolo turco da Erdogan). Da un lato pesano le accuse, trapelate sulla stampa turca, di Erdogan a Israele di aver favorito il golpe di Al Sisi, dall’altro i sospetti israeliani (supportati da certa stampa americana) che dietro il disvelamento dell’identità di alcuni agenti segreti del Mossad operativi in Iran ci fosse la mano della Turchia. Per tutto il 2014 e il 2015 le relazioni restano estremamente tese, ma l’intervento della Russia nella guerra in Siria costringe Ankara ad un altro sforzo per normalizzare le relazioni con Tel Aviv. A questo punto infatti per la Turchia, più che perseguire le sue ambizioni neo-ottomane, diventa prioritario non rimanere travolta dall’evoluzione degli eventi, che vede l’asse sciita in continua ascesa, i Saud (comunque nemici della Fratellanza, ma alleati di Ankara nella guerra in Siria) in grave difficoltà e la Russia che minaccia di diventare la superpotenza più presente (anche a livello militare-strategico) nel Medio Oriente.

Dopo l’abbattimento ad opera dell’aviazione turca di un caccia-bombardiere russo, accusato di aver violato lo spazio aereo turco, Turchia e Israele tengono una serie di incontri segreti a dicembre 2015 per discutere la ri-normalizzazione dei loro rapporti, anche se ruggini e incomprensioni impediscono un rapido successo. Per Ankara tuttavia è vitale ricucire i rapporti con Tel Aviv: non solo la Russia – alleata dell’asse sciita, nemico comune di turchi e israeliani – ha ora il controllo dei cieli (grazie agli avanzati sistemi di contraerea S-400 posizionati a Latakia dopo l’abbattimento del suo caccia) in Siria, ma la crisi dei rapporti tra Mosca e Ankara potrebbe minacciare la sicurezza energetica della Turchia, che dipende in gran parte (60%) dalle importazioni di gas dalla Russia. Comprare gas da Israele diventa quindi l’alternativa più credibile (e del resto l’idea di costruire un gasdotto e importare gas naturale dal giacimento Leviathan nel mare davanti Israele non è mai stata accantonata nemmeno nei periodi di massima tensione). A una ricucitura dei rapporti sono poi favorevoli anche i Saud, che con Israele si sono avvicinati già da qualche anno per via della comune battaglia contro l’apertura degli Stati Uniti nei confronti di Teheran, e che – al pari degli altri due alleati storici degli Usa nella regione, Turchia e Israele – sono preoccupati del progressivo disimpegno degli Stati Uniti dal Medio Oriente.

La partita economica sembra oggi quella con maggiori chance di riportare Turchia e Israele a rapporti “normali”, mentre quella geopolitica rischia di rivelarsi sterile. Anticipando le possibili mosse di Ankara infatti, Mosca – consapevole dei timori israeliani per la possibilità che Hezbollah in Siria metta le mani su armamenti avanzati pericolosi per la sua sicurezza – ha da subito stretto un accordo (più o meno segreto) con Tel Aviv per consentire a Israele di compiere raid mirati in territorio siriano senza timore di essere intercettato dai sistemi russi. Inoltre la vicinanza dell’Akp di Erdogan ad Hamas sembra pesare più della comune preoccupazione per l’ascesa dell’Iran (un’ascesa addolcita per la Turchia dalla prospettiva di fare affari miliardari in un mercato che si sta aprendo dopo anni di sanzioni). Ankara fatica insomma a fare retromarcia dal pantano in cui la scommessa neo-ottomana l’ha sprofondata, ma la necessità di trovare sponde in Occidente e non solo – per limitare la perdita di peso strategico nella regione, per contrastare l’indipendentismo curdo (mai così supportato a livello internazionale) e per salvare la faccia nelle trattative sul futuro della Siria – lascia pensare che l’unica strada possibile per la Turchia sia quella alle spalle, da percorrere a ritroso.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->