mercoledì, Ottobre 20

La Turchia nel puzzle europeo

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Professoressa Scridel, il 14 aprile 2015, Erdoğan nega il genocidio armeno di inizio secolo e si esprime in toni molto forti nei riguardi di Papa Francesco: probabilmente una mossa politica dovuta ad una maggioranza confessionale non cristiana del Paese che governa. Quale rapporto emerge fra Islam e cristianità da tale atteggiamento?

Bergoglio ha già dimostrato in numerose occasioni di non avere paura di esprimere il proprio pensiero, di prendere posizione e, se provocato, di reagire con fermezza: e lo ha fatto anche in quell’occasione. Ciò su cui merita riflettere è l’atteggiamento verso le altre confessioni religiose assunto da Erdoğan, Presidente di uno Stato che si definisce laico e la cui Costituzione prevede libertà di religione e di coscienza, ma le cui decisioni – introduzione di corsi di religione islamica sunnita obbligatori in tutte le scuole – vanno nella direzione opposta, rispetto invece all’atteggiamento assunto dai due capi religiosi turchi, il Gran Mufti Mehmet Görmez, capo dell’Islam e il Patriarca ortodosso Bartolomeo I, che in occasione di una precedente visita di Papa Francesco in Turchia, avevano manifestato apertura e volontà di un dialogo costruttivo. Dunque potremmo parlare di un «integralismo di stato» verso un «dialogo serrato» fra capi religiosi.

La Turchia, oltre ad essere una potenza economica è anche una potenza militare: e l’UE?

Senz’altro il fatto che la Turchia sia una potenza militare è un dato importante, oggi più che mai. L’Unione Europea pare di fatto inadeguata ad affrontare le nuove sfide: non è coesa, la struttura economica è soverchiante, ma manca di autorità, gli stati membri mantengono la propria sovranità e non sono disposti a cederla se non in minima parte, e soprattutto è assente una forza militare comune. E’ un’aggregazione più che un’integrazione di Stati e all’esterno non è percepita adeguatamente, è un gigante economico “in declino” e contemporaneamente un “nano politico”: sembra un puzzle in costruzione al quale mancano i pezzi e quelli che ci sono non si incastrano a dovere.

Il contesto è in continuo divenire, ma l’Europa pare bloccata. E’ necessario pertanto riflettere se sia necessario che questo organismo complesso, questa «Europa imperfetta», per perfezionarsi, si debba risolvere ad attuare un significativo mutamento diventando uno Stato sovrano con tutte le attribuzioni che gli sono proprie. E forse, un passo in questa direzione è quanto fatto dal Presidente francese François Hollande a seguito delle stragi di Parigi, che si è appellato all’articolo 42.7 del Trattato di Lisbona, chiedendo all’UE tutta di attivare la “clausola di solidarietà”.

La questione della Turchia in UE, ripropone soprattutto il tema relativo ai confini dell’Europa, in che modo?

La questione dell’entrata della Turchia nell’UE, impone alcune riflessioni su cosa intendiamo sia l’Europa e, in primis, su quali intendiamo siano i suoi confini. La Turchia può realisticamente essere considerata Europa? Fino a dove e secondo quali criteri l’Europa potrà ampliare i propri confini? E’ chiaro che il rapporto con chi sta sul confine o addirittura oltre, non potrà essere indefinitamente risolto, offrendo l’ingresso nell’Unione. A tutt’oggi l’Unione Europea è definita come un “partenariato economico e politico” unico nel suo genere, tra 28 paesi che coprono buona parte del continente. La struttura economica è soverchiante, ma l’UE manca di autorità, gli stati membri mantengono la propria sovranità e non sono disposti a cederla se non in minima parte, è assente una forza militare comune: insisto nel dire che è un’aggregazione più che un’integrazione di Stati. La politica di allargamento dell’UE, volutamente delineata in termini generali, non ha indicato i paletti oltre i quali l’Europa non è più tale. L’indefinitezza, da segnale di apertura e strumento di democrazia sta però diventando segnale di debolezza ed evidenzia la mancanza di volontà, da parte dei suoi attuali Paesi Membri di assumersi fino in fondo e in maniera coesa le proprie responsabilità, prendendo dunque decisioni determinanti non solo per il proprio futuro, ma anche per il proprio presente.

 

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