giovedì, Maggio 13

La Turchia nel puzzle europeo

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I cori stonati di un nazionalismo lontano dalla storia e la volgarità dei fischi che troppi pseudotifosi hanno elargito a Ahmet Davutoglu e Alexis Tsipras durante la commemorazione delle vittime del terrorismo a Parigi nelle cerimonie di apertura di un incontro di calcio a Istambul, rappresentano l’emblema di un malessere assai critico che non echeggia in una sola regione europea, ma che va molto oltre i sofferti confini di una terra che si estende tra lo spicchio orientale della Tracia e la lingua contorta dell’Anatolia e che in più è bagnata da ben quattro mari. E’ la Turchia, una delle regioni più transcontinentali di Europa e Asia. Il fatto che le sue terre marcano i confini con Grecia, Bulgaria, Georgia, Armenia, Azerbaigian, Iran, Iraq e Siria dà concretamente la misura di un territorio complesso ed eterogeneo.

Ma cosa rappresenta la Turchia, adesso, nel sofferto quadro geopolitico paneuropeo?

L’Indro lo chiede a Emanuela Scridel, laureata in Economia Politica all‘Università Luigi Bocconi di Milano, docente di International Business alla Luiss, Esperto UE e un gran numero di saggi in materia di strategie e dinamiche politico-economiche internazionali.

 

Professoressa Scridel, la Turchia è una terra assai vasta, affacciata su due continenti e delimitata da tanti, troppi paesi. Che peso ha una regione così multiforme nel continente europeo?

La Turchia, per secoli un impero considerato minacciante per l’Europa, non solo oggi è candidato ufficialmente a entrare nell’Unione, ma è più che mai rilevante nell’attuale contesto geopolitico, in quanto punto di passaggio fra la nuova Europa e il sempre più frammentato Medio Oriente. Terra «al confine» e «di confine» – territorialmente solo il 3% della superficie totale turca si trova nel continente europeo, mentre il restante 97 % è in Asia – la Turchia, più che parte del Vecchio Continente, potrebbe dirsi elemento dell’Eurasia.

E’ un paese di 79 milioni di persone, pari a quasi un quinto della popolazione totale dell’UE, con un’impronta islamista importante, determinante e pervasiva: il 99,8% della popolazione è di religione musulmana. Dunque l’entrata definitiva della Turchia nell’UE sarà senz’altro destinata ad incidere profondamente sulla identità culturale dell’Unione Europea stessa, identità peraltro mai realisticamente individuata e talvolta fatta coincidere con le sue radici cristiane. La contaminazione culturale e religiosa sarà inevitabile e probabilmente necessaria, tanto all’Europa quanto alla Turchia.

La Turchia è però anche una potenza economica, con quali peculiarità e con quale impatto nell’UE?

La Turchia, potenza economica annoverata a pieno titolo fra i MIST – secondo l’acronimo coniato da Jim O’Neill di Goldman Sachs per riferirsi alle nuove potenze economiche emergenti (Messico, Indonesia, Corea del Sud e Turchia) – pare aver capito di potersi giocare una carta in più: consapevole della crescente islamizzazione dell’economia e Paese quasi interamente musulmano, intende diventare punto di riferimento e centro di potere della finanza islamica in Europa. E, già da qualche tempo, si sta attivando per fare delle banche islamiche la punta di diamante del suo sistema finanziario, con l’obiettivo di triplicare la presenza di istituzioni conformi alla sharia entro il 2023. Il futuro del mercato «Sharia compliant» in Turchia pare infatti promettente, considerando il basso tasso di penetrazione bancaria, c’è un reale potenziale che questo possa crescere tramite la finanza islamica. Il governo turco sta pertanto intervenendo in maniera massiccia per favorire questo settore, soprattutto in termini di strumenti legislativi. E’ chiaro, quindi, che il mercato dei finanziamenti islamici potrebbe rappresentare un’ulteriore spinta economica in grado di soddisfare l’ambizione turca di diventare un centro finanziario a livello regionale, in vista dell’ultimazione dell’Istanbul International Financial Center (IIFC), che avverrà entro il 2023.

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