lunedì, Settembre 20

La Turchia di Erdogan e i difficili rapporti con l’Occidente

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Come cambierà, da ora in poi, l’approccio diplomatico dell’Unione Europe nei confronti della Turchia? C’è ancora la possibilità di tenere aperto un dialogo?

Il rapporto tra UE e Turchia è un rapporto di lunga data, che inizia già negli anni ’60. Il negoziato di adesione della Turchia all’UE è il negoziato più lungo che ci sia mai stato per entrare nella Comunità, l’unico che ha inserito la clausola per la quale le trattative potrebbero anche fallire. Per l’UE la Turchia è un discorso spinoso, ed è facile capire perché l’opinione pubblica turca sia passata, nel corso degli anni, da un forte europeismo ad un atteggiamento euroscettico: la retorica di Erdogan punta su rafforzare l’idea di un’Europa ʹnemicaʹ, che non accetta la Turchia all’interno dell’Unione accusando lo Stato turco di non rispondere ai requisiti minimi di democrazia che ogni Paese, per essere annesso, deve garantire. Inoltre, se la Turchia davvero entrasse a far parte dell’Ue lo stesso Parlamento europeo sarebbe trasfigurato, perché la Turchia diventerebbe il Paese con la maggioranza di parlamentari: l’Ue, dunque, cambierebbe la sua natura. Un altro elemento di criticità riguardano i fondi: se la Turchia entrasse nell’Ue, essendo il Paese più povero dell’Europa, catalizzerebbe tutti i fondi strutturali. L’ultimo problema che riguarda l’annessione è la questione di Cipro, che configura a tutti gli effetti un conflitto che la Turchia ha in corso con un Paese dell’Ue, e quindi con l’Europa stessa: se non si risolve questo problema è impossibile pensare all’annessione turca.  L’UE al momento si trova in una situazione di impasse, poiché sa di essere ostaggio della Turchia per una serie di accordi internazionali sul tema dell’immigrazione, l’ultimo stipulato nel marzo 2016: l’Ue, con questo accordo, oltre a dare molti fondi economici alla Turchia, ha dato a Erdogan una ʹbombaʹ politica e umanitaria che lo Stato turco può agitare ogni qualvolta desideri spaventare l’Europa. Erdogan, in pratica, sfrutta le debolezze dell’Unione Europea che, al momento, non riesce a trovare una linea comune per affrontare il problema dell’immigrazione. È necessario, quindi, avere buoni rapporti con lo Stato turco, perché è un Paese stabile alle porte di un mondo mediorientale instabile, che spinge sempre più sulle frontiere europee.

Un rapporto dell’OSCE ha definito il processo elettorale turco sotto lo standard democratico, come si evolveranno i rapporti con l’Unione Europea? Soprattutto quanto interessa a Erdogan entrare a far parte dell’UE?

La politica di Erdogan è quella velleitaria di una grande potenza regionale, di una Turchia che insegue i fasti dell’antico Impero Ottomano. Dunque, possiamo dire che Erdogan non è così interessato a far parte dell’Ue: però, per capire le chiavi della politica estera turca, dobbiamo prima comprendere come si sta muovendo la politica interna. Le linee che connotano il rapporto UE e Turchia rispecchiano l’accentramento di potere dello Stato turco, non a caso il Presidente ha escluso dal proprio governo il Ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu, filo occidentale e dai tratti troppo marcatamente europeisti. Sin dal suo primo Governo Erdogan si è lanciato in direzioni precluse dalla tradizione democratica laica di Ataturk, poiché ha rilanciato il Neottomanesimo, guardando di nuovo all’ampliamento territoriale verso il Medio Oriente, cosa totalmente assente nell’idea di Stato turco perseguita da Ataturk. Questa politica mediorientale, però, è fallita nel momento in cui la Turchia si è proposta di diventare il modello di riferimento delle primavere arabe, senza esito positivo. In secondo luogo, la politica estera di Erdogan si era spostata versoil Turkmenistan, dove ci sono delle contingenze di carattere linguistico e culturale, e anche verso i Balcani, zona in cui si era spinto l’Impero Ottomano. Non a casa, da quando l’area balcanica è stata introdotta nell’UE, la Turchia ha provato ad agganciarsi a questo gruppo, ovviamente nel tentativo di capeggiarlo.

Come si evolveranno i rapporti tra la NATO e la Turchia?

Il rapporto Turchia-Nato risente della determinazione della Turchia di non essere più un alleato fedele degli Stati Uniti. Erdogan, infatti, ha rivendicato i suoi interessi indipendenti da quelli della NATO. Queste, però, sono solo piccole schermaglie che vanno lette all’intero del processo di ridefinizione della Nato, che conclusa la Guerra Fredda ha perso il suo nemico principale: la Russia. Diciamo che tale organismo internazionale sta ancora cercando di riformulare il proprio ruolo e le proprie strategie. In questo percorso la Turchia si trova con il secondo esercito più numeroso dopo quello degli Stati Uniti, e dunque ha dei chiari interessi che prova a portare avanti. Ad oggi i comportamenti ʹindipendentiʹ della Turchia non hanno portato grossi problemi, diciamo che in futuro il rischio a cui si potrebbe arrivare è la strumentalizzazione della Nato da parte della Turchia, così come ha fatto con L’Ue. Su questo tema, però, bisogna stare più tranquilli, perché lo Stato turco nella Nato ha come interlocutore non la fragile Ue, bensì gli stati Uniti, che non accetteranno mai dei movimenti indipendenti della Turchia che potrebbero andare contro gli obiettivi di stabilizzazione propri della Nato.

Ora che Erdogan si sta separando dall’Europa  volgerà l’occhio anche sulle comunità economica gestita dalla Russia?

In questo momento si sta consolidando l’asse Turchia-Russia, nei confronti del quale dobbiamo stare tranquilli: da sempre, nel corso della storia, i due Stati sono stati tradizionalmente nemici perché hanno interessi convergenti. La Turchia rappresenta per la Russia il sogno di arrivare nel Mediterraneo, oltre a rappresentare uno dei più potenti avversari nel Medio Oriente. In questa fase di rapporti più stretti, la buona notizia è che questi avvicinamenti hanno sempre avuto breve durata. Le strategie di lungo periodo vedono i due Paesi andare in direzioni opposte. Ad oggi la collaborazione abbraccia il piano economico, polito e militare: gli impegni di carattere economico gettano un seme per una futura stabilizzazione dei due Paesi, per esempio nei confronti della Siria, nei confronti del quale la Turchia ha avuto una politica oscillatoria. L’interesse della Turchia è proiettato a rafforzare la politica interna, poiché Erdogan teme molto la possibilità che i curdi realizzino il proprio sogno atavico: ovvero la creazione di uno Stato curdo indipendente.

Trump si è congratulato con il Presidente turco per la vittoria del Referendum. Erdogan e Trump hanno in programma di incontrarsi a Maggio negli Sati Uniti, come si evolverà la situazione fra i due Stati?

Il consolidamento tra Stati Uniti ed Erdogan s’insinua nel solco di una politica estera tradizionale: gli Usa hanno sempre trattato con Stati non democratici, come l’Egitto di Hosny Mubarak, al fine di garantire la  stabilità internazionale. Non ci sono problemi su questo piano, i problemi riguardano solo la Democrazia in Turchia. Quello che accadrà è tutto da vedere, anche perché vi è un’altra possibilità da parte della strategia internazionale di Erdogan: il fatto che intercorra rapporti sia con Trump che con Putin potrebbe significare la volontà di giocare il ruolo di ʹago della bilanciaʹ tra Russia e Stati Uniti, al fine di trarre il massimo vantaggio da entrambi i Paesi. Le possibilità di una simile linea sono ancora lontane, sembra piuttosto che Trump abbia voluto congratularsi con Erdogan per avvicinarsi sempre di più allo Stato turco, tentando di allontanarlo dal nuovo asse filorusso.

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