martedì, Aprile 13

La Turchia di Erdogan e i difficili rapporti con l’Occidente

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Il Partito popolare repubblicano della Turchia (Chp) ha annunciato che presenterà ricorso alla Corte europea dei diritti umani, contro la decisione delle autorità nazionali di accettare come valide le schede non timbrate nel referendum del 16 aprile. Lo ha fatto sapere una portavoce Selin Sayek Boke. Questo, così come il recente caso del giornalista italiano Gabriele Del Grande, si inseriscono in una questione ormai lungamente dibattuta dall’opinione pubblica europea, ovvero la deriva antidemocratica turca che è in atto in questo periodo.

Impossibile non tenere a mente in tale contesto il Referendum appena vinto dal Presidente Recep Tayyip Erdogan, attraverso il quale la Turchia è diventata una Repubblica presidenziale. Ma il problema non risiede nell’effettivo cambiamento istituzionale, bensì nel modo antidemocratico con cui tale processo è stato finora portato avanti, ovvero negando la libertà di stampa, i diritti umani, oltre che limitando le forze delle varie opposizioni politiche.

Per comprendere il lungo processo che ha visto trasformarsi la Democrazia turca fondata da Mustafa kemal Ataturk nel sistema presidenziale di Erdogan abbiamo chiesto di fare il punto della situazione al professore di scienze politiche presso la LUISS di Roma Domenico Fracchiolla, Vice Direttore del Laboratorio di Analisi Politica e Sociale, centro di ricerca del Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss; docente di Sociologia delle Relazioni internazionali del Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss.

Come ha sottolineato Fracchiolla “la Turchia attraversa da tempo un processo democratico incompiuto, che da qualche anno si è bloccato e, in questo momento, sta regredendo. Dobbiamo ricordare che la Turchia è stato il primo dei Paesi moderni con una forte componente islamica a separare il potere temporale da quello spirituale. Ad oggi stiamo assistendo al lento declino di questi aspetti, di cui la Riforma di Erdogan rappresentano solo la punta dell’iceberg”.

 

Anche se la vittoria del Referendum sul presidenzialismo non è stata schiacciante, Erdogan è riuscito a far passare la Riforma. Ci può spiegare precisamente cosa cambia nell’assetto del Paese? Che cos’è il ‘Sultanato’ di Erdogan?

Per quanto riguarda l’assetto interno del Paese non siamo in presenza di una Riforma che va nella direzione di un Sultanato, inteso come un regime non democratico. La Riforma proposta trasforma un sistema istituzionale, sulla carta funzionante secondo l’organo parlamentare, in un sistema presidenziale. È una riforma tesa ad abolire la figura del Capo del Consiglio, sostituito dalla figura del Presidente, che diventa lui stesso Capo dell’Esecutivo. Questo è l’aspetto più importante, insieme alla modifica del Consiglio dei Giudici, che è un organo giudiziale importante del quale, prima della riforma, il Presidente della Repubblica aveva la possibilità di nominare quattro membri su ventidue: con il nuovo sistema Erdogan potrà nominare 12 dei 15 giudici costituzionali. Vediamo che da questo punto di vista vi è un accentramento dei poteri nelle mani del Presidente della Repubblica: questo è il primo passo che vede trasformare la Turchia in un sistema presidenziale. Ciò non significa, però, andare verso un sistema non democratico: esistono altri Paesi in cui vige il sistema presidenziale, come gli Stati Uniti, e la democrazia semi-presidenziale della Francia, dove il Capo dello Stato  esercita alcuni poteri di Capo dell’esecutivo. Dobbiamo far capire che l’allontanamento della Turchia dalla Democrazia non arriva a compimento con il risultato del Referendum,  ma è un percorso che sta avanzando da molti anni e che, negli ultimi mesi, ha visto un aumento della riduzione del sistema democratico: è stata negata la libertà di stampa, sono state intensificate le violazioni dei diritti umani e sono stati arresti numerosi politici appartenenti all’opposizione.

Da quanto tempo il sistema democratico turco sta decadendo?

La Turchia attraversa da tempo un processo democratico incompiuto, che da qualche anno si è bloccato e, in questo momento, sta regredendo. Il consolidamento democratico turco è stato portato avanti sulla base di un punto di partenza imprescindibile: l’esempio della Repubblica laica fondata sui valori della Democrazia che, negli anni ’20, Mustafa Kemal Ataturk fondò. Dobbiamo sempre ricordare che la Turchia è stato il primo dei Paesi moderni con una forte componente islamica a separare il potere temporale da quello spirituale. Ad oggi assistiamo al declino di questi aspetti, di cui la Riforma di Erdogan rappresentano solo la punta dell’iceberg: da parte di Presidente turco possiamo notare una chiara strategia che da anni punta a fare dell’avvicinamento all’Unione Europea la scusa per sradicare, sotto il vessillo della democratizzazione, quelli che erano fino a poco tempo fa gli anticorpi e i baluardi a protezione della laicità dello Stato, ovvero il potere dei militari. La Repubblica di Ataturk si poggiava, infatti, sul ruolo che veniva riconosciuto ai militari, i quali avevano un potere politico, sociale ed economico poiché erano considerati i custodi della Costituzione laica. Nella storia turca, ogni dieci anni, il corpo dei militari è sempre intervenuti con un colpo di Stato, ogni qualvolta che, a loro parere, i valori di laicità dello Stato turco fossero venuti meno. Dalla seconda metà degli anni ’90, con la breve esperienza di Governo di Necmettin Erbakan, si è riportato al centro del dibattito politico turco il tema dell’Islam politico: questo è il punto di preoccupazione dell’Occidente, che ha allontanato la Turchia dall’UE.

Il Paese da questo Referendum è uscito spaccato a metà: come evolverà la politica interna turca? Le tensioni civili presenti in questi giorni a Smirne potrebbero sfociare in qualcosa di più pericoloso?

In Turchia, ad oggi, stiamo assistendo ad una crisi della Democrazia, al momento seriamente a rischio. Detto ciò osserviamo che a fronte delle molteplici violazioni dei diritti umani, della libertà di stampa e delle contestazioni da parte dell’OSCE sullo standard democratico del voto,  comunque vi è metà del Paese che, nonostante tutto, è riuscito ad esprimere il suo dissenso. Diciamo che la Democrazia è sotto assedio ma il processo di ʹsultanizzazioneʹ dello Stato turco è ancora incompleto: ciò vuol dire che esiste ancora uno spazio su cui lavorare. Le crisi della Democrazia possono risolversi in tre modi: in un ritorno della Democrazia, nell’affermazione di un regime totalitario o in una guerra civile. Il rischio di una guerra civile c’è tutto, ma dobbiamo dire che in una prospettiva democratica lascia ben sperare che esistano queste espressioni di dissenso, poiché vuol dire che il popolo non è assolutamente disposto ad abbandonare i propri diritti. Sarebbe più preoccupante che ad un Referendum condotto in un certo modo non ci fosse stata nessuna manifestazione di dissenso. Il fatto che la popolazione si stia ribellando lascia ben sperare per la possibilità di poter continuare il processo democratico che, ad oggi, in Turchia è stato interrotto.

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