lunedì, Settembre 20

La Trump-mania vista dai musulmani d’Italia Intervista a Foad Aodi, presidente della Comunità del Mondo Arabo in Italia

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L’adozione, puramente ipotetica nonché improbabile, di misure di restrizione all’immigrazione da determinati Paesi a maggioranza musulmana similmente a quanto fatto negli Stati Uniti, che tipo di reazione comporterebbe da parte della comunità islamica italiana?

L’Italia è molto ben vista dalle comunità musulmane sia qui che nei nostri Paesi d’origine, differentemente da quanto avviene per Francia, Germania e Stati Uniti. Questo anche per la memoria storica dei buoni rapporti tra i governi italiani e i Paesi arabi da cui sono partiti e partono molti migranti. Per questo i rapporti saranno sempre costruttivi, ma dovrebbero esserlo ancora di più.
Il nostro è un appello affinchè tra istituzioni italiane e cittadini musulmani i rapporti siano sempre più inclusivi, per far sì che le minoranze in questione non si sentano solo come monitorate.

Il bando adottato da Trump riguarda solo alcuni Paesi a maggioranza a musulmana, tralasciandone invece altri. Aldilà delle reali motivazioni dietro alla scelta del presidente americano, ci sono Paesi dai quali, per la loro storia politica e religiosa o anche per elementi culturali, è effettivamente più rischioso ricevere migranti?

Certe mosse diplomatiche a livello internazionale tendono a fare sempre a fare una distinzione tra musulmani buoni e cattivi, a seconda del Paese di provenienza. Secondo me alla base di tutte queste problematiche bisogna ricordare che laddove c’è più povertà, disoccupazione e conflitti, lì è più facile per gli estremisti trovare nuovi adepti.
Se andiamo a vedere gli attentati che hanno colpito l’Europa negli ultimi anni, frutto di un terrorismo che io definisco fai-da-te, sono stati commessi da ragazzi tunisini o algerini, ragazzi che poco però spartivano con la vita tipica di un credente musulmano come ho potuto constatare incontrando le comunità arabe di Nizza. Un movimento estremista come questo non può trovare campo fertile nei confronti di soggetti che non sono in condizione economiche precarie.
Per me non c’è un Paese più a rischio di un altro in questo senso.

Crede che in Italia ci sia troppo lassismo sulla gestione dei fenomeni migratori? Come andrebbero gestiti?

Già dal 2001 l’AMSI, attraverso il progetto Buona Immigrazione, proponeva una politica di accoglienza programmata. Purtroppo in Italia c’è una grande lacuna per quanto riguarda la programmazione della gestione dei fenomeni migratori, affrontati sempre con metodo emergenziale.
Immigrazione programmata per noi significa cooperazione internazionale per aiutare i nostri connazionali nei Paesi di origine, così come significa forme di collaborazione tra autorità musulmane e governo italiano in modo da arginare quelle forme di Islam fai-da-te all’interno di strutture non controllate.
La nostra ricetta consiste nel vedere a priori le esigenze del mondo del lavoro italiano, in modo da non creare quella guerra tra poveri tra stranieri e italiani nel mercato del lavoro.
Penso inoltre che sia ormai necessaria una legge sull’immigrazione europea.

Il mantra che spesso sentiamo è quello dell’ ‘aiutiamoli a casa loro’. Come si può attuare quello che spesso sembra solo un buon proposito?

La cooperazione internazionale come dicevo sarebbe fondamentale, e dovrebbe agire su quattro campi: creazione di posti di lavoro, maggiori servizi sanitari, lotta all’analfabetismo e protezione dei diritti umani. Alla base di questi fenomeni sta sempre un tasso di disoccupazione altissimo nei Paesi di provenienza.
Allo stesso tempo quei Paesi di partenza dei migranti hanno bisogno di quelle persone ad alto tasso d’istruzione che sono migrate in Europa, e si dovrebbe quindi porre le condizioni per un loro ritorno ai Paesi di origine.

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