venerdì, dicembre 14

La ‘tregua tattica’ tra Washington e Pechino L'intesa raggiunta al G-20 non altera i termini del confronto geopolitico Usa-Cina

0

L’accordo commerciale raggiunto tra le delegazioni statunitense e cinese in occasione del recente vertice del G-20 di Buenos Aires ha suscitato grande scalpore a livello internazionale. Gran parte degli osservatori si aspettava infatti che le trattative sarebbero naufragate a causa dei numerosi fattori di attrito che dividono i due Paesi già da prima dell’ascesa al potere di Donald Trump. Ai negoziati hanno preso parte, sul lato statunitense della barricata, esponenti di grande spicco come il segretario di Stato Mike Pompeo, il capo dello staff di Trump John Kelly, il consigliere particolare (e genero) della Casa Bianca Jared Kushner, il segretario al Commercio Robert Lightizer, il direttore dell’Office of Trade and Manufacturing Policy Peter Navarro, il segretario al Tesoro Steve Mnuchin, il direttore del National Economic Council Larry Kudlow e il consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton. La delegazione cinese si componeva invece, tra gli altri, del presidente Xi Jinping, del suo capo dello staff Ding Xuexiang, dell’ambasciatore negli Usa Cui Tiankai e del vice-primo ministro Liu He.

Nello specifico, l’accordo impegna gli Stati Uniti a far scattare con tre mesi di ritardo – dal 1° gennaio al 1° aprile – il rialzo dei dazi dal 10 al 25% su una serie di prodotti cinesi che sul mercato nazionale pesano per circa 200 miliardi di dollari. Come contropartita, la Cina ha accettato di incrementare considerevolmente gli acquisti di prodotti energetici (gas di scisto soprattutto), agricoli (soia in primis) e industriali con lo scopo di ridurre sensibilmente lo squilibrio commerciale tra i due Paesi. Se una volta ultimato il decorso dei 90 giorni i due governi non saranno riusciti a siglare un patto che risolva gran parte dei problemi evidenziati da Washington, l’inasprimento delle misure tariffarie statunitensi entrerà regolarmente in vigore, come annunciato dalla portavoce della Casa Bianca Sarah Huckabee Sanders.

È francamente improbabile che, in un arco di tempo così ristretto, Washington e Pechino riescano ad escogitare un compromesso che soddisfi entrambe le parti per quanto concerne la tutela delle proprietà intellettuali, la definizione delle barriere non tariffarie, la cyber-guerra e il trasferimento di tecnologie sensibili dagli Usa all’ex Celeste Impero; un tema, quest’ultimo, che non molti mesi fa aveva indotto l’amministrazione Trump a erigere una sorta di ‘scudo protettivo’ atto a difendere la conoscenze statunitensi dall’offensiva cinese, materializzatasi sotto forma di boom di acquisizioni di compagnie hi-tech statunitensi. Si parla di investimenti per 116 miliardi di dollari nell’arco degli ultimi cinque anni, parte rilevante dei quali provengono da aziende dotate di una qualche forma di connessione con il governo di Pechino. Il timore degli Stati Uniti è che, attraverso le acquisizioni, le autorità dell’ex Celeste Impero si pongano nelle condizioni di sfidare il primato tecnologico statunitense. Lo si evince da un rapporto redatto nel febbraio 2017 dagli specialisti del Pentagono in cui si richiamava l’attenzione sull’estrema rapidità con cui tecnologie di punta, comprese quelle applicabili a fini militari, vengono trasferite alla Cina nell’ambito di processi – come il finanziamento di start-up e l’acquisizione di quote di società hi-tech quando si trovano ancora nella loro fase embrionale – di cui in genere le autorità di Washington faticano a comprendere la portata e a disciplinarne il corso.

Ma le preoccupazioni statunitensi non si limitano certamente ai soli temi presi in esame in occasione dell’incontro di Buenos Aires. Da anni la Cina sta portando avanti un processo di penetrazione economica nel quadrante latino-americano, che da sempre gli Usa considerano il propriocortile di casa‘ – conformemente alla mai ripudiata ‘Dottrina Monroe’ e che Pechino vede oggi come prolungamento della nuova Via della Seta. Senza contare la sempre più forte presenza di Pechino nelle acque del Mar Cinese Meridionale e le crescenti sinergie sino-russe, che vanno a sommarsi al blocco degli investimenti cinesi in Treasury Bond Usa e al processo di internazionalizzazione del renminbiche minaccia di intaccare la supremazia del dollaro. Questioni di capitale rilevanza destinate a rimanere irrisolte ancora per molti anni a venire, perché gli Usa intendono in tutta evidenza ridimensionare le aspirazioni globali della Cina mediante un’offensiva a tutto campo tesa a bloccare la sua avanza in ambito economico, tecnologico e militare. L’ex Celeste Impero, di converso, è chiamato a consolidare la legittimità popolare di cui gode il Partito Comunista grazie alla sua indiscussa abilità a sfruttare le possibilità economiche garantite da quella stessa globalizzazione promossa dagli Usa di cui Xi Jinping si è recentemente accreditato come grande sostenitore. Per farlo occorre evitare di cedere alle continue richieste statunitensi che si propongono di costringere la Cina ad attenersi alle regole scritte da Washington dal secondo dopoguerra in poi.

Ragion per cui l’intesa raggiunta presso la capitale argentina si configura come una sorta di accomodamento momentaneofinalizzato a decretare, come nota Smartmag, una «battuta d’arresto nello scontro tra titani sul commercio che, oltre a mettere la relazione bilaterale su un sentiero impervio, ha gettato il mondo nella più profonda prostrazione, costringendo tutti a fare i conti con il riflusso protezionista americano e con la sfida letale a quel libero commercio che tanto ha contribuito a fare del mondo una rete interdipendente di scambi di cui la Cina, dai tempi delle riforme pro-mercato di Deng, sono diventati un nodo fondamentale».

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore