venerdì, Ottobre 22

La Thailandia chiude alla Cambogia Visti d'ingresso sospesi per l'attuazione di un censimento, monta la polemica anche tra gli industriali

0

Bangkok – Quattro mesi di sospensione nella concessione di visti temporanei per accedere al territorio thailandese per motivi di lavoro. I lavoratori cambogiani, solitamente numerosi e speranzosi ai confini con la Thailandia, alla ricerca di un lavoro pagato meglio rispetto alle paghe da fame riscosse in Patria, si son ritrovati questo ennesimo ‘muro sulla propria strada, stavolta ben scarsamente superabile, stante a monte una decisione presa dai Governi cambogiano e thailandese, ma, nello specifico, chiesto espressamente dal Governo thailandese. La motivazione ufficiale addotta da parte thailandese è che in questo momento è in fase di applicazione un censimento sui lavoratori migranti presenti sul territorio thailandese. La sospensione ha applicazione dal 1° Aprile fino al 29 Luglio, secondo un documento ufficiale rilasciato e reso pubblico lo scorso Mercoledì. Bisogna annotare che la legislazione thailandese, in materia di lavoro, è particolarmente restrittiva per quel che riguarda la forza lavoro straniera, in quanto per poter lavorare in Thailandia bisogna pagare un ‘work permit‘ , bisogna contestualmente ottenere un visto di lunga durata che però non supera l’anno solare e tener conto he si tratta di una legislazione che cerca di tutelare quanto più possibile la forza lavoro thailandese. Anche l’acquisizione di proprietà (di vario genere) sul territorio thailandese non può superare il 49 per cento dell’assetto proprietario complessivo e, nel caso in cui si passi ad assunzioni, esse dovranno dare la precedenza al personale thailandese. Fatte salve queste premesse, è facile intuire che gli accessi di grandi masse di lavoratori provenienti da Nazioni limitrofe dove il costo-lavoro è inferiore a quello stabilito in Thailandia, da parte thailandese devono necessariamente essere regolamentati alla fonte. Per questo motivo la Thailandia ha fissato accordi bilaterali con Nazioni come Vietnam, Laos e Cambogia in modo da non verificare affollamenti incontrollati sul proprio territorio.

Il portavoce del Ministero Cambogiano del Lavoro ha affermato che i lavoratori migranti cambogiani già presenti in territorio thailandese debbono presentare richiesta scritta ai fini di ottenimento del permesso direttamente al Ministero del Lavoro Thailandese per poter lasciare il Paese durante il periodo dell’effettuazione del censimento e possono farlo solo solo in particolari circostanze alquanto eccezionali. Il portavoce ha anche aggiunto che i lavoratori cambogiani non possono attraversare il confine tra le due Nazioni con una “carta rosa” che consente di lavorare in Thailandia mentre si è in attesa della concessione di visti e passaporti. In quanto si potrebbe rivelare quasi certamente una condizione non sufficiente affinché i funzionari ministeriali thailandesi possano rilasciare alcun permesso in tal senso.

Invece, per altri osservatori o persone variamente coinvolte in questo specifico settore del mondo del lavoro, ritengono la sospensione non esplicherà alcun particolare effetto in termini di restrizione dei flussi di lavoratori stranieri, soprattutto cambogiani, verso la Thailandia, come è accaduto in riferimento a quanto ha affermato, in questo frangente, il Centre ovvero il Centro per l’Alleanza del Lavoro e dei Diritti Umani, un gruppo di attivisti cambogiani che opera nell’ambito del Diritto del lavoro. Un po’ a conferma di quanto affermato da chi ritiene che le limitazioni thailandesi non fermeranno certo le immigrazioni per la disperata ricerca di paghe migliori di quelle risicatissime date in Patria, il flusso di attraversamenti illegali dei confini tra Cambogia e Thailandia in verità non è affatto chiuso, attraversamenti illegali così da aggirare la burocrazia ed i costi amministrativi delle pratiche burocratiche da sostenere. Lo stesso Centre ha sottolineato che buona parte del mondo della produzione thailandese dipende proprio dalla forza lavoro straniera e nonostante il Governo thailandese abbia deciso di introdurre ulteriori misure restrittive, il mondo del business e dell’industria manifatturiera e non della Thailandia non faranno certo a meno di segnalare al Governo thailandese che non gradiranno affatto misure draconiane e restrizioni eccessive sulla forza lavoro straniera e non solo nel caso della sola Cambogia ma anche per quel che riguarda i flussi di lavoratori che giungono in Thailandia dal Laos e dal Myanmar, insomma, si tratta di un flusso illegale che non sarà certamente fermato dalle barriere burocratiche thailandesi e gli stessi industriali faranno in modo di attuare ‘pressione’ sul Governo di Bangkok perché allenti la presa nel settore delle limitazioni verso i lavoratori stranieri.

La eccessiva lunghezza nell’espletamento delle pratiche burocratiche e la complessa via legale messa in piedi in Thailandia in materia di Lavoro per gli stranieri spingono naturalmente gli immigrati a cercare il lavoro per vie illegali, attraversando i confini con documenti nulli o poco efficaci pur di trovare paghe migliori e migliori condizioni di retribuzione in modo da migliorare il livello del denaro inviato in Madre patria a sostegno delle proprie famiglie nei Paesi di origine. D’altro canto, è facile immaginare che non saranno certo le limitazioni burocratiche a impedire flussi illegali di stranieri che attraversano i confini verso l’ingresso in Thailandia alla ricerca di lavoro, un argomento che ben rappresenta lo ‘Spirito dei Tempi’ ed al quale si sta assistendo anche in Unione Europea, nel Mediterraneo come a lungo s’è visto anche tra Messico e USA e così via in tante altre parti del Mondo, il flusso della gente alla disperata ricerca di un lavoro meglio retribuito che nel proprio Paese di origine è oggi un tratto di unione ravvisabile in gran parte del Pianeta, un tratto metastorico e meta-economico sul quale converrebbe riflettere, nel momento in cui si voglia prospettare una certa” chiusura” verso gli inarrestabili movimenti dei popoli. E questo tipo di riflessioni non dovrebbero essere oggetto di discussione solo in Thailandia o tutt’al più nella sola area ASEAN .

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->