mercoledì, Ottobre 27

La terra non muore mai 40

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Anni fa, devo dire oramai tanti, un anziano fattore di campagna, delle zone che per un’insieme di ragioni, frequento abitualmente, quelle Umbre del basso Ternano, si rivolse a me dicendomi, con tono di rassicurante consiglio “Si ricordi sempre, che la terra non muore mai”. L’uomo si chiamava Pompilio, ed era oramai avanti con gli anni, stimatissimo dai suoi compaesani e non solo, aveva mani callose e uno sguardo aperto, franco e sereno, incorniciato in  un viso segnato dall’esposizione quotidiana alle intemperie delle mutevolezze delle stagioni. Quella frase,  scavandosi una nicchia nel mio essere, con il tempo vi ha trovato un adeguato posizionamento, è rimasta sempre, come si era raccomandato Pompilio,  viva in me.

Certo quella frase detta in quel crocevia temporale di avvenimenti di  passaggio dei primi anni ottanta, presentava degli aspetti che la potevano fare sembrare quantomeno ardita. Lo spopolamento delle campagne, verso le mete delle città industrializzate del Nord della penisola, e l’emigrazione per altre destinazioni delle nostra gente dai primi anni cinquanta, era già fatto compiuto. Anni ottanta che tra il “ritorno al privato”, con la barbarie terroristica non completamente debellata, con l’affermarsi di un “economia di servizi” e di indotti vari derivanti dalla disintegrazione del monopolio radiotelevisivo, esercitato fino ad allora dalla Rai, non presentava particolari appigli per sviluppare ragionamenti particolari sulla “terra”.

Anzi era tutto un universo considerato in quel contesto poco a “la page”. Almeno ad un superficiale colpo d’occhio così poteva sembrare. In più non va trascurato il fatto, che dalla Riforma Agraria degli anni cinquanta, che non diede i frutti sperati, anzi, il mondo agricolo, si trovò subalterno in maniera manifesta a quello del commercio e dell’industria.  Tematica questa ancora attuale e non risolta.  Contrastata anche dai rapporti “conflittuali”, per usare un eufemismo, con l’Europa, a partire dalle “quote latte” in poi, solo per citare un esempio, che ha determinato tensioni e contraddizioni di un certo rilievo. O l’esatta indicazione di origine dei prodotti entrati nella grande distribuzione commerciale. Proprio quando gli orizzonti del comparto sembravano essere i più bui, il mondo agricolo ha sviluppato con grande merito una capacità di ripensarsi completamente, alla ricerca di possibili fonti di integrazione di reddito, e di ridisegnare la sua fisionomia complessiva.  E questo è stato possibile proprio individuando e tentando di colmare i vuoti che si determinano nelle condotte di vita della città.

Nacque così l’idea della “Azienda agricola polifunzionale”, ossia un’azienda non più votata solamente alla coltivazioni dei terreni e all’allevamento del bestiame. Un’ Azienda dedita quindi, con forte carattere innovativo, anche alla ricettività rurale, e alla somministrazione di pasti con prodotti provenienti prevalentemente dell’Azienda stessa. In sostanza il fenomeno dell’Agriturismo, di cui troviamo traccia di prime disposizioni normative all’inizio degli anni ottanta, in atti della Provincia Autonoma di Trento se ben ricordo. L’affermarsi di questo fenomeno ha sviluppato come corollario ad esempio una sempre maggiormente avvertita propensione da parte dei “cittadini” alla ricerca di cibi sani e genuini.  Non solo, la proposta autentica dello “agriturismo” consiste proprio nel dare la possibilità a chiunque di condividere per un periodo la vita e i tempi della realtà rurale. E quindi l’offerta di soddisfacimento, di quel bene immateriale, agognato da tutti, e sempre più, che è il relax, la pace e la tranquillità  la possibilità in definitiva avere un completo rilassamento.

Questo ripensamento di base, oltre ad altre iniziative tipo la ippoterapia, o l’offerta sul posto di nozioni di saperi antichi, quali quelli di fare il pane, o attività di corsi di lavorazione di argille locali per ceramiche, si sviluppano e ruotano proficuamente, sul concetto centrale della “azienda agricola polifunzionale”. Potrei citare molte altre attività di carattere ricreativo, sportivo e ricettivo, che son andate oramai a far parte di un offerta sempre più articolata, messa a disposizione da queste aziende. Questo andare di cose, correlato alla peristente crisi economica, dovuta a congiunture finanziarie gestite da chi di dovere in modo insufficiente, ha riportato alla centralità dell’attenzione dell’opinione pubblica nel suo complesso, il trascurato e talvolta mal sopportato mondo rurale. Ancora ho nelle orecchie giudizi sentenziosi, di persone che a stento sanno distinguere una mucca da una pecora, i quali con prosopopea degna di miglior causa banalmente argomentavano su una Agricoltura parassitaria e completamente sovvenzionata. Certo è che dai segmenti dei comparti economici e finanziari, che ci hanno portato alla deriva, quello dell’Agricoltura vi è completamente escluso.

La crisi economica, tra gli scarsi pregi, ne ha sicuramente uno, quello di riportare le persone a valutare le cose e le situazioni, seguendo il “principio di realtà”, principio contrastato, banalizzato, oscurato per quanto possibile dalle batterie di fuoco del sistema di “distrazione di massa”. Le “chiacchiere e distintivo”, che sarebbe quello ad esempio di una moneta mai nata, come l’euro, affondano tutte di fronte al famigerato “principio di realtà”, per cui ad esempio le cose, gli oggetti e i prodotti, stanno tornando centrali rispetto a una dimensione tutta traslata, del digitale. Ne è riprova, solo per coglierne un aspetto,  un indagine pubblicata da un quotidiano di rilievo nazionale. I giovani che scelgono o sceglieranno corsi laurea in  Agraria o in discipline ad esse connesse, hanno un’aspettativa di trovare immediata occupazione nel novantacinque per cento dei casi. Per quanto riguarda il trattamento economico iniziale, è previsto dall’indagine, superiore ad esempio di quello di un laureato in legge.

Qualcuno ad esempio dei nostri “capiscioni”, sotto le mai sbiadite insegne di “Non è mai troppo tardi” si è anche reso conto che il comparto dell’agroalimentare nazionale, per le apprezzate nel mondo tipicità che esprime, ha delle fortissime possibilità d’espansione sui mercati internazionali, con prevedibili ricadute positive sul Prodotto interno lordo (detesto gli acronimi scusatemi). Il punto centrale rimane sempre uno, “non sappiamo cosa vogliamo fare da grandi”, da qui nascono la nebulosa di progettualità varie, che per forza di cose non possono collocarsi in un piano di sviluppo armonico. Tra un incompetenza e l’altra, tra una miopia intellettuale e sagacie  da basso impero, tornano protagoniste, o forse lo sono sempre state, menti e mani che producono realtà. E alla faccia delle bolse “chiacchiere e distintivo” dei signori del vapore, come diceva Pompilio “La terra non muore mai”. E questa considerazione, vale ovviamente anche per tutti i catastrofisti in servizio permanente effettivo. 

 

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