mercoledì, Agosto 4

La terapia del silenzio di Draghi Lui non parla, anche gli altri sono stati invitati a stare zitti, ma a lavorare se sanno cosa fare. Noi tutti stiamo subendo una sorta di lavanda cerebrale, e c’è da sperare che aiuti ad espellere un po’ di tossine

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Il silenzio. Ciò che colpisce in questi giorni è il silenzio, il silenzio fragoroso, ma pervicace … Beh, non ci entusiasmiamo troppo, è appena trascorsa poco più di una settimana dal giuramento del Governo Drahi, ma una settimana di silenzio. Un silenzio ristoratore, riparatore; un sollievo per le orecchie e per la mente. La ricordate la pubblicità ‘silenzio, parla Agnesi!’, o quella più recente del sollievo quando parte la trazione elettrica e … tutto è silenzio, compresa la voce petulante del compagno di viaggio?
Questo è stata la settimana trascorsa. Improvvisamente, tace la TV che non sa più chi intervistare, quali politicanti sbracciati e urlanti mostrare, e con la TV la stampa, che non ha più, tweet offensivi o allusivi, o, come per lo più accade, cretini da mostrare. Se sarà un bene o un male lo vedremo, ma che sia un gran bene per le orecchie e per il cervello è assolutamente evidente.

Vedremo, dico anche attenzione, fino a che punto ciò sia opportuno e specialmente fino a quando durerà, ma il fatto certo è che noi tutti stiamo subendo una sorta di lavanda cerebrale (non gastrica), e c’è da sperare che come quella più nota, la gastrica, aiuti ad espellere un po’ di tossine, un po’ di veleni, di parole al vento, di frasi fatte, di insulti.
E quindi, diventa da prima pagina la storia infame di chi rovescia su Giorgia Meloni insulti da trivio, sì, da lavanda gastrica appunto. Una cosa della quale normalmente si sarebbe al massimo accennato in sesta pagina in un trafiletto, diventa roba da prima pagina. E appare addirittura da ‘leader’ di livello, la reazione sprezzante della interessata che invita a non punire il tizio, perché dico io non ne vale la pena.
Non c’è più molto da dire.

Il silenzio è solo disturbato nel sottofondo dalle solite urla sguaiate del petulante Matteo Salvini, ma anche qui il silenzio produce i suoi effetti: ne sentiamo il rumore lontano, ma non ci badiamo nemmeno più tanto. Va a parlare con Mario Draghi che ‘lo ha chiamato lui’, puah! Vuole il sottosegretario agli Interni, pare. Bene, bravo.
Solo Giancarlo Giorgetti borbotta qualcosa per fare vedere che c’è, e convoca rumorosamente i possibili fabbricanti di vaccini, che anche volendo non potrebbero fabbricarli perché non hanno i brevetti e nemmeno le macchine per farli: propaganda, che anche quella passa sotto silenzio. La gente in materia ha ormai capito e, credo io, senza eccessiva speranza, spera però che Mario Draghi trovi il modo di farsi mandare più vaccini, poi fra sei mesi quando le aziende italiane cominceranno a produrlo, vedremo!

Non so se sia vero, ma pare (ormai quando si scrive ‘pare’ vuol dire esattamente ‘pare’, si dice, anzi, si suppone, perché la voce da dentro non arriva) che Draghi abbia detto ai partiti, più o meno: vedetevela voi, accapigliatevi come volete, ma mandatemi una lista di sottosegretari … e, ‘pare’, ha aggiunto ‘non me ne frega niente’, ma pochi lo hanno capito: lo ha detto in tedesco, parlando con la signora Angela Merkel alla quale non credo abbia offerto un caffè notturno.

È la terapia Draghi, che per ora -e sottolineo per ora- sembra fare effetto. Lui non parla, anche gli altri sono stati invitati a stare zitti, ma a lavorare se sanno cosa fare. E’ l’idea giusta, credo. Specie se sarà accompagnata da qualche periodica e prevedibile e puntuale conferenza stampa. Nel mondo si fa così ovunque, perché anche qui no?
Certo se dura e finché dura. E anche se non diventa un modo per non dire quel che si fa. Non credo che vi sia il rischio effettivo, ma aspettiamo prima di dirlo. Il fatto certo è che da una settimana l’ondata di Tweet è esaurita, Instagram tace, Facebook si è fermato.
E, chi sa, noi cominciamo un po’ alla volta a sentire, a sentire le voci serie, le cose vere, a capire ciò che si dice. Speriamo, dico, speriamo. Perché per ora si tratta solo di una settimana, ed è facilmente immaginabile quanta fatica facciano i nostri garruli politicanti a tacere, a non mostrarsi a complimentarsi con sé stessi: non più tardi di qualche ora fa, abbiamo visto la barba brizzolata del Ministro Dario Franceschini congratularsi con sé stessa per avere nominato il nuovo direttore degli scavi di Pompei. Si tratta di capire se ciò significherà che sentiremo i politici parlare delle cose che hanno fatto, o almeno di problemi seri, piuttosto che le solite chiacchiere, ma anche se il troppo silenzio non mascheri indifferenza per la gente o, peggio, governo a prescindere dalla gente.

E quindi in questo sano silenzio, appare più clamorosa, o meglio, rumorosa la notizia circa il fatto che il nostro ex Presidente del Consiglio, di rientro a Firenze, terrà una lectio magistralis: sempre maestro in modestia e ‘understatement’ (lui parla solo inglese, come noto). Prescindo dall’uso, a mio parere inappropriato del termine, per sottolineare subito una incongruenza, anzi, un errore, anzi, anche peggio, che leggo sulla stampa che ne parla, quando dice: «Non è ancora chiaro se ‘l’avvocato del popolo’, ancora tra i volti politici più popolari d’Italia, ricomincerà a fare lezione di diritto privato o civile o se farà solo qualche apparizione in ateneo», piano, piano, pianissimo. Giuseppe Conte, avvocato e professore, è professore all’Università. Anche se in Italia (non accade in molti altri Paesi) ai professori universitari, pagati dallo Stato per fare i professori, è consentita la professione privata, la cosa non è affatto così ovvia come viene presentata. Se è vero come è vero che ai professori (pochi, invero) che hanno scelto il cosiddetto ‘tempo pieno’ viene dato un assegno aggiuntivo, ciò non vuol dire che scegliere il tempo definito sia un danno per il ‘povero’ professore: a fare l’avvocato, per esempio, o il medico, ecc., si guadagna molto, ma molto di più del misero assegno a chi sceglie il tempo pieno. È una delle tante ipocrisie del nostro sistema politico, che non ha mai voluto accedere all’idea che se uno fa un mestiere, è bene che faccia quello e non un altro. Ma inoltre, tempo pieno o no, Conte è pagato dallo Stato per fare il professore e quindi deve, ripeto deve, tornare all’Università ad insegnare ciò che deve. Se ha altro da fare, può sempre dimettersi e contentarsi della pensione.

Ma insomma, tant’è. Parlavo della lectio magistralis, dicendo dell’uso inappropriato del termine. Nulla di male a far fare a Conte una lezione nella quale descriva i suoi trascorsi, anzi, può essere perfino interessante, magari seguita da un’altra di Renzi, perché no?…anche se Renzi costerebbe troppo. Il fatto è che quel ‘magistralis‘, indica che chi fa la lezione dovrebbe essere una persona scientificamente (siamo all’Università, non dimentichiamolo) di altissimo e comprovato profilo scientifico. Non per caso la lectio magistralis è quella che fa la persona che riceve la laurea ad honorem per meriti scientifici, oppure anche quella che fa, o dovrebbe fare, il professore che viene nominatoemerito‘, un titolo accademico legato al rilievo, di nuovo, scientifico dell’interessato.
Non era più semplice dire che Conte farà una lezione in aula magna?
Certo, lo sarebbe stato. Ma, detto così, suona più rumoroso, e in questo silenzio si sente, si sente moltissimo.
Anche se, devo dire, si sente, benché più sottovoce, una cosa che, non so se sia vera ma se lo è … tanto di cappello, una cosa riferita a Draghi quando insegnava (credo non ancora professore ordinario) a Firenze (Scienze Politiche, Cesare Alfieri, insomma!) dove, pare, agli esami ‘permetteva’ agli studenti di guardare appunti, libri, usare calcolatrici, ecc.
Giusto. L’esame è indagine e prova di ciò che si si è compreso, di ciò che si è introitato, di ciò che si è metabolizzato e che quindi è divenuto cultura, non nozione appiccicata, come si diceva a scuola, ‘con la sputazza’ o grazie ad un imbuto, e quindi, per restare a Draghi, se non sai come immettere i dati nella calcolatrice, anche se i dati li conosci a memoria, sei bocciato, anzi: ti bocci da te. E non vale solo per gli esami.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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