domenica, Luglio 25

La tentazione di Renzi: elezioni anticipate field_506ffb1d3dbe2

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Manca solo un tweet. Quando Matteo Renzi ne farà arrivare uno del tipo: «State sereni, sono assolutamente certo che questo Parlamento durerà fino al 2018, la durata naturale della legislatura», significherà che è già pronto a giocare la carta delle elezioni anticipate.

Un paio di mesi fa, intervistato dall’americano ‘Time’, l’ex Sindaco di Firenze ostentava sicurezza e dispensava certezze: «La riforma del Senato arriverà entro cinque o sei settimane»; e si diceva convinto che il Governo avrebbe retto, per «migliaia di ragioni». Forse oggi affermazioni così perentorie non le ripeterebbe. Consapevole di essere ormai giunto al capolinea e di aver chiuso la sua esperienza parlamentare, il senatore Felice Casson, uno dei più fieri oppositori della riforma ‘renziana’, scuote la testa: «La riforma costituzionale non la vuole fare, altrimenti avrebbe accolto obiezioni ragionevoli e modeste. I miei Colleghi senatori non aspettano altro che tirargli un ceffone. Lui cerca un pretesto, per fuggire verso le elezioni. L’aula glielo offrirà». Casson riconosce che Renzi «è un tattico dotato di gran fiuto. Sa di essere centometrista e ha paura che il suo talento si arresti quando la propaganda perderà ogni suggestione. Perciò cerca il pretesto per portarci alle elezioni. E’ bravo, e ci sa fare». Malignità di un oppositore interno? E allora sentiamo una fedelissima renziana, la vice-Segretaria del PD Debora Serracchiani: «Se non si riesce a fare le riforme bisogna pensare al voto…Renzi parla di mille giorni per le riforme e la legislatura costituente. Non abbiamo più padri, ma figli costituenti. Matteo lo fa mettendoci la faccia. Le riforme vanno fatte, altrimenti tutti saranno chiamati a riflettere».
Sul fronte opposto, quello dell’opposizione, uno come il leghista Roberto Calderoli non ha dubbi: «Renzi sta cercando il pretesto per andare alle elezioni».

Riflettere … la situazione che si è creata è del tipo: o si mangia la minestra o si salta dalla finestra. Perché se non passano le riforme, se non si approva la nuova legge elettorale e si va allo scioglimento anticipato delle Camere, nel PD saranno Renzi e i suoi a scegliere candidati e comporre le liste; e la stessa cosa accadrà in Forza Italia: indebolito quanto si vuole, ma è ancora sempre Silvio Berlusconi a comandare. 

«I miei Colleghi vivono l’angosciosa speranza che ubbidire possa salvarli», dice con un mezzo sorriso Casson. «E’ del tutto chiaro che il loro destino è segnato. Approvino e andranno a morte certa. Le ‘purghe’ sono pronte…».
Renzi e il suo Governo hanno dovuto prendere atto di una realtà che nessuna promessa può nascondere: la ricchezza nazionale cresce di un misero 0,2 per cento. Significa una ulteriore tensione dei conti e un restringersi dei margini di manovra del Governo.
Per il 2015 il Governo aveva indicato un deficit all’1,8 per cento, e una crescita all’1,3 per cento, mentre molte stime sono già scese all’1-1,1 per cento. Difficile, insomma, che l’obiettivo sia centrato. Per l’anno venturo si parla di un deficit che potrebbe oscillare tra il 2,5 e il 2,7 per cento, con uno scostamento dello 0,7-0,9 per cento rispetto alle stime del Tesoro. Significa una correzione nell’ordine dei 10-15 miliardi di euro. Mediobanca nei giorni scorsi ipotizzava una manovra di almeno 10 miliardi. Il capogruppo alla Camera di Forza Italia Renato Brunetta ipotizza addirittura 30 miliardi. In ogni caso siamo lontani dalla prospettiva del pareggio di bilancio. Il PIL quest’anno rischia di segnare crescita zero e l’ufficio studi di Confindustria valuta che la ripresa non sia neppure cominciata, e che anzi la produzione industriale sia calata dello 0,5 per cento anche nel secondo trimestre.

Di fronte a queste difficoltà, e con una maggioranza appesa ad alleati quanto mai tutt’altro che affidabili, ecco che quello del voto anticipato potrebbe essere l’exit strategy del Governo Renzi.

Alla sede del PD fanno circolare sondaggi che accreditano un consenso oscillante tra il 42 e il 44 per cento. Una tentazione, quello di tradurre un simile consenso in seggi che potrebbe rivelarsi irresistibile. Anche perché, riflettono i consiglieri del Presidente del Consiglio, meglio un uovo sicuro oggi di una improbabile gallina domani: con i livelli di povertà vera e di disoccupazione crescenti, fatalmente il consenso e il gradimento popolare cominceranno a scemare, e non basteranno più promesse, sorrisi, motti e mottetti.

Se poi il grande slam dovesse andare in porto, non solo si avrebbe finalmente la legittimazione delle urne che ora non c’è; si avrebbero forse i numeri sufficienti per controllare, senza dover rendere conto a nessuno, le Camere, eleggere il successore di Giorgio Napolitano, i giudici mancanti della Corte Costituzionale, determinare i futuri assetti del Consiglio Superiore della Magistratura… Si spiegano così i sempre più frequenti appelli di Renzi al popolo contro i ‘frenatori’, i ‘nemici delle riforme’, i ‘pelandroni dell’opposizione’, gli ‘ostruzionisti del futuro che sanno dire solo NO’. E’ la campagna elettorale, che del resto non è mai finita.  

 

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