mercoledì, Maggio 12

La ‘tax revolution’ di Trump

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Nel 1992, durante le fasi calde della campagna elettorale per le presidenziali Usa, il repubblicano George Bush sr. fu preso alla sprovvista dal semi-sconosciuto ex governatore dell’Arkansas Bill Clinton, il quale rimproverava con una certa insistenza al presidente uscente di aver trascurato, nei suoi primi quattro anni di mandato, la difficile situazione economica che il Paese si trovava allora ad affrontare, e di essere corresponsabile di questo stato di cose. «It’s the economy, stupid» fu il celeberrimo slogan che James Carville, lo stratega che lavorava alle dipendenze del candidato democratico, coniò per rifocalizzare in maniera quantomai diretta ed efficace il dibattito politico su ciò che al popolo statunitense sta tradizionalmente più a cuore, vale a dire gli affari.

A venticinque anni da allora, il business rimane ancora l’argomento cruciale delle campagne elettorali statunitensi, come testimoniato dal testa a testa tra Hillary Clinton e Donald Trump degli scorsi mesi. Il tycoon newyorkese è riuscito a sconfiggere l’avversaria democratica anche puntando forte sull’abbassamento delle tasse, uno degli storici cavalli di battaglia del Partito Repubblicano. E lo ha fatto rispolverando il vecchio mantra del ‘trickle down’, la ‘teoria dello sgocciolamento’ lanciata negli anni ’80 da Ronald Reagan secondo la quale i vantaggi concessi agli strati più abbienti della popolazione sotto forma di abbassamento della pressione fiscale finirebbero per ricadere su tutta la società, comprese le fasce sociali più deboli. L’idea alla base del ‘trickle down’ è che l’applicazione di un regime tributario più leggero consenta alle grandi imprese di liberare risorse da investire in ricerca e sviluppo, cosa che solitamente prelude alla creazione di quei nuovi posti di lavoro che sono fondamentali per la crescita del reddito delle famiglie e, a ricasco, dei consumi, i quali rappresentano da soli quasi il 70% del Pil statunitense.

La visione di Trump è fortemente influenzata da tale concezione economica, come si evince dal suo programma di riorganizzazione del modello tributario fondato su due capisaldi fondamentali: l’abbattimento della pressione fiscale e la semplificazione normativa dell’intero meccanismo. Conformemente a ciò, il presidente, il suo consigliere economico Gary Cohn e il segretario al Tesoro Steve Mnuchin hanno pensato di abbassare l’aliquota massima sulle persone fisiche (dal 39,6 al 33%, stando a quanto dichiarato in campagna elettorale) e di introdurre una flat tax, un’imposta unica del 15% per tutte le imprese in sostituzione del vecchio apparato tributario che, a fianco delle tasse locali, contemplava un prelievo progressivo (fino al 38%) commisurato agli utili.

L’ufficio del Congresso che si occupa di tassazione ha stimato che la manovra sia destinata a caricare il debito Usa, che si avvicina sempre più alla soglia dei 20.000 miliardi di dollari (pari a circa il 107% del Pil), di ulteriori 2.000 miliardi di dollari, ma Trump si è detto più che convinto che questa voragine verrà colmata rapidamente grazie agli effetti positivi sulla crescita generati dal corposo taglio delle imposte. Il ragionamento è sempre il solito: se le aziende vengono liberate dai tanti odiosi balzelli previsti dal soffocante regime tributario, c’è da aspettarsi che impieghino le risorse risparmiate in innovazione e nuove assunzioni, innescando un circolo virtuoso in cui l’incrementando di produttività e salari si traduce inevitabilmente in aumento dei consumi. Mnuchin e Cohn ritengono che l’introduzione di questo nuovo regime fiscale possa garantire il conseguimento dell’obiettivo di crescita del 3%. La loro stima è tuttavia contestata da parecchi addetti ai lavori convinti che una riforma tanto profonda finirà soltanto per aggravare la già pesantissima posizione deficitaria in cui versano gli Stati Uniti, e costringerà il Congresso a trovare ancora una volta l’accordo per l’innalzamento del tetto debitorio, esponendo il Paese al rischio del fiscal cliff.

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