sabato, Luglio 24

La tassa sulla tranquillità field_506ffb1d3dbe2

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schiavone

Detesto occuparmi di cronaca nera; anzi, a dirla tutta, me ne sono interessata rarissimamente, secoli fa – ai primi anni ’80 – quando ero il caporedattore centrale di un settimanale salernitano diretto da Giuliano Locatelli, ‘La Città’, una vera fucina di giornalisti e scrittori: Flavia Amabile, Fabrizio Failla, Pietro Romano, Gabriele Bojano, Felice Naddeo, Alessandro Livrieri, Rosalba Baldi, Erminia Pellecchia, Tommaso Avagliano e chissà quanti me ne sarò dimenticata (l’età, mi scuseranno).

Dicevo, ho un’idiosincrasia per la ‘nera’, ma quelli erano tempi duri, si era verificato da poco il terremoto del 23 novembre ’80, e la ricostruzione montava a neve gli appetiti della mala e dei faccendieri. Dunque, non potevo fare troppo la schifiltosa e, anche nel lavoro di ‘cucina redazionale’ – ovvero ‘mettere in bella’ le agenzie e i comunicati stampa delle Forze dell’Ordine che, ai tempi, ci arrivavano per fax – si doveva giocoforza toccare certi argomenti… repellenti, di corruzione, ammazzatine e estorsioni.

Pensavo a quei tempi ‘eroici’, di giornalismo ‘di frontiera’ quando, ieri mattina, mi è cascato l’occhio sull’arresto, dalle parti di Casal di Principe, (sì, proprio in piena Terra dei Fuochi), ‘feudo’ malavitoso di famiglia, di Carmine Schiavone, secondo dei sette figli e per l’intanto ‘erede’ di Francesco detto Sandokan.

Ad avere un padre talmente ‘esotico’ da conquistarsi nell’ambiente criminale un soprannome così piratesco, e a guardare le accuse che lo riguardano, ovvero quelle di essere colui che ha tessuto una rete estorsiva su un’area non piccola della provincia di Caserta, una si immaginerebbe un personaggio canagliesco anche nel sembiante. Di quelli con il volto segnato dal vizio, tanto per intenderci, che rechi la fedina penale tatuata nei tratti del viso scavato e scabro. Lo dico sempre che Cesare Lombroso mi ha condizionato l’analisi visiva delle persone, anche se devo dire che spesso ci colgo (salvo che nelle situazioni sentimentali…).

Stavolta, però, il colpo d’occhio inganna: colui che, secondo gli investigatori, reggerebbe le fila di un’organizzazione criminale estesa e potente, appare come un biondino con gli occhiali, che assoceresti ad un secchione, magari anche impegnato la domenica a servir messa. Sarà forse per passare inosservato, visto che i ‘colleghi’ malviventi spesso glielo leggi scritto in faccia l’impegno nell’a-sociale ed anche in quel vestirsi sguaiato, ostentando tutti i status symbol di prammatica, gomena d’oro al collo compresa.

Con una propensione politica non trascurabile (d’altronde, l’area ha partorito alcuni personaggi ‘attenzionati’ dagli investigatori, che sono arrivati ad occupare anche scranni istituzionali), il giovane Schiavone – ha 31 anni – ha fatto una dichiarazione ‘illuminante’. Accusato di aver creato un reticolo estorsivo asfissiante per l’economia dei luoghi, ha definito il ‘pizzo’, sic et simpliciter, una ‘tassa sulla tranquillità’. Il che, se ci spogliamo delle sovrastrutture garantiste, non è una definizione fuori luogo.

Certo, a differenza dell’Amministrazione Pubblica, il clan camorristico non ha impegni nell’infrastrutturare le aree di competenza – anzi, ha l’obiettivo di risucchiare risorse che lo Stato impegna in quell’opera d’infrastrutturazione -, né garantisce i servizi essenziali; anzi, al più, li piega alle sue esigenze, intervenendo per depauperarli e paralizzarli.

Però, andando per le spicce, senza i lacci e i lacciuoli delle norme (e persino di qualcuno dei dieci Comandamenti), raggiunge più facilmente l’esazione, giacché ha dalla sua il vantaggio di poter minacciare contromisure distruttive… gli esattori delle tasse, invece, non hanno dimestichezza con bombette di potenza crescente, via via che l’imprenditore o il commerciante preso di mira s’incaponisce a non pagare o a ribellarsi.

No, non sono impazzita, né sono intenzionata a trovare delle considerazioni ammortizzatrici contro l’esponente di una famiglia anche di avvelenatori del suolo. Volevo, invece, richiamare l’attenzione sul fatto che le parole, piegate alle intenzioni dei propri manipolatori, sono quanto di più pericoloso e illusionistico sia possibile concepire.

All’età in cui i suoi coetanei, purtroppo, sono allo stadio ancora di bamboccioni in famiglia, Schiavone fa il capoclan e il regista di un’organizzazione che tiene in scacco l’area (e, son certa, non solo quella). Il nome che porta gli fu dato in onore di un cugino del padre, all’epoca ben inserito nella nomenclatura del clan familiare, una rappresentazione perfettamente aderente al ‘familismo amorale’, teorizzato dal sociologo statunitense Edward C. Banfield nel 1958, in un saggio tradotto in Italia solo nel 1976, ‘Le basi morali di una società arretrata’. E non pare che sia ancora cresciuta, se ci sono aree del Paese dov’è considerato ‘normale’ avere la richiesta di una ‘tassa della tranquillità’.

La denominazione metaforica mi sembra avere qualcosa di molto acuto. E mi fa sorgere il dubbio che, presto o tardi, a casse vuote e cervello aguzzato per rastrellare nuove risorse, a qualcuno di quei signori di via Nazionale, sede del Ministero dell’Economia, possa sovvenire anche la necessità di varare un prelievo fiscale che prenda questo nome. Certo, forse (e sottolineo forse) senza bravi armati che setacciano i cittadini per depredarli, ma, a mali estremi… estremi rimedi!

 

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