sabato, Maggio 15

La tardiva battaglia del soldato Fabio Fazio

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In una vecchia striscia di Andy Capp, in Italia Carlo e Alice, un tizio chiese ad un amico se poteva prestargli dei soldi, l’altro rispose che non li aveva ma che se li avesse avuti glieli avrebbe prestati volentieri. Il richiedente considerò che anche lui, se non li avesse avuti, glieli avrebbe prestati volentieri. Insomma è facile essere generosi quando non abbiamo nulla da dare, mentre quando siamo toccati nel portafoglio si vede meglio la nostra vera indole. La querelle tra Fabio Fazio e la politica che, secondo l’ex imitatore, avrebbe interferito nella gestione della Rai con «un’invadenza senza precedenti», è un caso che si presta ad essere inquadrato nella logica della storiella, offrendoci la possibilità di fare due chiacchiere sul ruolo degli intellettuali, sempre che Fazio sia da considerare tale.

«La politica non si è fatta custode di un bene, di uno spazio comune. La politica si è intromessa nella gestione ordinaria di un’azienda: addirittura nei contratti tra Viale Mazzini e gli artisti, i presentatori, gli attori di film e fiction», così parlò il presentatore genovese a un quotidiano, dopodiché, adesso, dopo 34 anni di lavoro alla tv di Stato, ci informa di sentire il dovere di dire come la pensa. L’ansia di vuotare il sacco coincide con l’introduzione del famoso tetto dei 240 mila euro lordi annui per chi lavora in Rai, che quand’anche fosse applicato non comporterebbe la restituzione delle carrettate di milioni di euro guadagnati negli anni precedenti, in modo del tutto legittimo.

Confesso di preferire altre tempistiche e altri pretesti, ma la tempistica raramente è stata la dote più splendente degli intellettuali italiani, presunti o reali che fossero. Anche molti cittadini, tuttavia, forse sentono il dovere di dire come la pensano. Ad esempio, a proposito dell’invadenza della politica e della poco fiera resistenza del prode Fazio, nel corso dell’ultimo fine settimana di marzo, facendo zapping, mi sono imbattuto in un delizioso siparietto tra il giornalista-artista e il Ministro dei beni culturali Dario Franceschini, che non è Truman Capote. Mi sono chiesto, e non credo di essere il solo, se il Ministro sarebbe stato invitato lo stesso qualora non fosse stato un membro del Governo. Dal momento che il Ministro è solo uno dei milioni di scrittori italiani, molti dei quali scrivono assai meglio di lui e per pubblicare devono pure pagare, è chiaro che se Fabio Fazio avesse avuto le spalle per fare argine alla politica si sarebbe rifiutato di ospitarlo, ma, diciamo, non si è sentito di farlo. Così come non si sentiva di farlo quando arrivava l’Ernest Hemingway de noantri, Valter Veltroni, e nemmeno quando si sedevano tutti gli altri politici, invitati e trattati con grande riguardo.

Taccio, solo per carità di patria, a proposito di utilizzo del proprio potere da parte di chi poi fa la morale alla politica, della scandalosa pantomima a due, tra il genovese e un giornalista, suo collaboratore a ‘Che tempo che fa‘, quindi in palese conflitto di interessi, allorché prepararono con cura un lancio di micidiale efficacia per un libro, scritto da quest’ultimo, che poi spopolò. Un duetto talmente travolgente che persino il senatore Antonio Razzi avrebbe venduto un botto, anche se avesse riscritto l’elenco telefonico di Pescara in dialetto abruzzese.

Ecco, passi tutto questo e anche altro, ma talvolta a stare zitti si fa un affarone. La politica occupa la Rai da sempre, non era necessario il tetto dei 240 mila euro lordi annui per accorgersene e non bisognava neppure essere profeti, bastava avere la dignità necessaria per gridarlo ai quattro venti e magari sbattere la porta.

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