domenica, Aprile 11

La Svezia cade in trappola Le colpe della Riksbank

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deflazione 

Sembra incredibile ma è così, la Svezia, che sembrava essere passata quasi indenne attraverso la crisi economica che ha scosso l’Europa, è caduta nella trappola della deflazione. E ci è riuscita nonostante, essendo fuori dall’Eurozona, non dovesse fare i conti con nessuno dei vincoli istituzionali che stanno creando tanti problemi a quei Paesi che invece ve ne fanno parte. 

Lars Svensson, economista che è stato ex vice-governatore della Banca centrale svedese, la Riksbank, aveva già avvertito che questo sarebbe potuto succedere, in quanto l’inflazione svedese si era attestata circa allo 0% nel novembre del 2012 e non si era più ripresa da allora. Dal gennaio 2014 poi, l’inflazione è divenuta negativa e, secondo Statistics Sweden, l’inflazione secondo l’indice dei prezzi al consumo era dello 0,6 per cento sotto, nel mese di marzo di quest’anno. Secondo Svenson la colpa è tutta della politica sbagliata della Riksbank, che ha iniziato ad applicare una politica di restrizione monetaria e ad alzare i tassi d’interesse nell’estate del 2010 dallo 0,25 al 2% in 2011. Un incremento di un tasso reale del 3,5% (da un meno 2,5% all’1%) provocando una forte restrizione della politica monetaria svedese. La cosa al limite dell’incredibile che che queste politiche sono state messe in atto non durante una durissima crisi che lascia solo poche porte aperte, ma nell’estate del 2010 quando la previsione per l’inflazione in riferimento agli anni successivi si collocava al di sotto dell’obbiettivo di inflazione e la previsione per la disoccupazione era molto al di sopra di una tasso sostenibile nel lungo periodo.

Tutti questi numeri e questi concetti economici tendono però a non far capire in modo chiaro ed immediato, eccettuato per gli addetti ai lavori, quali ricadute questa congiuntura economica avrà sulla popolazione svedese. Va infatti sottolineato che la deflazione implica che il debito reale si accresce ovvero che il peso del debito delle famiglie (e delle imprese) aumenta. L’inflazione bassa che si era avuta in Svezia negli scorsi anni aveva già notevolmente abbassato il livello dei prezzi e, di conseguenza, il debito reale era cresciuto molto al di sopra delle aspettative dei debitori. Ora che l’inflazione è divenuta addirittura negativa questi effetti si sono ulteriormente amplificati, rendendo ancor più difficile per gli svedesi che hanno contratto un debito ripianarlo. Quindi perché la Riksbank ha fatto questa manovra? Abbassare l’inflazione e cercare di tutelare gli stipendi dei lavoratori dipendenti e con salari nominali definiti, per garantire la capacità di spesa di una fetta della popolazione in un momento che vedeva un forte aumento della disoccupazione. La deflazione significa anche che i salari reali, sulla base di dati salariali nominali, si accrescono. Sfortunatamente però questa politica si è ritorta contro la Banca centrale svedese provocando un’inflazione più bassa di quella che era stata prevista nelle negoziazioni salariali. L’economista Paul Krugman ha sottolineato come ciò sia accaduto a causa di errori precisi della Riksbank riportando che Stefan Ingves,  governatore della Riksbank, nel dicembre 2010 aveva dichiarato che alzavano i tassi per via dell’inflazione: «Se non alzassimo i tassi ora», scriveva, «correremmo il rischio di avere un’inflazione troppo alta in futuro, e questo non sarebbe positivo per l’economia. Il più importante tra i nostri compiti è garantire il raggiungimento del nostro obbiettivo di inflazione del 2 per cento».

Quando l’obiettivo venne raggiunto, e superato, però la Banca ha continuato a tenere alti i tassi, asserendo che ciò era fatto per garantire stabilità finanziaria. Questo ha portato a salari reali più alti di quelli che erano stati previsti e ciò, a sua volta, ha portato alla disoccupazione di quelli che non avevano contratti a tempo indeterminato o posti di lavoro sicuri.

Per uscire da questa trappola ora la Riksbank deve riportare l’inflazione all’obiettivo del 2% e dunque tagliare vistosamente i tassi d’interesse che aveva lasciato crescere negli anni passati. Se questo non dovesse bastare allora occorreranno manovre più forti, come imporre un tasso di riferimento negativo, acquistare di asset su larga scala per abbassare i tassi di interesse (le cosiddette “facilitazioni quantitative”), oppure provare ad ottenere interventi sulle monete straniere per deprezzare la valuta o almeno per impedire che essa diventi troppo forte. Cosa non facile con un Euro in piena crisi.

Alla luce di quanto sta accadendo in Svezia, Krugman ha sottolineato come tutto ciò possa offrire qualche indicazione importante per il resto del mondo. L’esperienza svedese infatti contribuisce a far luce su un annosa polemica riguardo alla politica monetaria Usa. Alcuni critici della Federal Reserve hanno insistito sul fatto che il ciclo di espansione-depressione dell’ultimo decennio sia colpa della Fed stessa, che ha tenuto i tassi di interesse troppo bassi per troppo tempo. Krugman ha però fatto notare che la Banca centrale americana stessa intorno al 2003-2004 si trovava davanti a una situazione molto simile a quella della Riksbank nel 2010: la disoccupazione era ancora alta ma in calo, l’inflazione era bassa e i prezzi delle case stavano aumentando. Osservando quanto accade oggi a Stoccolma è evidente che se la Fed avesse seguito i dettami dell’ala più critica gli Stati Uniti sarebbero potuti cadere nella stessa trappola della Svezia, e lo stesso vale per la Banca Centrale Europea.

Dunque, proprio quando il pericolo della crisi sembrava scongiurato e l’Europa intravvede, sulla scia americana, spiragli per l’uscita dalla crisi, la Svezia cade dentro ad una trappola economica delle più insidiose. Resta solo da augurarsi che la Riksbank questa volta agisca con lungimiranza e porti il Paese fuori dalla deflazione al più presto.

 

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