venerdì, Maggio 14

La strategia turca e il pressing sulla Nato field_506ffbaa4a8d4

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Nelle prossime ore la Nato discuterà le proposte avanzate da Turchia e Germania per gestire collettivamente la crisi dei migranti nel Mar Egeo  -è di queste ore la ‘raccomandazione’ del Segretario alla Difesa Usa, Ash Carter, per il varo di tale missione. L’esito del vertice fra le massime autorità politiche di Ankara e Berlino è divenuta l’occasione propizia per sgomberare il campo dagli equivoci e capire davvero quali potranno essere i margini d’azione dell’Alleanza nell’ambito del controllo delle frontiere e nella gestione dell’emergenza umanitaria in atto, ormai monitorata anche dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati.

Per capire quale sia la portata della sfida, per vedere concretamente come potranno muoversi gli attori internazionali e per ragionare meglio sugli interessi politici che muovono i rispettivi Esecutivi, abbiamo ascoltato Germano Dottori, Professore di Studi Strategici presso la LUISS-Guido Carli e fine analista internazionale.

 

Il vertice di lunedì fra Merkel e Davutoglu sembra aver segnato uno spartiacque nell’azione di contrasto ai flussi migratori provenienti dalla Siria. Sembra, appunto, perché a dispetto di quanto raccontato finora il coinvolgimento della NATO, invocato da Turchia e Germania, appare più che altro come un auspicio, un titolo a nove colonne. Concretamente quale ruolo può svolgere un’alleanza di tipo militare rispetto ad un problema di natura migratoria? Esistono basi legali che possano giustificare un simile intervento?

A me non pare neanche un auspicio davvero condiviso. Perché, stando almeno a quanto si è letto, la Cancelliera tedesca è sembrata chiedere un coinvolgimento navale della Nato nel pattugliamento dell’Egeo, mentre da parte turca mi pare si sia invece insistito su un impegno alleato anche nel monitoraggio di quanto accade al confine con la Siria. D’altra parte, sono anni che tentano di portarci laggiù! E’ in atto chiaramente una complessa partita politica, nella quale l’obiettivo di Erdogan è indebolire l’Europa ed ottenere progressivamente l’ingresso dell’Alleanza Atlantica nel conflitto civile siriano. L’arrivo dei russi nell’area ha però complicato l’attuazione di questo progetto, rendendolo impraticabile. Comunque, non escludo che in ambito Nato possa alla fine anche raggiungere il consenso sulla proposta di varare una nuova Mare Nostrum per aiutare le guardie costiere turca e greca a salvare quanti più profughi è possibile, magari utilizzando le navi attribuite alla missione Active Endeavour varata all’indomani degli attacchi dell’11 settembre ed ancora in funzione. Questo però non vuol dire risolvere la crisi migratoria. Significa invece accentuare ulteriormente il carico gravante sulla Grecia, proprio nel momento in cui alcuni in Europa ne auspicano l’espulsione da Schengen.

 

Sotto il profilo strategico l’Occidente sembra avere poche idee ma confuse. All’interno della Nato, e a dispetto delle recenti sollecitazioni provenienti da Berlino, ad oggi non è stata trovata un’intesa sull’equilibrio della Siria che verrà. Non è chiaro, cioè, se ci sarà o meno Assad alla guida del Paese, se l’assetto unitario reggerà o se esso sarà superato dalla nascita di più entità statuali. Perché, allora, investire proprio adesso la Nato di una simile responsabilità? E qual è la risposta più probabile che può venire dal vertice dell’organizzazione?

Intanto, c’è ragione di dubitare che di Occidente si possa ancora parlare come si faceva una volta. La Guerra Fredda è finita ed al suo posto abbiamo ora una condizione di grande instabilità, che si è aggravata in seguito alla decisione statunitense di non svolgere più un ruolo di primo piano nel mantenimento della stabilità internazionale. La campagna elettorale in atto negli States prova che l’approccio prescelto da Obama è ormai condiviso dai più. La soluzione del conflitto in atto in Siria da 5 anni non verrà quindi da iniziative dell’Alleanza Atlantica ma dal raggiungimento di un compromesso tra i principali attori coinvolti nella guerra, quelli che hanno proprie unità sul terreno o dispongono di alleati locali. E’ il ristrettissimo gruppo di contatto di cui ha più volte parlato il rappresentante della Lega Araba a Roma, ambasciatore Hitti, che potrebbe anche riuscire a negoziare una Dayton siriana. Per arrivare a questo esito, tuttavia, occorre raggiungere un equilibrio militare sostenibile tra le parti in lotta. Ciò per cui si sta combattendo adesso. A volere la Nato in campo sono coloro che temono di aver perduto, come i turchi, o che vogliono dir la loro con il minimo impegno possibile, come qualche europeo, che sarebbe altrimenti irrilevante sullo scacchiere. Il destino di Assad non è al momento prevedibile. Il leader di Damasco è certamente sacrificabile. Ma non penso che russi ed iraniani possano accettare la sua uscita di scena al principio delle trattative. Perderebbero la loro carta più importante. Molto dipenderà inoltre dal punto e dal modo in cui si arresterà la campagna di riconquista dell’Esercito regolare siriano, che ora combatte intorno ad Aleppo. In guerra, i rapporti di forza che si stabiliscono sul terreno hanno il loro peso.

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