venerdì, Aprile 23

La strategia ISIS dopo Bruxelles Intervista al Professor Valter Maria Coralluzzo, l'ISIS da Bruxelles alla Libia

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All’interno del quadro geopolitico mediorentale, da un tempo relativamente lungo, il Califfato Islamico è diventato un problema rilevante e che condiziona le politiche degli attori occidentali. Gli attentati di Bruxelles del 22 marzo, così come quelli di Parigi, oltre a mostrare una debolezza europea evidente,  permettono di intravedere una possibile strategia del Califfato Islamico e della sua politica verso, o per più precisamente contro gli Stati europei.
Cerchiamo di analizzarla nel corso di una lunga intervista con Valter Maria Coralluzzo, professore di Relazioni Internazionali presso l’Università di Torino. Abbiamo strutturato il colloquio con il docente in due parti. Quella che segue è la prima parte

 

Professore, quello di Bruxelles è l’ennesimo attentato rivendicato dall’ISIS: lei come lo legge? È parte di una strategia? e quale?

Al di là delle letture immediate che ne sono state date, come quella di una reazione alla cattura di Salah Abdeslam, uno degli organizzatori degli attentati di Parigi del 13 novembre scorso, avvenuta nei giorni precedenti nella capitale belga, o quella di una vendetta nei confronti del Belgio per la sua partecipazione alle operazioni aeree in Iraq, condotte dalla coalizione anti-ISIS, il duplice attentato di Bruxelles (all’aeroporto di Zaventem e alla stazione della metropolitana di Maelbeek, nel quartiere delle istituzioni europee) è indubbiamente riconducibile a una più generale e conclamata strategia dello Stato Islamico, centrata sull’uso del terrorismo come forma di guerra asimmetrica. Un terrorismo che, in Europa, non si limita più ad attacchi condotti da singoli o pochi ‘lupi solitari’ contro obiettivi dall’elevato valore simbolico  -come il museo ebraico di Bruxelles (24 maggio 2014) o la sede del giornale satirico ‘Charlie Hebdo‘ a Parigi (7 gennaio 2015)-,  ma, palesando un’innegabile capacità organizzativa, esaltata, peraltro, dall’insufficiente coordinamento delle politiche di intelligence a livello europeo, si mostra in grado di condurre offensive coordinate contro i punti sensibili delle nostre città (caffè, stazioni della metro, teatri, stadi, aeroporti), perfino quando in esse, come nel caso di Bruxelles, vige uno stato di massima allerta.
Più in generale, in Occidente si è soliti distinguere tra il fondamentalismo religioso e il terrorismo di matrice sunnita (come quello di Al-Qaida), di matrice salafita (come quello dell’ISIS) e di matrice sciita (come quello di Hezbollah), così come si è soliti distinguere tra i gruppi jihadisti finanziati dall’Arabia Saudita e dalle petro-monarchie del Golfo e quelli finanziati dall’Iran. Ma non si presta sufficiente attenzione al fatto che l’islamismo radicale, comunque declinato, e tutti i gruppi e le organizzazioni terroristiche che ad esso si rifanno, a prescindere dalle loro diverse denominazioni e fonti d’ispirazione, perseguono essenzialmente il medesimo progetto politico totalitario: conquistare il potere all’interno della dār al-Islām (o ‘casa dell’islam’),  rovesciando i regimi apostati e corrotti che si sono discostati dalla purezza dell’islam delle origini; far risorgere il califfato, che per ogni musulmano rappresenta una sorta di mitica età dell’oro, in cui l’intera ‘umma’, o comunità dei fedeli musulmani, era governata dalla ‘sharia’, la legge divina, che trascendeva qualunque confine geografico, politico o nazionale; fare del mondo islamico così rigenerato il trampolino di lancio per continuare ad espandersi nella ‘dār al-Harb’ (o ‘casa della guerra’), fino all’unificazione del mondo intero sotto la legge di Allah, fino a fondare, cioè, il regno di Dio sulla terra. In questa visione rigorosamente manichea del mondo (tipica, è bene ribadirlo, non dell’islam in quanto tale, ma solo della sua minoritaria variante fondamentalista) non c’è posto per gli ‘impuri’ (siano essi cristiani, ebrei o musulmani che rifiutano l’ideologia jihadista): il compito che Dio ha affidato ai jihadisti è quello di eliminarli tutti, non per quello che fanno (per esempio, azioni che possano mettere in pericolo la vera fede), ma per quello che sono. In realtà, non importa quale sia il soggetto che, di volta in volta, si fa alfiere di questo progetto politico, frutto, come ha scritto Bassam Tibi, di «un’ideologia totalitaria che si fonda sulla politicizzazione di elementi secondari, scelti arbitrariamente, dell’Islam»: che si tratti dell’ayatollah Ruhollah Khomeini (in chiave sciita), di Osama bin Laden (in chiave wahabita), di Abu Bakr al-Baghdadi (in chiave salafita), e in futuro di chissà chi altro, l’importante, per noi, è comprendere appieno la natura e la pericolosità di tale progetto, poiché questa è la precondizione necessaria (ma non sufficiente) di qualunque strategia di contrasto che si voglia efficace. Né ci può consolare il fatto, ben evidenziato da Lucio Caracciolo, che «il Califfato universale è un riferimento metapolitico evocato a fini seduttivi da chi sa di non poterlo avvicinare»: quand’anche il solo, autentico obiettivo del jihadismo (di cui oggi l’ISIS rappresenta l’espressione di maggior successo) fosse quello di creare un proprio stato sulle ceneri di nazioni preesistenti (come Siria e Iraq) e di espandere la propria influenza in tutto il mondo islamico, liquidando brutalmente chiunque non accetti di sottomettersi al suo dominio, ci sarebbero motivi più che sufficienti per preoccuparsi. E neppure ci si può compiacere troppo per il fatto che negli ultimi mesi, in Siria e in Iraq, lo Stato Islamico ha perso il 40% del territorio che controllava (e in un prossimo futuro rischia di perdere, dopo Kobane e Ramadi, anche Mosul e Raqqa), perché, almeno in parte, è proprio per reagire a queste sconfitte o battute d’arresto fatte registrare localmente che esso sta tentando con ogni mezzo di internazionalizzare il conflitto indirizzando i suoi attacchi al cuore dell’Europa. La scopo dell’ISIS, ahimè tutt’altro che irrealistico, è quello di convertire l’Occidente alla logica perversa dello scontro fra civiltà e di iniettare nel corpo sociale delle nostre democrazie, attraverso il terrore e la barbarie delle proprie azioni, il veleno della paura, dell’intolleranza, dell’arroccamento identitario e della xenofobia, ma soprattutto di un rinnovato spirito di crociata che, ove si radicasse ancor più profondamente nell’opinione pubblica e nelle élite politiche occidentali, farebbe guadagnare all’ISIS folte schiere di nuovi combattenti e simpatizzanti e renderebbe impossibile (o molto più difficile di quanto già non sia) la formazione (quanto mai necessaria) di un fronte di solidarietà contro il terrorismo tra i musulmani che vivono in Europa e il resto della popolazione europea.

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