martedì, Agosto 3

La strage talebana field_506ffbaa4a8d4

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Dopo le ore di terrore a Sydney, sul fronte terrorismo islamico è stata una giornata tragica per il Pakistan infiltrato dai talebani.
A Peshawar, nel nord-ovest del Paese, un commando di fondamentalisti ha attaccato una scuola pubblica dell’Esercito, uccidendo almeno 132 persone, in gran parte bambini. Dalle testimonianze oculari, l’attacco, condotto da almeno sei kamikaze pesantemente armati, sarebbe iniziato alle 10,30 ore locali (le 6,30 italiane), con l’irruzione dei miliziani nell’edificio in uniformi militari.
Dopo una prima esplosione, è iniziata una pesante sparatoria. Alcuni allievi sarebbero riusciti a fuggire all’esterno, mentre ingenti forze di sicurezza, inclusi elicotteri dell’Esercito, arrivavano sul posto. La scuola della Army public school è frequentata da centinaia di studenti di tutti i gradi e un numero imprecisato di loro sarebbero stati presi in ostaggio.
L’alto numero delle vittime sarebbe dovuto, secondo i media pachistani, all’esplosione di uno degli attentatori in un punto affollato dell’edificio. I miliziani avrebbero poi allineato un gruppo di studenti più grandi in una stanza, uccidendoli a bruciapelo.
Gli estremisti del gruppo Tehrek e taliban Pakistan (TTP), il più importante movimento talebano pachistano, hanno immediatamente rivendicato l’azione, una strage durata sei ore: «È una vendetta per tutti i nostri militanti, uccisi in falsi scontri a fuoco con le forze di sicurezza. Il Governo sta prendendo di mira le nostre famiglie e le nostre donne. Vogliamo che anche loro», hanno affermato, «provino lo stesso dolore».
«Un attacco terroristico atroce e vile, assurdo e spietato», ha commentato, «straziata», il Nobel per la Pace Malala Yousafzai.

In Australia, il Premier australiano Tony Abbott ha precisato che l’attacco alla cioccolateria di Sydney -tre morti nel blitz, oltre all’attentatore Man Haron Monis, gli ostaggi Tori Johnson e Katrina Dawson –non è stata un’azione terroristica, bensì il «gesto di uno squilibrato, impregnato di estremismo».
Ma l’ISIS ha fatto suo il gesto di emulazione del predicatore islamico, autore del sequestro. «La sollevazione dei musulmani e altri attacchi domestici saranno inevitabili, se l’Occidente continuerà con i suoi crimini contro l’Islam», hanno minacciato i jihadisti dello Stato islamico in Iraq e in Siria.
A novembre, Monis aveva giurato «sottomissione» al Califfo dell’ISIS Abu Bakr al Baghdadi, scrivendo, ha riportato il network d’intelligence ‘Site’: «Coloro che chiedono alleanza al califfo dei musulmani chiedono alleanza ad Allah e al suo messaggero. Allah mi ha onorato di poter chiedere alleanza all’Imam dei nostri tempi».
Un’affiliazione «inusuale» allo Stato islamico, perché, ha sottolineato la cacciatrice di jihadisti e fondatrice del gruppo di ricerca, Rita Katz, ambiguamente Monis «non nominava mai al Baghdadi, e i suoi «proclami non necessariamente prefiguravano che egli facesse parte di un piano dell’ISIS».

Intanto l’Australia è sprofondata in una spirare di terrore. Per uno zaino sospetto al Ministero degli Affari e del Commercio estero a Canberra, nel distretto del Parlamento, l’edificio governativo è stato evacuato.
Dopo due ore d’esame, gli artificieri della Polizia federale hanno concluso che il pacco era innocuo. Ma centinaia di impiegati statali, nel frattempo, erano stati fatti evacuare, le vie circostanti chiuse e l’abitato adiacente al Ministero interdetto al passaggio anche dei residenti.
La notizia che l’autore del sequestro di massa, il 50enne Monis, era di origini iraniane, ha incrinato la riapertura dei negoziati sul nucleare, domani 17 dicembre a Vienna, della Repubblica islamica con le potenze del Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina più Germania).
«Il sequestratore di Sydney aveva ricevuto asilo in Australia 20 anni fa e le autorità australiane erano a conoscenza della sua situazione psicologica instabile», ha puntualizzato il Ministero degli Esteri iraniano, mentre, ai confini e in Iraq, le forze dei Pasdaran, sono impegnate nella guerrra contro l’ISIS.

L’attentato di Sydney e la strage in Pakistan hanno scioccato l’Europa, destabilizzata anche dalla caduta libera del rublo sul dollaro e sull’euro (rispettivamente a quota 80 e 100 sulla moneta russa), e dalla prima votazione, in Grecia, domani 17 dicembre, del Presidente della Repubblica: un processo che porterà alle elezioni anticipate, con gravi ricadute per l’Eurozona.
L’Italia ha ricevuto lo schiaffo della
Corte Suprema indiana che, oggi, non ha accolto le istanze dei due fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, per avere, nel primo caso, un prolungamento del soggiorno in Italia per cure; nel secondo, un rientro in Puglia per le festività natalizie. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è detto «fortemente contrariato della notizia», dopo ore di attesa per il responso dell’udienza sui marò.
Anche Israele è in grande fibrillazione Israele, alla vigilia dell’approdo, in Consiglio di Sicurezza all’Onu, della risoluzione per la fine dell’occupazione della Cisgiordania e l’indipendenza della Palestina, da parte dell’Autorità nazionale palestinese (ANP).
Reduce dal faccia a faccia, a Roma, con il Segretario di Stato americano
John Kerry, il Premier israeliano Benjamin Netanyahu ha raccontato di una sua recente telefonata con Hollande, per fare ulteriori pressioni.
In Cisgiordania, intanto, un altro palestinese, il 22enne Mahmoud Edwan, è stato ucciso dalle Forze israeliane, in un’operazione nel campo profughi di Qalandiya, nei pressi di Ramallah: «La reazione al fuoco aperto contro i soldati» si è giustificato Israele.
I morti alimentano la spirale di rappresaglie, da ambo le parti: sempre nella notte,
la Polizia ha arrestato 10 dirigenti del gruppo ebraico di estrema destra Lehava (Fiamma), sospettati di incitazione alla violenza verso i palestinesi.

Per rilanciare i negoziati israeliano-palestinesi, concordati al Cairo dopo la tregua dell’ultima guerra di Gaza, Kerry ha avuto due colloqui telefonici con il Ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukri.
I Generali del Cairo che hanno
deferito altri 40 simpatizzanti dei Fratelli musulmani al Tribunale militare hanno anche comunicato la ripresa dei colloqui, mediati dall’ONU, tra le fazioni libiche in lotta. Il dialogo si dovrebbe aprire ad Awjila, 400 km a sud di Bengasi, per consentire a tutti i negoziatori di prendervi parte, nell’obiettivo di «trovare un accordo politico e creare un comitato incaricato di redigere la nuova Costituzione».
Non sarà facile calmare le brigate e i jihadisti che si contendono sanguinosamente il controllo della Libia: dopo i raid su Tripoli della cordata dei laici e militari, appoggiati dall’Egitto, anche le milizie filo-islamiche di Alba libica avrebbero compiuto un attacco aereo sulla zona petrolifera dell’est del Paese. Mentre nella capitale, senza provocare vittime, esplodeva un’autobomba vicino al Dipartimento di sicurezza,
Nel post Primavera araba, i
combattimenti infuriano anche nel nord-ovest della Siria, dove è in corso un’offensiva dei ribelli e dei gruppi qaedisti, contro i lealisti del regime. Il bilancio dell’Osservatorio per i diritti umani, organo di propaganda dell’opposizione, è di 200 morti negli ultimi tre giorni.
Vittime anche in Yemen  (25 persone, tra cui 15 bambini), in un attentato contro una postazione delle milizie sciite a Rada, nel centro del Paese. I piccoli colpiti erano a bordo di uno scuolabus di passaggio dal luogo dell’attacco: alla strage in Pakistan, un’altra strage di minori nella Penisola araba.

 

 

 

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