domenica, Maggio 16

La strage di Las Vegas e ciò che ci dice degli Stati Uniti di oggi Le tradizionali vulnerabilità americane e la frustrazione di un ceto medio bianco impoverito

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La sparatoria di Las Vegas, con il suo tragico bilancio di vittime, ha riportato alla luce alcune tradizionali vulnerabilità degli Stati Uniti, prima fra tutte la (relativa) facilità di accesso alle armi, incluse quelle da guerra. Allo stesso tempo, ha consolidato quelli che – negli ultimi mesi – si sono imposti come gli stereotipi di fondo nella narrazione della ‘America di Trump’: un’America che, nonostante l’enfasi sulla dimensione securitaria, si sente sempre meno sicura e che, nonostante il tentativo di attribuire al nemico i tratti dello straniero, trova nella sua popolazione (in particolare nella sua popolazione bianca) il principale fattore di instabilità, come messo in luce anche lo scorso agosto dai fatti di Charlottesville. La retorica e le politiche dell’attuale Presidente sono chiamate spesso in causa per spiegare questo stato di cose. Il linguaggio ‘sopra le righe’ di Trump e la sua scelta di dare voce al malcontento di un fantomatico ‘americano medio’ (vittima, a suo dire, della ‘crisi’ attraversata dal Paese e dai suoi valori) sono visti come la causa prima del deterioramento sperimentato della vita pubblica e della violenza crescente – fisica e verbale – che sembra accompagnarlo.

Gli ultimi fatti sembrano portare argomenti a sostegno di questa interpretazione. La voci sulla possibile affiliazione di Stephen Paddock all’ISIS, circolate dopo la rivendicazione da parte di quest’ultimo della responsabilità della strage, tratteggiamo una volta di più i contorni di Stati Uniti vulnerabili, come se non più che dopo gli attacchi del 2001. Allo stesso modo, le polemiche esplose intorno alla (presunta?) non volontà del Presidente di porre un limite alla vendita di armi portano alla ribalta un Paese che fatica a ritrovare la sua unità dopo una campagna elettorale divisiva e acrimoniosa. Il favore di Trump agli occhi dell’opinione pubblica fatica a risalire e l’amministrazione stessa appare spezzata, con voci insistenti che danno per possibili le dimissioni del Segretario di Stato Tillerson a causa di crescenti contrasti con l’inquilino della Casa Bianca. Nemmeno la lunga serie di tempeste tropicali che nelle ultime settimane ha colpito gli Stati meridionali è servita a rafforzare la solidarietà nazionale. Piuttosto, come già accaduto con l’uragano Katrina (2005), danni, vittime e disagi sono serviti soprattutto a mettere il luce l’impreparazione delle autorità di fronte all’ emergenza.

Gli Stati Uniti sono diventati, dunque, più vulnerabili? In questa forma, l’interrogativo rischia di essere fuorviante. Indubbiamente, nel corso degli anni, le sfide che il Paese si trova ad affrontare sono cresciute, sia all’interno, sia all’esterno. Gli Stati Uniti, in altre parole, sembrano fare fatica ad adattarsi ai profondi cambiamenti che hanno interessato il mondo con la fine del sistema bipolare e che – dentro le mura di casa — si traducono nella crisi di un assetto socio-economico che della guerra fredda era, in larga misura, il prodotto. E’ questa una delle cause del successo di Donald Trump e del suo impegno a ‘fare l’America di nuovo grande’; e se l’arrivo del tycoon newyorkese alla Casa Bianca ha alimentato il senso di debolezza degli Stati Uniti (cosa che è ancora da dimostrare) è perché si è innestato su di una debolezza preesistente. Il carattere strutturale e ‘di lungo periodo’ delle sfide che gli Stati Uniti sono chiamati ad affrontare contribuisce, inoltre, a spiegare le difficoltà che l’amministrazione incontra nella sua azione quotidiana e la sua incapacità di dare risposte rapide e credibili ai problemi (illusoriamente semplici) che si era impegnata ad affrontare.

Da questo punto di vista, la strage di Las Vegas diventa l’espressione di dinamiche più profonde della facilità di accesso alle armi da fuoco o dell’alimento che i toni ‘sopra le righe’ delle retorica presidenziale offrirebbero alla frustrazione di un ceto medio bianco impoverito e spaventato. Il timore che dietro Stephen Paddock possa esserci ‘altro’ è il prodotto di un’insicurezza più ampia, che riguarda sia la posizione degli Stati Uniti nel mondo, sia quella dei cittadini all’ interno della società. E’ lo stesso fenomeno che pare emergere dietro la recrudescenza delle tensioni a sfondo razziale, il rafforzamento delle posizioni ‘estreme’ all’ interno dei partiti tradizionali e la crisi delle forze ‘mainstream’. Si tratta, anche in questi casi, di fenomeni dalle radici profonde. Non a caso, essi sono emersi soprattutto nel corso delle presidenze di George W. Bush, Barack Obama e, ora, di Donald Trump; presidenze che (seppure con spessori e con ambizioni diverse e con visioni diverse della società statunitense) si sono comunque proposte tutte di ridefinire le coordinate dell’identità americana e – insieme con questa – il ruolo reale e simbolico degli USA sulla scena internazionale.

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