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La Storia non siamo noi image

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Un piccolo articolo sui principali quotidiani, quasi un trafiletto, tra il Borsalino nuovo di Silvio Berlusconi e il can can da Guinness delle ballerine al Moulin Rouge di Parigi: Il Procuratore Generale di Roma Luigi Ciampoli ha chiesto alla procura della Repubblica di procedere formalmente nei confronti di Steve Pieczenik, personaggio sconosciuto ai più, poco interessante per la maggioranza dei lettori. Chi è costui? Si tratta di una figura solo apparentemente marginale, entrata obliquamente nel racconto di un avvenimento piuttosto importante svoltosi tra il marzo e il maggio 1978, in Italia. Il rapimento e l’assassinio dell’onorevole Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana e tessitore, insieme ad Enrico Berlinguer, di un progetto politico di assoluta rilevanza, passato alla storia come “il compromesso storico”. Ovvero l’inserimento nell’area di governo del principale partito della sinistra italiana dell’epoca, il Pci.

Pieczenik, funzionario del Dipartimento di Stato americano, venne (questa la versione ufficiale di allora) contattato dal ministro dell’ Interno Francesco Cossiga, come consulente d’appoggio nella gestione di quelle che sarebbero state le ultime, concitate fasi del sequestro che cambiò la nostra Storia, anche se i nati dagli anni ottanta in poi non lo sanno, o lo sanno in maniera incerta e confusa.

Il nostro uomo, come in un romanzo di James Ellroy, sbarcò a Roma in tutta fretta, in quel maggio ormai lontano. Ed elargì il suo contributo di ragguardevole esperto in terrorismo internazionale intralciando e depistando in ogni modo le indagini che, come tutti sanno, avrebbero potuto davvero portare alla scoperta della “prigione del popolo” dove Moro agonizzava fisicamente e moralmente, scrivendo ed inviando al mondo politico e alla sua famiglia centinaia di documenti prima disconosciuti, poi screditati e infine parzialmente occultati. E il bello è che Pieczenik  ammise candidamente tutto ciò in un intervista tv a Giovanni Minoli, acquisita ora agli atti, e successivamente in un libro, in cui dichiara di aver avuto “paura fino all’ultimo che lo liberassero”.

Il Procuratore Generale Ciampoli oggi, anno del signore 2014, lo indaga per questi fatti a seguito di “rivelazioni”, evidentemente ritenute fondate, da parte dell’ex poliziotto Enrico Rossi. Il quale si è detto certo addirittura della presenza di agenti segreti sulla scena del rapimento, in via Fani, facendo a tal proposito il nome del defunto (perbacco) colonnello Camillo Guglielmi, ufficiale del Sismi, i servizi segreti militari di allora.  

Tutte cose ampiamente conosciute da chi ha seguito la storia dei processi susseguenti alla cattura dei brigatisti accusati e condannati per il sequestro e l’assassinio di Moro, in quanto citate insieme a mille altri dettagli che definire inquietanti è un eufemismo, nelle tonnellate di carte prodotte dalle varie commissioni d’inchiesta nel corso degli anni. Ma che solo oggi hanno un primo riconoscimento ufficiale, con l’apertura dell’indagine su Steve Pieczenik, ritenuto l’ispiratore almeno della tragica conclusione del rapimento. Naturalmente è impossibile interrogare in proposito il colonnello Guglielmi, come si è detto scomparso da alcuni anni.

Caro Francesco De Gregori, lascia che ti dica una cosa, nell’indifferenza generale partorita dalla certosina manipolazione, metodicamente e mediaticamente imposta dalla ragion di Stato: la Storia non siamo noi, attenzione.

 

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