mercoledì, Settembre 22

La storia delle prime attività spaziali in Italia

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La soluzione futura c’era tutta ma ancora bisognava dimostrare che i tecnici italiani fossero in grado di far funzionare quanto avevano progettato. E così iniziarono gli andirivieni di Broglio e Buongiorno tra l’Italia e gli US per l’intera definizione del programma che riguardava a grosse linee la cessione del razzo vettore per otto esemplari, poi ridotti a cinque e la loro messa in orbita. Ma, come raccontano ancora gli ultimi testimoni di quella straordinaria avventura, le riunioni con la presenza costante di Broglio e Buongiorno, sono state uno degli ingredienti principali per la formazione di uno spirito di squadra che determinò il grande successo del programma italiano.

Il 7 settembre 1962 Lyndon Johnson, il vice di John F. Kennedy che tra le più importanti delle deleghe presidenziali, aveva proprio la politica spaziale firmò a Roma un accordo che non traeva origine dalle scrivanie di militari che cercavano uno strumento di supremazia e nemmeno dalle fabbriche per un’opportunità competitiva, ma dai laboratori di università. Quando Johnson divenne poi il 37° presidente degli Stati Uniti d’America, durante il primo discorso sullo Stato dell’Unione volle enfatizzare l’importanza del lancio del primo satellite italiano, dicendo che aveva «permesso all’Italia di realizzare e lanciare un suo satellite, divenendo così la terza potenza dopo USA e URSS».

E così nacque il San Marco. Il suo nome è stato generato in modo molto energico dalla grande fede religiosa del suo ideatore, Luigi Broglio ma anche perché questi era veneziano e non volle rinunciare ad affidare al suo santo protettore il progetto più grande che aveva ideato. Intanto una delle piattaforme acquistate dall’ENI fu rimorchiata presso i Cantieri Navali di Taranto; più tardi il pontone maggiore fu trainato da Norfolk ai Cantieri Navali della Marina a La Spezia, per essere sottoposto a tutti i lavori previsti mentre la realizzazione dell’unità di volo procedeva in modo regolare e nei tempi concordati con la Nasa.

Il primo lancio del San Marco avvenne da Wallops Island il 14 dicembre 1964, come previsto e fu perfetto, validando che un piccolo gruppo di ingegneri avrebbe saputo condurre adeguatamente quelle operazioni. I giornali e la televisione diedero ampio spazio alla notizia dividendosi nelle prime pagine dei quotidiani con l’elezione di Giuseppe Saragat alla presidenza della Repubblica. Era ormai indubbio che questo programma, in soli due anni, avesse portato l’Italia ad essere la prima nazione europea ad avere in orbita un satellite scientifico concepito e realizzato sfruttando integralmente le risorse umane e i mezzi disponibili nel Paese e lanciato da un team nazionale. Si era dimostrato alla comunità internazionale, non solo di possedere le tecnologie e gli impianti, ma anche la capacità di poter cooperare con gli Stati Uniti in maniera paritetica in un settore di alta tecnologia e di estremo interesse strategico. Il successo del San Marco ha rappresentato un passaporto di grande credibilità sul tavolo della nascente organizzazione europea in campo spaziale.

Nella metà di aprile 1967 furono completati l’assemblaggio del razzo vettore e del satellite San Marco 2 e si procedette ai test necessari prima del lancio così che già il 26 aprile alle ore 10:04 si concluse il count down per il lancio dalla base oceanica di Malindi. La missione era impostata per raggiungere l’orbita tra 218 (perigeo) e 748 km. (apogeo). A questa seguirono le altre fino all’ultima, avvenuta nel marzo del 1988. I satelliti San Marco consentirono di misurare la densità dell’aria ad alte quote, in modo continuo e con la massima precisione; la temperatura e la pressione dell’atmosfera; la sua composizione attraverso uno spettrometro di massa; il profilo della densità elettronica della ionosfera; la temperatura degli elettroni; la localizzazione di irregolarità ionosferiche; la concentrazione degli ioni e degli elettroni; l’analisi delle particelle ionizzate e delle loro velocità; il monitoraggio della radiazione solare; lo studio dei fenomeni dell’alta atmosfera e la loro influenza sul clima della Terra.

Quasi tutti esperimenti nuovi. E vi fu un altro passaggio importante. James Webb, amministratore della Nasa, invitò Broglio e Buongiorno a Washington per proporre l’uso della piattaforma per una serie di missioni che interessavano l’ente americano e così da San Marco furono lanciati quattro satelliti della Nasa e altri europei. Non vi fu nessuna defaillance. Quello che è accaduto dopo rappresenta un’altra storia e se il progetto San Marco ha avuto l’unico torto di non agganciare la sua evoluzione alle realtà industriali che stavano avanzando in quel momento in Italia, esso ha vissuto gli indubbi pregi di formare una classe di ingegneri e di tecnici che oggi rappresentano un valore di gran pregio per l’Italia, con accordi internazionali, alleanze ed esportazioni di altissimo livello.

Quanto alla base di Malindi, l’infrastruttura oggi porta il nome di Luigi Broglio e resta sempre un importante centro spaziale al di fuori del territorio nazionale, di proprietà dell’Università di Roma e gestito dall’Agenzia Spaziale Italiana per provvedere al tracciamento di satelliti di varie agenzie grazie alla sua latitudine quasi equatoriale.

 

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