giovedì, Luglio 29

La storia delle prime attività spaziali in Italia

0
1 2


La ricerca aerospaziale italiana nasce da due scienziati visionari che compresero subito quali potenzialità e quante opportunità avrebbe potuto offrire la nuova disciplina pur con i mezzi disponibili da un’università statale. In questi giorni in cui la nostre attenzioni sono proiettate a quel piccolo veicolo che sta volando a circa 76 volte la velocità del suono verso Marte, dovremmo andare un po’ indietro nella memoria e ricordarne gli attori perché se oggi l’industria italiana è a un punto fortemente avanzato, lo deve all’impegno e alla forza di tanti studiosi che hanno aperto delle strade di grande valore.

Sono pochi a ricordare che il 10 aprile 1961, due giorni prima che Yuri Gagarin compisse il suo volo orbitale intorno alla Terra a bordo della Vostok 1, la città di Firenze ospitò la quarta edizione del COSPAR, il Committee on Space Research istituito a Londra nel 1958 per la promozione della ricerca scientifica internazionale sullo spazio. Quel giorno fu l’inizio di una lunga storia vissuta congiuntamente da Italia e Stati Uniti e anche il presupposto di un cambiamento di mentalità per un Paese che ancora faticava ad uscire dai guadi di una guerra terrificante e da un’economia rurale fortemente radicata su gran parte del suo lungo territorio. Eppure proprio in uno scenario così contraddittorio, un piccolo team di ingegneri, aggressivi e determinati lanciò la sfida di candidarsi a una missione che in quel momento era stata campo solo delle due massime potenze mondiali. Ai lavori di Firenze era Luigi Broglio a guidare gli italiani; Broglio era generale dell’Aeronautica Militare, docente all’università di Roma La Sapienza e con sé aveva Carlo Buongiorno, suo allievo privilegiato e tra i maggiori esperti di moti ipersonici.

La primavera era entrata da poco nei cieli peninsulari e il sindaco di Firenze Giorgio La Pira nel salutare gli ospiti espresse la sua grande ammirazione per la disciplina che si sarebbe affrontata in quei giorni, facendo suo l’invito biblico di Abramo. Sugli scranni di uno dei massimi templi dell’arte italiana sedevano le menti più fini di quella che era la ricerca spaziale di allora e pur in un contesto che vedeva grossi scontri mediatici tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, gli scienziati di ambo le parti si sentivano accomunati da uno spirito di curiosità e di intraprendenza che li vedeva interessati ad un dialogo di tanti temi comuni.

Quando fu la volta della delegazione italiana, Broglio parlando ai colleghi, presentò i dati sulla distribuzione dei venti a quote superiori ai 120 chilometri ottenuti dalla missione svoltasi anni prima in Sardegna e quindi dichiarò il proposito di realizzare un satellite tutto nazionale per l’esame dell’atmosfera bassa le cui caratteristiche erano ancora sconosciute alla comunità scientifica internazionale. Era il massimo che si poteva proporre, visti i mezzi a disposizione dell’università romana ma l’idea interessò molto i partecipanti e fu un momento di vera e propria consacrazione per l’attività scientifica nazionale. «La ricerca spaziale – dichiarò più tardi Buongiorno nella sua biografia – è per una nazione un processo di estrema complessità e occorrono molte forze congruenti e molti eventi concomitanti per controllare dei passaggi così sofisticati».

Più di tutti fu impressionato Arnold W. Frutkin, il direttore dell’ufficio per la cooperazione internazionale della Nasa. Frutkin era noto per essere un instancabile negoziatore dei più importanti affari internazionali dell’ente spaziale americano e sapeva bene che la campagna italiana dei razzi sonda era stata eseguita in un contesto di cooperazione bilaterale del suo ente con il CNR, l’istituto governativo delegato alla ricerca. Quando poi Broglio lo invitò a una grigliata a Pontassieve, nel verde della campagna toscana non fu una semplice cortesia e solo la voglia di passare una serata in amicizia ma quella cena cementò il futuro dello spazio italiano e lo sviluppo di progetto nazionale. Frutkin infatti confermò apertamente l’interesse della Nasa e degli Stati Uniti che l’Italia fosse la prima nazione europea a lanciare un suo satellite scientifico progettato e realizzato in piena autonomia. La Nasa avrebbe messo a disposizione gli Scout, un sistema di lancio sviluppato presso il Langley Center, in collaborazione con l’USAF così da avere un sistema economico ed affidabile per il lancio di un piccolo satellite scientifico. Naturalmente c’erano molte cose da mettere a punto perché si trattava di un programma ex novo e poi occorreva una base di lancio adeguata. Lo scienziato americano propose inizialmente due soluzioni: Vanderberg e Wallops Island, sulla East Coast. Wallops è sicuramente una delle più antiche e ambite basi di lancio ma l’idea di Broglio e del suo team era anche l’avere una postazione tutta nazionale da cui operare. Da parte sua l’Italia per la conformazione geografica e per la vicinanza di territori abitati non avrebbe dato molte chance al posizionamento di una base che garantisse la massima sicurezza durante tutte le fasi della missione. Fu un’incognita assai complicata e miracolosamente solo la fantasia e l’inventiva fecero uscire i tecnici italiani da quel cul de sac in cui si erano infilati: sarebbe stato il mare a essere la soluzione grazie a un supporto reso disponibile dall’ENI di Enrico Mattei – e poi anche dal Pentagono – che permise di creare un poligono di lancio, piazzato al largo di Nairobi, in zona adiacente l’equatore, in modo da poter raggiungere l’orbita designata senza dover spendere troppo propellente per le manovre. Il sistema sarebbe stato composto da piattaforme fissate sul fondo dell’oceano dove furono collocati la rampa di lancio, la cabina di comando e i radar, mentre sulla terraferma, a 120 chilometri a nord di Mombasa si sarebbe impiantato il campo base.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->