lunedì, ottobre 15

La stilettata di Jack Ma a Trump Il patron di Alibaba rinnega la promessa di creare un milione di posti di lavoro negli Usa

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Continua l’escalation tra Washington e Pechino. Dopo l’annuncio della Casa Bianca relativo all’applicazione di nuove tariffe che andranno a colpire larghissima parte dei prodotti cinesi in entrata negli Stati uniti e la pronta rappresaglia cinese, manifestatasi sotto forma di contro-dazi su una serie di merci Usa, si registra ora l’irruzione nella contesa bilaterale del potente Jack Ma, fondatore e amministratore delegato di Alibaba. In un’intervista rilasciata a ‘Xinuha’, il patron del colosso cinese dell’e-commerce ha apertamente sconfessato il programma informale di cooperazione con gli Stati Uniti che era stata annunciato nel gennaio 2017, a margine di un incontro con ‘The Donald’ presso la Trump Tower di New York. Nello specifico, il piano strategico di espansione di Alibaba negli Stati Uniti prevedeva la creazione di qualcosa come un milione di posti di lavoro nell’arco di un quinquennio, nonché la trasformazione di Alibaba nella piattaforma multimediale di riferimento per le piccole e medie imprese statunitensi interessate a vendere i propri prodotti sullo sterminato mercato cinese. In occasione del vertice con Trump, il ricchissimo imprenditore cinese aveva sottolineato la necessità di «rafforzare e rendere più amichevole il rapporto tra Cina e Stati Uniti», e individuato nel nuovo inquilino della Casa Bianca, giudicato «intelligente e mentalmente aperto», l’uomo giusto per conseguire questo obiettivo fondamentale.

Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti. Conformemente agli impegni presi in campagna elettorale, Trump ha deciso di prendere pesantemente di mira l’export cinese e gli investimenti strategici dell’ex Celeste Impero con l’evidente scopo di mantenere ampio il divario tecnologico tra i due Paesi e gettare le basi per la reindustrializzazione degli Stati Uniti. Una sorta di crociata neo-protezionista, dunque, finalizzata a scardinare la struttura portante della globalizzazione costruita proprio dagli Stati Uniti a partire dagli anni ’80. Lo ricordò lo stesso Ma durante una sessione del World Economic Forum di Davos del 2017, in un discorso in cui si sosteneva che «la globalizzazione sembrava una strategia perfetta per gli Usa. Il loro discorso era questo: noi ci teniamo la proprietà intellettuale, la tecnologia e il marchio, e lasciamo il resto del lavoro ad altri Paesi come Messico e Cina […]. Le multinazionali statunitensi hanno incassato milioni e milioni e milioni di dollari dalla globalizzazione. Quando mi sono laureato all’università in Cina ho provato ad acquistare un cercapersone. Costava l’equivalente di 250 dollari, io ne guadagnavo 10 al mese come insegnante. Ma il prezzo per produrlo era 8 dollari. Ibm e Microsoft facevano più utili delle più 4 più grandi banche cinesi messe insieme. Dove sono finiti quei soldi? […]. Trent’anni fa le compagnie Usa di cui i cinesi avevano sentito parlare erano Ford e Boeing. Oggi sono nella Silicon Valley. E a Wall Street, dove sono stati investiti tutti i profitti. La crisi finanziaria ha cancellato 19,2 trilioni di dollari, e ha distrutto 34 milioni di posti di lavoro. In questo lasso di tempo, gli Stati Uniti hanno combattuto 13 guerre al costo di 14,2 trilioni di dollari. Immaginate cosa sarebbe successo se quei soldi fossero stati investiti nel Midwest, per sviluppare industrie e infrastrutture, e soprattutto educazione per chi non se la può permettere […]. Non sono gli altri paesi a rubarvi il lavoro. È colpa della vostra strategia. Siete voi che non avete distribuito i profitti nel modo giusto».

No stupisce pertanto, alla luce di ciò, che il fondatore di Alibaba non sia affatto disposto ad accettare la strategia dello scaricabarile che gli Usa stanno portando avanti nei confronti della Cina, additata come la principale responsabile di problemi che affliggono l’economia statunitense. Nel corso di un simposio tenutosi a Hangzhou all’inizio di settembre, Ma ha dichiarato che il commercio non dovrebbe essere utilizzato come arma, e invitato gli investitori presenti all’evento ad attrezzarsi per sostenere adeguatamente una battaglia commerciale che, con ogni probabilità, si protrarrà anche oltre il termine della presidenza Trump.

In tali condizioni, ha spiegato più recentemente il magnate, la promessa ad investire negli Usa, «formulata partendo dalla premessa relativa alla sussistenza di un rapporto amichevole e collaborativo tra Stati Uniti e Cina», non può più essere onorata proprio a causa delle tensioni sorte con la politica tariffaria e le continue accuse del governo statunitense verso l’ex Celeste Impero.

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