sabato, Ottobre 23

La special relationship tra la Brexit e il TTIP

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Va dato atto all’originale e mai noioso, Sindaco di Londra, Boris Johnson, di aver saputo saputo riaccendere, con il suo piglio sarcastico, il dibattito sulla Brexit, in occasione della recente visita del Presidente Barack Obama, in Europa. Gli intenti del Presidente Usa d’altronde, sono noti. Il mandato sta per scadere ed egli ha intenzione di portare a casa il miglior risultato di fine mandato, lo storico accordo di libero scambio di beni e servizi tra Stati Uniti e Unione Europea, denominato TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti.

Come rende noto il World Economic Forum,  Europa e Stati Uniti contribuiscono per un 45% al pil mondiale e il loro commercio di beni, sfiora attualmente, i 900 miliardi di euro l’anno. A seguire, uno studio del Cepr (Centre for Economic Policy Research) del marzo 2013, vede i benefeci del partenariato in +119 miliardi di euro all’anno per l’Europa e in +95 miliardi di euro per gli Usa. Un accordo economicamente e politicamente rilevante, vista la crescente avanzata della potenza economica cinese.

Quello che Obama non vuole quindi, è che l’Inghilterra, principale hub finanziario d’Europa, rimanga fuori dai giochi. La sua stoccata, infatti, non si fa attendere: il Regno Unito, in caso di Brexit, rischia di retrocedere alla fine della coda, nell’eventualità che si raggiunga l’accordo con l’Unione Europea. Il Trattato ora è nel pieno dei round negoziali, anche se il punto più delicato, rimane quello delle controversie commerciali. Per questo, le probabilità che si raggiunga un accordo entro l’anno sono molto basse.

Il messaggio di Obama sul ‘Daily Telegraph, consegnato poche ore prima della sua visita alla casa di Windsor, tenta di richiamare gli inglesi, sugli ideali comuni che hanno permesso a Churchill e Roosevelt, di ristabilire la pace in un Europa dilaniata dalla guerra. Ma ecco che non si fa attendere la risposta dell’istrione biondo, Boris Jonhnson, sulle pagine del ‘Sun, a ricordargli che dalla stanza ovale è stato rimosso proprio il busto di Winston Churchill,  complice di aver forse causato imbarazzo al suo staff, visto che a quei tempi, l’Impero inglese governava anche il Kenya, il Paese che ha dato i natali al padre di Obama.
Boris Johnson non termina la sua provocazione e continua oltre, rimproverando al Presidente Usa di dire ipocritamente cosa fare e non di fare come dice (do-as-I-say, but-not-as-I-do), quando nel rappresentare un Paese che non riconosce le giurisdizioni della Corte dell’Aia e del Tribunale del mare, chiede implicitamente al Regno Unito di accettare che le regole europee prevalgano sulla consuetudine britannica. Senza contare, afferma sempre Johnson, che il Regno Unito ha una bassissima rappresentanza nella Commissione UE (3,6%), pur dando a Bruxelles, 20 miliardi di sterline l’anno e senza contare, che quando l’Inghilterra nel 1975, votò il suo primo referendum pro o contro l’Europa, il progetto di mercato comune, era distante miglia e miglia dall’attuale.

L’istrione che sogna la scalata di Downing Street, non si fa scrupoli, pur nelle vesti di Sindaco, di farsi portavoce della Brexit. Ma malgrado la simpatia, e un passato di tutto rispetto, tra antenati nell’entourage del passato Impero Ottomano, studi tra Eton e Oxford e una brillante carriera giornalistica e politica, egli sembra essere rimasto fermo alle lancette dell’immediato dopoguerra, quando l’astro imperiale inglese splendeva di ultima luce e Londra poteva ancora considerarsi al centro del mondo.

Ma oggi, ne è passata di acqua sotto i ponti, se perfino lo storico marchio Land Rover e il suo noto modello Defender, utilizzato dalla Regina, per la caccia al cervo nell’Aberdeenshire scozzese, è stato acquistato dalla Tata (Indiana). E ne è passato di tempo, da quando Londra era la principale borsa finanziaria del mondo e le banche inglesi, incontrastate, contavano filiali in tutto l’emisfero.

Lo ha ben capito David Cameron, che ha cercato di strappare all’Europa, il miglior accordo possibile, uno ‘statuto speciale’, per la tutela degli interessi inglesi sulla City e sul welfare. Egli sa che le  conseguenze politiche di un’uscita dall’Unione non sarebbero scontate. Scozia, Galles e Irlanda del Nord, potrebbero votare per rientare in Europa, sgretolando l’assetto politico-economico-territoriale del Regno Unito. Per gli inglesi poi, in caso di Brexit, risulterebbe più diffcile risiedere e lavorare in Europa e l’Inghilterra sarebbe costretta a rinegoziare un accordo di libero scambio con l’Unione Europea, questa volta, nel quadro delle regole WTO, a danno del suo export, vista l’invalicabile barriera fitosanitaria dell’Europa verso i prodotti extra-Ue.
Infine, last but not least, le banche inglesi avrebbero molte più difficoltà a offrire i loro servizi finanziari all’Europa e le sedi londinesi delle principali banche europee, sarebbero tentate di chiudere e spostarsi verso una capitale finanziaria dell’Eurozona. Un Inghilterra fuori dalla UE, in un clima incerto, con una sterlina in balia delle speculazioni, potrebbe creare problemi anche a quei capitali sauditi, cinesi e russi che hanno sostenuto l’enorme sviluppo immobiliare della città di Londra.

Un’instabilità economica e finanziaria non certa ma probabile, come ha sostenuto anche il Governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, in una recente intervista al ‘Telegraph‘.

Se è vero, come sostiene Johnson, che la cosa più insopportabile per il Regno Unito, Paese di forte tradizione giuridica common law (consuetudinaria e non scritta), è l’aver dovuto subire la dittatura giurisprudenziale della Corte di Giustizia europea, sugli argomenti più delicati, come quelli etici,  è anche vero, che questo trend può essere cambiato, solo con il contributo dell’Inghilterra, l’unica, per esperienza liberale, in grado di dare una sterzata, alla mania regolamentatrice dei burocrati di Bruxelles.

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