mercoledì, Dicembre 8

La Spagna litiga sui tori, anzi sulla corrida Il piacere ricercato nel tormento di un animale è cosa di cui imbarazzarsi o machismo da ostentare?

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Rispetto alle infinite forme di maltrattamento degli animali, la corrida ha l’aggravante di torturare in modo orribile il toro all’unico esclusivo dichiaratissimo scopo di divertirsi nel farlo: realtà sconvolgente nella sua semplicità, perché dà diritto di cittadinanza alla categoria del sadismo, che non è esattamente un fiore all’occhiello nella ricchezza del nostro psichismo.
Perversione sessuale in cui il soggetto trae godimento dalla sofferenza che infligge agli altri’ o, più genericamente ‘Tratto del carattere proprio di chi si compiace della crudeltà‘: comunque sia, di tanti interventi avrebbe bisogno fuorchè di una esaltazione collettiva che lo ergesse a fondamento di un rito collettivo, di una celebrazione  costantemente riproposta con la benedizione di ogni autorità. Rito in cui l’elemento sessuale in qualche modo  sopravvive, per quanto disconosciuto, perché se da una parte il torero non persegue altro piacere che quello di tormentare e uccidere il toro, dall’altra la folla di spettatori/voyeuristi segue lo spettacolo in un crescendo di eccitazione fino all’orgasmo finale in cui la tensione si scioglie e il piacere si consuma nell’esaltazione collettiva.
Si tratta di un piacere non nascosto con vergogna, come spesso succede in dinamiche analoghe, ma invece di rappresentazione ingigantita, di esibizione di impulsi: la condivisione sociale aumenta la fascinazione del rito, legittimato dal consenso legale e culturale.
Ma bisognerà pure alla fine raccontarsi  di che cosa si sta andando tanto orgogliosi: la rete pullula di siti in cui il tormento e l’uccisione di animali di vario genere (crush fetish e affini) è fonte di piacere per persone che nascondono quella che vivono come perversione vergognosa da condividere solo con selezionati compagni di merende, da tutelare per quanto è possibile dalla diffusione pubblica, foriera di inevitabile stigma.

Bisognerà allora decidere se il piacere ricercato nel tormento di un animale è cosa di cui imbarazzarsi e da vivere in una solitudine pervasa da sensi di colpa o invece espressione  di un machismo da ostentare con pubblico orgoglio: le due opzioni  non possono coesistere. Non è superfluo rilevare che, se anche la violenza estrema della tauromachia viene ritualizzata in un luogo, in un tempo e in un contesto definito, la realtà psichica non può essere delimitata con gli stessi paletti di tempo e di spazio e di contesto. Ciò che avviene lì dentro resta inciso in chi ne è protagonista e in chi ne è spettatore: come nel corso delle guerre  è illusorio pensare che la violenza che sul campo di battaglia viene incentivata resti poi lì confinata, allo stesso modo le esperienze sollecitate dalla violenza dell’arena non possono essere lì concluse, ma si allargano e si estendono al di fuori, contaminando inevitabilmente gli attori, attivi o passivi che siano.

Squallidi tentativi di nobilitazione con richiami, oltre che ad una tradizione obsoleta e incapace di giustificare alcunchè, a prestigiosi aficionados quali Ernest Hemingway o Pablo Picasso risultano patetici nella loro inefficacia: saper dipingere o saper scrivere getta un sasso nello stagno dell’esistenza, i cui cerchi non si allargano certo ad includere il piano etico. La loro presenza evocata a nobilitare gli spalti non affascina più di quella più recente di Nicolas Sarkozy: è tutto dire. E sostenitrici quali Lucia Bosè o Sofia Loren, antiche bellezze rapite dal fascino macho del matador,  possono tutt’al più essere risultare perfette nel ruolo palpitante e arcaico  di  donna del boss.

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