domenica, Settembre 19

Sunnistan, la soluzione dei problemi mediorientali? John Bolton, suo sostenitore, è stato nominato da Trump nuovo consigliere per la sicurezza nazionale per sostituire il troppo morbido McMaster. L’ipotesi di una confederazione Iraq-Siria può tornare in auge?

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Il cambio voluto da Trump fa credere che il nuovo consigliere verrà tenuto in grande considerazione, anche per quello spirito affine che, volendo leggere fra le righe delle dichiarazioni del Presidente, sembra legarli. Quanto sarebbe, tuttavia, possibile che Trump sostenesse un’eventuale proposta di questo genere? Nonostante la mancanza di chiarezza degli obiettivi della politica estera delle ultime due presidenze americane, secondo Bertolotti, si possono fare alcune fondate previsioni: “Trump vuole e deve parlare all’opinione pubblica interna anche attraverso le scelte di politica estera, ma per farlo necessita di messaggi chiari e di impatto sul piano comunicativo. Per questa ragione l’idea di un’iniziativa epocale come quella di risolvere il problema degli equilibri mediorientali dopo il crollo del sistema disegnato da Sykes-Picot un secolo fa può essere considerata dall’amministrazione statunitense come una valida opportunità”. E, se declinata opportunamente e in un certo modo, potrebbe aprire a una nuova era di relazioni di quell’area: “È possibile un maggiore ruolo statunitense in Iraq in questa fase. Una presenza che, tutto sommato, se concentrata al supporto alla ricostruzione dello Stato iracheno, sulla base delle dinamiche interne all’Iraq e attraverso la mediazione degli attori regionali e con un limitato ruolo militare, potrebbe essere molto utile”.

Resta da chiarire un ultimo, decisivo punto. Ammesso che questo progetto del Sunnistan dovesse realizzarsi, inevitabilmente gli equilibri dell’area ne uscirebbero completamente stravolti. Che cosa provocherebbe il Sunnistan, nella remota ipotesi che dovesse realizzarsi? Bertolotti inizia analizzando i suoi effetti sul non-Stato per eccellenza: “Lo Stato islamico, come lo abbiamo conosciuto, è stato formalmente sconfitto nella sua forma statuale. Ma il fenomeno sociale ‘Stato islamico’ gli è sopravvissuto e prosegue nell’ideologia della violenza jihadista. I suoi combattenti si sono dispersi sui fronti caldi del Grande Medio Oriente e dell’Asia; altri ancora stanno confluendo in nuove formazioni jihadiste nella regione, lo abbiamo visto ad Afrin dove al fianco dell’esercito turco, e spesso in funzione di avanguardia, erano presenti unità composte da reduci dello stato islamico o di altri gruppi jihadista-qaedisti, già finanziati e sostenuti dalla Turchia dal 2011 in poi”. Senza dimenticare le ripercussioni con l’Iran sciita, storico nemico dell’Iraq sunnita: “L’Iran, in Siria, sta procedendo ormai da tempo, a consolidare i risultati ottenuti sul campo di battaglia attraverso la presenza continua e duratura della componente sciita. Lo sta facendo attraverso importanti acquisizioni immobiliari (terreni e aree urbane) e il trasferimento di comunità sciite in aree in precedenza abitate da altre confessioni. Questo è un fattore di cui tenere contro nella valutazione di impatto sui nuovi equilibri regionali perché la compartimentazione su base settaria è un processo già avviato e in fase di consolidamento avanzato degli spazi, geografici, economici e politici. Un dato di fatto, al quale non potrà che seguire un processo di legittimazione formale sul piano delle relazioni internazionali”.

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