domenica, Maggio 9

La società dei fallimenti field_506ffb1d3dbe2

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fallimento

Notizie che incupiscono le nostre giornate: dell’amico che è fallito, dell’altro che ha portato i libri in TribunaleE tu non arrivi a consolare la sua disperazione, il tormento che lo annulla, la sensazione di aver compiuto, malissimo, la sua parabola professionale. Ma c’è di più, perché più che ‘un po’ morire’, fallire è un po’ uccidere’, nel senso che, scegliendo questa via più breve, il proprietario di un’azienda trascina con sé nel precipizio tutti i suoi creditori. Ha resistito finché ha potuto, infine si è dovuto arrendere dinanzi a una contabilità debitoria sempre più rotonda. Il dramma è che colui a cui deve soldi, spesso, è un buon amico col quale egli ha bevuto insieme, e al terzo goccetto, in coro, i due hanno disprezzato il vile denaro, che nulla valeva, in quel momento, in confronto ai sentimenti autentici.

Ovviamente alludo a circostanze in cui non vi è quasi mai dolo, nel qual caso il compagno d’armi e di sventura sarebbe piuttosto un vile e fraudolento bancarottiere, tanto spregiudicato da intascare con la destra e lesinare con la sinistra. I modelli Parmalat, Ferruzzi ultima maniera, per intenderci stili di vita che nell’arroganza, nell’incompetenza e nella spregiudicatezza hanno fondato potere e gloria.
Ma se mille son le sfaccettature umane che si riflettono da un evento tanto opaco, altrettanti sono i rimandi che il verbo fallire evoca. Il latino ‘fallere’, da cui esso deriva direttamente, assume dapprincipio due significati, l’uno concreto (‘far scivolare’, ‘abbattere’), l’altro figurativo (‘sbagliare’, ‘ingannare’, ‘indurre in errore’). E sbagliare, in tedesco, si traduce con ‘fehlen’, cugino di quel ‘fellan’ che poi altro non è che il nostro ‘fellone’. Vi è perciò anche un pizzico di codardia nel fallire? Del resto, nel vedere la propria azienda chiudere e i libri giungere in Tribunale, il piccolo onesto imprenditore si rimprovera molti errori ancor prima di scagliarsi contro il Governo inetto e ladro, che da decenni ruba con entrambe le mani e che è, pure esso, causa del suo mal (dell’amico che piange, perché i governi non piangono mai…).

Ma se insistessimo nell’indietreggiare a braccetto col verbo, risaliremmo al ben preoccupante lemma greco ‘phēlós’ (‘falso’, ‘ingannatore’) e al suo riferimento sanscrito ‘sphalati’ (‘vacillare’, dal cui opposto ‘phalati’  -germogliare- deriva invece l’assai più allegro ‘fallo’, per una volta qui non chiamato a giustificarsi) e ‘dhvarati’ (‘offendere’, ‘nuocere’), poiché cessare il pagamento di una somma dovuta equivale a mancare una promessa data. Da ciò la mancanza, la colpa, l’errore, il peccato… ossia un complessa sensazione negativa che ilfallitopercepisce confusamente come un peso sulle sue spalle. Da qui i tanti suicidi di cui abbiamo saputo nel recente passato.

Naturalmente non sono soltanto l’insolvenza e l’istituto giuridico che la regola a connotare il fallimento umano: vi è quello politico-istituzionale, che tutti noi stiamo vivendo da anni sulla nostra pelle; vi è quello rappresentativo, di cui tutti noi, stavolta, siamo equamente responsabili; vi è quello amoroso, la cui retorica ce lo dipinge al pari di un lutto che occorre far sedimentare, benché le premesse, quasi sempre, ci fossero tutte, e con esse i due adolescenti travestiti da sposi; vi è il fallimento tecnologico e scientifico, allorché un sistema non si dimostra più affidabile e va in avaria; vi è quello popolare, che in questi giorni aleggia su qualsiasi Nazione venga eliminata dai mondiali di calcio, per non parlare delle squadre che perdono 7 a 1 (il grande antropologo brasiliano Roberto Motta mi scrive appena ieri: «Giuliano, carissimo, tante grazie! Non è facile adesso essere brasiliani. La sconfitta ci ha tutti umiliati, sconvolti, rattristati. Ci saranno conseguenze politiche. E tu, come stai? E le tue bimbe? Tuo, molto amico, Roberto.»).
Vi è inoltre il fallimento realistico, che trovò somma espressione nel dramma borghese di Bjœrnson Bjœrnsterne; vi è quello esistenziale, di cui ‘narrò’ fino all’estremo della parola Samuel Beckett, il quale in ‘Worstward Ho’ toccò il punto di non ritorno: «Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Fallisci ancora. Fallisci meglio».  Altro che riconoscere il proprio fallimento! Qui il grande Irlandese andava ben oltre, fino alla reiterazione di quel che giudicava inevitabile, ancor più a fondo del vecchio Krapp, che almeno nella sua stessa memoria finiva per annegarci.
E infine vi è quel fallimento su cui talvolta ha proficuamente indagato il pensiero psicanalitico, come ad esempio Massimo Recalcati, un serio lacaniano di formazione che da tempo si interroga sulle funzioni creative e costruttive dei dinieghi genitoriali, con riferimento alla formazione del desiderio e alla funzione simbolica della castrazione. Su queste basi il fallimento sarà ben più irreparabile di un fondale letterario e la sua genesi talmente profonda da inabissare il piccolo fallito in una rovina senza impresa, laddove egli nemmeno tenterà l’avventura della vita, con i suoi bellissimi rischi. «Per vie senza pericoli si mandano soltanto i deboli», avvertiva Hermann Hesse. E invece siamo forti, proviamoci comunque.

Pensiamo spesso ai tre possibili esiti di un’impresa, non lasciamoci cullare dal falso mito della vittoria, come fosse quello il fine di ogni nostra azione. Guardiamo persino all’armonia di pareggiare con l’altro l’esperienza appena terminata, di stringergli la mano e di passare, così, di progetto in progetto. Certamente, susciterà sempre la nostra ammirazione colui che avrà preso atto del proprio fallimento, assumendosi ogni colpa e traendone le conseguenze anche più estreme… «Abbiamo giocato, io ho perduto. Esigo la morte», così chiudeva la sua brillante vita Pierre Drieu La Rochelle. C’è l’atto sublime, c’è il gesto letterario… Ma non imitiamoli, non smettiamo di giocare.     

 

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