domenica, Settembre 19

La Siria, l'Iran e lo scacco Usa a Putin field_506ffb1d3dbe2

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Gli ultraconservatori che fischiarono Hassan Rohani per la telefonata con Barack Obama hanno sollevato un polverone alla partenza del Presidente iraniano per l’Assemblea generale dell’ONU a New York.
Le indiscrezioni su un possibile colloquio tra i due leader a Palazzo di Vetro, trapelate da fonti dell’Amministrazione americana («non c’è un incontro in programma, ma è noto che il Presidente degli Usa è aperto in tal senso»), sono state smentite dal Governo iraniano e, arrivato nella Grande Mela, anche da Rohani in persona che in un’intervista alla tivù statunitense ‘Cbs’ ha chiosato: «Nessun faccia a faccia. Non vogliamo uno show che non divertirebbe né gli iraniani, né gli americani».
All’ONU, il Presidente iraniano si è tuttavia affrettato, via Twitter, ad alimentare il tam tam mediatico sull’altro storico incontro dalla Rivoluzione khomeinista del 1979 ed effettivamente avvenuto a New York: la stretta di mano con foto, diffusa sui social media, di Rohani, con il Premier inglese David Cameron.
Volto teso Cameron, sorriso allargato Rohani, i capi dei due Governi si sono affrontati dopo 35 anni di gelo, segnati anche dai gravi fatti dell’Ambasciata britannica a Teheran del 2011.
Un altro punto messo a segno dall’Iran è che, per parlare con Rohani, Cameron ha disertato il discorso di Obama alla platea dell’Assemblea generale. Intervento nel quale, sul nucleare, l’inquilino della Casa Bianca ha teso la mano alla Repubblica islamica: «Non sprecate un’opportunità storica».

A Palazzo di Vetro, oltre al bilaterale scontato con l’omologo turco Recep Tayyip Erdogan, il Presidente iraniano ha discusso dei fatti del mondo con il capo di Stato austriaco Heinz Fischer e con il francese François Hollande.
Giorni e ore concitate in cui il cittadino d’Oltralpe Hervé Pierre Goudel veniva rapito in Algeria e infine decapitato dagli affiliati dell’IS (Stato islamico), in rappresaglia ai raid francesi nel nord dell’Iraq.
Incontrando Rohani, il Segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon ha invitato «l’Iran a impegnarsi costruttivamente in Iraq, Siria e Afghanistan», spedendo il suo inviato Staffan de Mistura «molto presto in Iran». L’Iran, ha detto il diplomatico italo-svedese, al momento «è un player e un partner importante nel processo politico».
Le parole non alludono necessariamente a un do ut des imminente per l’aiuto iraniano sulla crisi siriana in cambio di uno sblocco delle trattative incagliate sul nucleare con il Gruppo 5 +1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina più Germania), che il Presidente iraniano si augura in dirittura d’arrivo «entro due mesi».
Eppure un legame tra i due dossier pare implicito e inevitabile, visto che la campagna americana in Siria non può slegarsi dalla guerra all’IS in Iraq -il Califfato copre il nord dei due Stati-, dove l’Iran arma i peshmerga curdi e ha anche un ruolo centrale di contenimento della minaccia jihadista. Sia attraverso le milizie sciite irachene, sia attraverso le Quds Force, le unità dei Pasdaran all’estero, impegnate sul campo.

Il nodo intricato da sciogliere è la Siria, dove le truppe sciite di Hezbollah (braccio armato e politico dell’Iran in Libano) combattono contro i ribelli e contro l’IS in sostegno al regime di Bashar al Assad, protetto e armato anche dai russi.
Ma il nodo si scioglie se, anziché prestare orecchio ai soliti proclami ufficiali e seguire vecchie logiche, si guarda alla sostanza dei fatti. Se, da una parte, infatti, Rohani ha definito i raid Usa «un attacco alla Siria» («non ci è chiaro cosa vogliano gli americani, un gruppo terroristico non può essere sradicato da combattimenti seriali»), e se anche il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah ha dichiarato di «rigettare l’alleanza internazionale anti-IS», è chiaro a tutti che Assad è stato il primo vincitore dei raid americani in Siria.
Per quanto Obama si affanni a ribadire di «stare dalla parte dei ribelli» e di «non aver mai chiesto il permesso al regime», gli Usa bombardano le strutture di al Qaeda e dell’IS ma non quelle di Assad: «Sosteniamo ogni sforzo internazionale contro il terrorismo», ha annunciato Damasco dopo l’invasione americana.
I media statunitensi hanno poi riportato l’indiscrezione che, attraverso il Segretario di Stato americano John Kerry, il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif sarebbe stato informato dei raid in Siria in anticipo. Con Zarif, tra l’altro, Kerry avrebbe in agenda anche un colloquio a margine dell’Assemblea generale dell’ONU.
Dalle manovre anti-IS, in parte sotterranee e in parte manifeste, alla fine dei conti è rimasto escluso un solo grande attore globale e regionale: la Russia di Vladimir Putin.
“Obama chiama tutto il mondo a unirsi contro l’IS, invitando i musulmani a rigettare l’ideologia jihadista. Così si crea una situazione inedita in Medio Oriente: sciiti e sunniti compatti contro la minaccia terroristica. Contro lo spauracchio del Califfato, persino Iran e Arabia Saudita, rivali storici, finiscono dalla stessa parte: un blocco che agli Usa fa gioco in chiave anti-russa. Il fronte unico mediorientale indebolisce infatti il fronte orientale russo-cinese“, ci spiega l’analista iraniano Pejman Abdolmohammadi, direttore del think Tank Iran Progress e docente Storia e Istituzioni dei Paesi Islamici all’Università di Genova.

Il grande risiko, insomma, si sposta a Est dove è risaputo si concentrino gli interessi strategici americani del Terzo millennio.
All’Iran, dalla vetrina dell’ONU Obama ha detto: «Con un nucleare di pace possiamo soddisfare il vostro bisogno di energia». A onor del vero i toni Kerry sono stati diversi: «Non abbiamo ancora prove che il nucleare iraniano è pacifico. Meglio nessun accordo che un cattivo accordo», ha frenato il suo braccio destro.
“In realtà la loro linea è la stessa. È il gioco naturale delle parti, lo stesso balletto che c’è in Iran tra la Guida Suprema Ali Khamenei e Rohani”, continua Abdolmohammadi. “Era anche prevedibile un incontro del Presidente iraniano con Cameron prima che con Obama. Rohani e il suo entourage sono filoinglesi, non filoamericani. Il riavvicinamento doveva passare da lì. In questi ultimi mesi si è sottovalutato il ruolo rilevante della Gran Bretagna nella regione mediorientale. Anche il neo Premier iracheno Haider al Abadi ha molti canali britannici”.
Per non irritare gli alleati di sempre israeliani e sauditi, è verosimile che all’ONU gli Usa abbiano mandato avanti Cameron con l’Iran, preferendo rimanere dietro le quinte. Dare poco nell’occhio fa comodo anche alla Repubblica islamica. “La Guida suprema non è filoinglese, tanto meno filoamericana. Potendo, sarebbe filorussa. Ma l’IS è una minaccia per il Paese”, conclude l’esperto, “e per la sicurezza nazionale Khamenei è costretto a unirsi all’alleanza dei Paesi islamici che fa capo agli Usa”. Per cause di forza maggiore Putin, anche per Teheran, può passare in secondo piano.

 

 

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