lunedì, Ottobre 18

La Sinistra muore, l’Ideologia svanisce

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«Qualcuno vede le cose così come sono, e si chiede perchè. Io sogno invece le cose come non sono mai state, e mi chiedo perchè no». In queste parole, Robert Francis Kennedy (alias RFK) era solito riassumere la sua dottrina di politico. Nel 1968, poco dopo l’assassinio di Martin Luther King, Robert Kennedy (soprannominato Bobby) candidato alle presidenziali degli USA, fu assassinato all’ Hotel Ambassador, dopo il suo discorso presidenziale in California. Belle parole come quelle di Bobby ritraggono spesso immagini di politici che solo dopo si dimostrano illusorie e costruite. Ma il credo di Bobby ha resistito alle ingiurie e agli esami, dimostrando di essere a dir poco una litote sul cuore grande di un uomo di quella leva.

Dopo il suo discorso Robert Kennedy avrebbe lasciato l’Hotel Ambassador. Stava ripercorrendo al contrario la stanza che ospitava la cucina, ma un uomo, Sirhan Sirhan, lo aspettava con un fucile. Bobby cammina. Un aiuto cameriere ispanico dicassettenne, Juan Romero, lo raggiunge per stringergli la mano. Bobby gli porge la mano. Sirhan colpisce. Bobby cade sul pavimento, in un mare di sangue, il suo stesso sangue. Juan Romero lo alza, prende il suo rosario tra le mani e inizia a pregare per lui, esortandolo: «Coraggio senatore, ce la può fare. Signor Kennedy, può farcela». Il senatore, ferito fatalmente, risponde: «Va tutto bene, tutto bene». Così, RFK cercò di rassicurare quel giovane che era lì, accanto a lui.

Più tardi, Ethel Kennedy, sua moglie, lo raggiunge. Si inginocchia. Lui volge il capo verso di lei e le chiede: «Stai bene? Stanno tutti bene?». Così si spense Robert Kennedy. Le sue parole hanno rispecchiato le sue azioni. Prima aveva rassicurato il giovane Juan Romero. Poi si era preoccupato di sapere se gli altri stavano bene, anche se in quel momento era la sua vita ad essere in pericolo.

Ma non era stata quella l’unica volta in cui Juan Romero aveva incontrato Robert Kennedy. Anche un’altra occasione li aveva visti insieme. Juan Romero ha continuato a raccontare quella storia anche quarant’anni dopo quel giorno. Ha spiegato che conosceva solo poche cose del senatore, ma aveva sempre avuto grande stima di lui. Prima di quella notte terribile, quando aveva saputo che RFK alloggiava presso quell’hotel, Juan Romero si era premurato di prendere lui l’ordine in stanza. Di questo primo incontro, come si legge in un articolo del 2010 di Steve Lopez per il ‘Los Angeles Times’ intitolato ‘In ginocchio accanto a RFK’: «Quando Kennedy aveva stretto la mano a Romero nella suite presidenziale, Juan cambiò. In quella stretta così convinta, si era sentito apprezzato, completo, un vero uomo»

Le parole di Steve Lopez possono suonare altisonanti per chi non conosce la storia di Juan Romero e Bobby Kennedy. Proprio lui che dedicò buona parte della sua carriera politica a difendere i più deboli e a proteggere le minoranze etniche. Aveva combattuto a spade tratta per gli Afro-Americani, e per questo era stato considerato vicino a Martin Luther King e al sostenitore dei diritti dei latinoamericani, Cesar Chavez.

Juan Romero è stato solo uno dei tanti che stavano dalla parte di Robert Kennedy. Era un povero immigrate latinoamericano. Questo episodio impressionante, il secondo, diede a chiunque credeva in lui, l’occasione per interrogarsi sul senso dell’empatia, del ruolo in politica, del ruolo dell’umanità, e di quanto peso abbia il coraggio nel nostro mondo moderno, proprio ciò che spesso ci si lascia alle spalle: l’idealismo. Fortunatamente, quell’attimo è rimasto impresso in una fotografia di Boris Yaro. Nella foto compaiono questi due uomini, che trovarono nei loro cuori abbastanza coraggio da dedicarsi agli altri, in un momento in cui le pallottole vagavano nell’aria, in un momento in cui l’aria era ormai decadente.

Bobby Kennedy fu assassinato prima di diventare presidente. Non riuscì mai a farcela e a varcare la soglia della Casa Bianca, e non fu mai capace di riempire di impegni quella sua agenda per la difesa dei più deboli, come avrebbe voluto. Ma riuscì a lasciare molto più di qualsiasi politica, vale a dire le idee. Fui capace di lasciare in eredità una filosofia.

Il senatore newyorchese non era un semplice politico. Oltre a essere Kennedy, con tutti i pro e i contro, era un politico molto particolare, umanista e idealista, questa era la sua ideologia. Lui esprimeva sempre il suo punto di vista, con una eloquenza che affondava nelle radici del suo cuore. Citava spesso Shakespeare, Confucio ed Eschilo, e ripetè infatti le loro parole nella notte dell’assassinio di Martin Luther King: “Dedichiamoci a quello che i Greci scrissero anni e anni fa: addomestichiamo l’uomo selvaggio e rendiamo più delicata la vita nel mondo”.

L’umanità e l’idealismo di Bobby Kennedy hanno rappresentato perfettamente il pensiero di sinistra nel mondo Occidentale. Negli anni Sessanta, durante la Guerra Fredda, questa moda aveva rappresentato il meglio dei due mondi, perchè aveva aspirato a trasformare il mondo intero in un posto migliore dove i poveri potessero avere una opportunità, dove una mano avrebbe potuto sostenere la caduta, dove la società avrebbe vissuto e si sarebbe sviluppata materialmente e moralmente, dove la gente avrebbe pienamente goduto delle proprie libertà, e dove le relazioni internazionali avrebbero funzionato con la legge internazionale, un luogo in cui la pace avrebbe avuto la meglio, nonostante si fosse lontani anni luce dalla visione autocratica dei comunisti e dell’ex-Unione Sovietica.

Da un lato, la sinistra ha sempre giocato un ruolo fondamentale nel nostro mondo. Dall’altro lato, invece, si schierava la destra che spingeva più per una visione del sei solo con te stesso. Questi ultimi si sono battuti sempre per più libertà economica e meno barriere commerciali – barriere a salvaguardia della manodopera e delle piccole imprese; si sono battuti per il confronto sulla scena internazionale.   Secondo la destra, in un mondo come quello di Bobby Kennedy, le grandi società non erano così competitive come avrebbero dovuto, e si riponeva troppa fiducia in un sistema welfare generoso. Eppure in un mondo governato dalla destra, la povertà cresceva, lo sfruttamento umano portato avanti da società sconosciute aveva la meglio, imponendo così quella visione su interi Paesi. Questa contraddizione aveva bisogno di una sorta di mano invisibile, non certo una mano invisibile come quella della teoria azzardata dai liberi commercianti, bensì una mano invisibile naturale, una sorta di meccanismo yin-e-yang concepito per un dibattito socio-politico tra destra e sinistra. Perciò, la sinistra difendeva una visione che opponeva la propensione naturale dell’uomo verso l’avidità e la violenza, mentre la destra, dal canto suo, proponeva e difendeva un approccio più materialista, una visione più orientata all’economia, in particolare orientate alla teoria dell’applicazione del mercato libero.

Ma un tale equilibrio era frustrante per quanti volevano andare fino in fondo, dalla parte degli umanisti, così come lo era per chi non voleva risparmiarsi, tra i materialisti. C’è di fatto che i progressi furono registrati su entrambi i fronti su diverse problematiche, dall’economia alla sicurezza, alle relazioni internazionali. Esisteva, comunque, un senso di equilibrio.

Un equilibrio che venne meno con la caduta del Muro di Berlino. Da allora emerse un nuovo ordine del mondo e, con esso, un nuovo tipo di rapporto tra i due gruppi in questione. Si credeva che il nuovo ordine mondiale potesse portare la pace facendo fuori l’Unione Sovietica, una minaccia per l’Occidente. E l’immagine del Muro di Berlino distrutto si tradusse in una caduta di barriere tra i rapporti commerciali tra Paesi, attraverso una miriade di accordi e trattati. Ma ancora oggi resta da rispondere ad alcune domande:

  • In questo nuovo ordine mondiale, in quale posizione si piazza il più vulnerabile tra noi?
  • In quale misura le nazioni dovrebbero attuare il libero commercio?
  • E i governi, come dovrebbero contrastare gli effetti collaterali di un mondo così competitivo?

Una nuova generazione di politici di destra uscì vittoriosa. E tutti diedero il benvenuto a un mondo libero. Dopo tutto, si credeva che la nostra fetta di mondo occidentale fosse la più potente. E l’ ‘essere selvaggio’, proprio dell’uomo, portò tanti a credere che bastasse quella potenza a proteggerci. E furono tanti gli studiosi, i politici e commentatori a credere che questa nuova apertura – soprattutto dettata dal WTO e da alcuni blocchi regionali come l’UE – potesse portare milioni di persone nel mondo a vincere sulla povertà. D’altra parte, le multinazionali in quel momento stavano occupando la gente anche nei Paesi più poveri, dando così l’opportunità di crescere e di vedere aumentare i loro stipendi. Per i Paesi che ospitavano la casa madre di queste multinazionali, si credeva che avrebbero beneficiato dei profitti e dai successi di quelle stesse multinazionali.

Col passare del tempo questa visione delle cose è diventata rosea, e abbiamo realizzato che se le multinazionali occidentali potevano dare lavoro nei Paesi poveri, non potevano invece investire nei loro Paesi. E ancor peggio, molti investitori hanno sfruttato la globalizzazione per speculare nel mondo intero, e molti degli stimoli e impulsi arrivati dalle politiche ‘di comodo’ sono state adoperate nei Paesi emergenti, portando così a ulteriori speculazioni in questi Paesi, e risultando in una iperinflazione ed eccesso di domanda su quei mercati. Ma di tutto ciò, ci si è resi conto troppo tardi.

La caduta del Muro di Berlino portò molti commentatori, studiosi e politici a pensare anche che il capitalismo avesse ormai vinto su tutto, perchè il comunismo e il socialismo erano invece decaduti. In realtà, ciò che aveva portato alla caduta dell’Unione Sovietica era stato il comunismo e il fallimento dell’autocrazia, non il socialismo, nè le idee di sinistra in un ambiente democratico.

In un contesto simile, dove la sinistra aveva bisogno di adattarsi al nuovo ordine, molti tra i politici, come il Primo Ministro britannico Tony Blair e il Presidente Americano Bill Clinton avvicinarono i loro partiti alla destra. Il Labour Party di Tony Blair entrò in una nuova fase del New Labour, dando spazio al capitalismo, e cambiando significativamente la sua raison d’être, oltre ad alterare l’essenza della Clausola IV che recitava[1]:

«2. Ci adoperiamo per questi obiettivi:

  • una economia dinamica al servizio dell’interesse pubblico, in cui l’impresa del mercato e il rigore della competizione siano raggiunte con la forza del partenariato e della cooperazione, ai fini di produrre il benessere che la nazione necessita e opportunità per tutti i lavoratori…»

La Clausola IV, invece, nella sua forma originale, recitava:

«4. Ci adoperiamo per assicurare ai lavoratori i frutti dell’industria e di conseguenza una più equa distribuzione, possibile sulla base di una proprietà comune dei mezzi di produzione, distribuzione e scambio, oltre al miglior sistema di amministrazione popolare e di controllo di ciascuna industria o servizio.

5.In generale, per promuovere l’emancipazione politica, sociale ed economica della gente, e in particolare di chi dipende direttamente dalle proprie fatiche materiali o intellettuali …»

Nel 1995, in un report sul cambiamento significativo per l’ ‘Independent’, John Rentoul scrisse un articolo dal titolo ‘Il momento di Blair che vince per la Clausola IV’. L’articolo iniziava con queste parole: “La lunga marcia all’eleggibilità della manodopera ieri ha dovuto passare uno scalo tecnico quando Tony Blair si è assicurato il grande supporto del Comitato Esecutivo Nazionale per una nuova Clausola IV riguardo “l’impresa del mercato e il rigore della concorrenza””.

Tony Blair è stato solo uno dei leader della sinistra occidentale della sua generazione a compiere una mossa così grande nei confronti della destra. In America, Bill Clinton aveva deciso di aprire il mercato libero. Nel suo libro, ‘The Lexus and the Olive Tree’, Thomas Friedman scrive sulle differenze tra il candidate democratico del 1996, il Presidente Bill Clinton, e il candidate repubblicano Bob Dole: «Quando si arriva a parlare di economia, quanto era davvero grande la differenza tra i due, alle elezioni presidenziali del 1996? Per quello che riguardava le questioni economiche ad ampio spettro, la differenza era davvero minima». Questa vicinanza tra la visione economica di Clinton e quella dei repubblicani portò il conduttore TV della CNBC, di sinistra, Rachel Maddow a parlare di Bill Clinton come il «miglior presidente repubblicano che il Paese avesse mai avuto, se si guarda alla politica degli anni addietro». Questo accadeva nel 2010.

I Paesi anglosassoni non sono gli unici in cui la sinistra si è spostata a destra sostituendo così l’ideologia del libero mercato con un approccio più umanistico. Con la firma del Trattato numero uno del mercato libero, vale a dire il Trattato di Maastricht, nel 1992, L’Unione Europea ha iniziato a imporre la sua ideologia dominante. Tutto questo percorso è poi culminato nelle decisioni orientate al capitalismo avanzate dai governi di sinistra di Francia e Italia. In Francia, il politico gollista Phillipe Séguin, deceduto nel 2010, aveva detto: “La destra e la sinistra nono sono altro che commercianti al dettaglio, acquirenti dello stesso grossista: l’Europa”.

Non dovrebbe sorprendere vedere leader politici di sinistra come il Presidente del Consiglio dei Ministri italiano Matteo Renzi e il Primo Ministro francese Manuel Valls, che ha dichiarato di recente di voler cambiare il nome e la linea ideologica del suo Partito Socialista, prendere decisioni che ci si potrebbe aspettare dalla destra, e finalizzate a incremetare le ore di lavoro e ammorbidire gli stessi regolamenti del lavoro. Questa è ormai la tendenza da più di vent’anni a questa parte.

Oggi, aumenta sempre più la convinzione che lo stato diminuisca la concorrenza tra le attività di un Paese, che i mercati fondati sulla manodopera si pongono alla sinistra della famosa mano invisibile, o che i lavoratori dovrebbero essere meno salvaguardati per trovare più facilmente un’occupazione. Ma questo è un pensiero della destra. E la preferenza attribuita alla sorveglianza riguardo la libertà dei cittadini è ciò che uno si aspetterebbe da George W. Bush, non da Barack Obama. Ma si è registrato una grossa deviazione nel pensiero della sinistra della maggior parte dei paesi occidentali, e si è riflettuto nella retorica dei politicidi sinistra. Si potrebbe attribuire questo cambiamento al meccanismo numero uno seguito dai politici: dare agli elettori quello che chiedono, e unirsi alla massa. Questa deviazione, riflette una certa saggezza commune, ma il problema è che la saggezza comune non sempre si traduce in vera saggezza. Infatti, i politici dovrebbero svolgere un ruolo dominante in questa direzione. Dovrebbero adoperarsi per cambiare il pensiero commune e non rifletterlo. Ma spesso i politici non seguono alcuna filosofia.

Robert Kennedy era un politico raro. Lui sì che aveva una filosofia, e operava ad alti livelli, col cuore e con la testa. Era bravo a ispirare la gente. Credeva nella gente più di quanto credesse al libero mercato. La sua priorità era la gente al suo seguito, e di questo fu ripagato. Anche Juan Romero lo ripagò. Lui, l’immigrato, il povero, il diverso, fu sollevato e sostenuto da un uomo ricco, potente, Americano e trattato a pari livello. Lui sentiva che qualcuno si batteva per lui. E un simile sentimento fa di un uomo colui che riesce a dare il meglio, non il peggio.

E allora oggi come oggi, non ci si deve stupire quando ci si vede deturpati dei propri diritti. Non c’è speranza. Non c’è nessuno che stende le braccia all’infuori. Non si intravedono idealisti nel sistema. Nessun eroe all’orizzonte. E una società senza eroi è una società smarrita.

Il problema con la sinistra attuale in Occidente è che ha provato a essere più ben accolta e ben voluta. Ma si è infossata in una spirale come fosse schiava di un sistema. Più si è mossa a destra, più ha sentito l’esigenza di continuare a marciare in quella direzione, lasciando il suo posto vacante. Nessuna traccia dell’equilibrio Yin-Yang, qui.

Chi guarda al mondo in questa maniera adattandosi a questo meccanismo governa senza una filosofia propria. Loro controllano e stop. Il mondo ha bisogno di idealisti più che di dirigenti. Il mondo ha bisogno di gente che abbia una propria idea, ma anche un cuore. Oltre alla mente, è il cuore che guida.

Dopo la morte di Bobby Kennedy, suo fratello Ted gli fece un elogio in cui diceva: “Non c’è bisogno di idealizzare e ingrandire l’immagine di mio fratello ora che non è più in vita. Lui dovrebbe essere ricordato come quell’uomo buono e dignitoso che vide il marcio e cercò di agire in modo corretto, che vide sofferenza e cercò di sanarla, che vide la guerra e provò a porre fine”. Robert Kennedy ebbe una vita breve, ma ricca e piena, una vita che dedicò ai suoi ideali. La sua vita si è spezzata nel momento del suo impegno più profondo. Ha lasciato un’eredità, non certo perchè seguì la folla mettendola di fronte alla realtà che aveva trovato in quel momento, ma perchè, come lui stesso disse, non vedeva le cose così com’erano, e si chiedeva perchè. Lui vedeva le cose come non erano mai state, e si chiedeva perchè no.

 

Traduzione a cura di Silvia Velardi

[1] Fonte: http://www.labourcounts.com/oldclausefour.htm

 

 

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